03:38 07 Agosto 2020
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Il sistema di sicurezza sul quale poggia la residua stabilità del Mediterraneo è sempre più fluido. Lo sta frammentando l’insieme delle azioni e reazioni verificatesi dopo l’improvvisa conversione ad U della politica mediorientale del presidente Trump.

Fino ad un paio di mesi fa, il quadro era di lettura relativamente agevole. Due alleanze abbastanza coese si fronteggiavano da Damasco a Rabat: da un lato, le forze riconducibili all’Islam Politico della Fratellanza Musulmana, con annessi alleati e fiancheggiatori. Dall’altro, il composito cartello degli avversari, creato dalle potenze più conservatrici della regione, allo scopo di arginare le spinte al cambiamento e mantenere alle vecchie élite aristocratiche o militari il controllo dell’ordine politico.

Soltanto in Siria questo schema era risultato in parte inapplicabile, a causa del forte rapporto esistente tra l’Iran e il governo di Damasco, che aveva obbligato Teheran a schierarsi dalla parte di Assad, mentre Turchia e Qatar appoggiavano i gruppi vicini alla Fratellanza Musulmana e l’Arabia Saudita finanziava gruppi rivali, di stampo più marcatamente salafita e qaedista.

È tale specifica circostanza ad aver reso specialmente intrattabile la guerra civile siriana, frantumando l’opposizione e convincendo alla fine anche gli Stati Uniti che la sopravvivenza di Assad fosse comunque preferibile all’avvento al potere di organizzazioni radicali di stampo terroristico, come al Nusra o lo stesso Stato Islamico. I Fratelli Musulmani non potevano vincere. E poi Obama stava negoziando con gli iraniani l’ambizioso accordo sul nucleare cui voleva legare il proprio nome.

Nel passaggio dalla presidenza Obama a quella Trump, l’America aveva comunque cambiato lato, archiviando 16 anni di guerra fredda con l’Arabia Saudita ed allineandosi alle potenze più favorevoli allo status quo, nel quale si trovava ed è tuttora anche la Federazione Russa.

Questa situazione sembra ormai venuta meno, in seguito alla conversione attuata proprio dal tycoon in Kurdistan, probabilmente all’inizio nulla di più di un escamotage per accelerare il rimpatrio del contingente americano cui si oppone il Pentagono da oltre un anno e mezzo. Peraltro, anche stavolta il magnate statunitense ha mancato l’obiettivo, posto che al ripiegamento delle truppe Usa dal Rojava ha fatto seguito l’entrata di mezzi blindati americani in altre parti del paese.

Per effetto di questa mossa di Trump, la postura americana nella regione mediterranea ha perso coerenza. Già ostile al fronte dell’Islam Politico, l’amministrazione ha dato il via libera al presidente Erdogan che lo guida non solo nel Kurdistan siriano, ma anche in Libia, ove gli Stati Uniti che erano favorevoli ad Haftar gli sono improvvisamente divenuti nemici. Così che, nella ex colonia italiana, adesso l’America si trova dallo stesso lato di Ankara, mentre tra la Turchia e la Federazione Russa si è aperto un cuneo.

Non è dato sapere cosa i turchi abbiano concesso in cambio agli americani per questa svolta. È possibile che nello scambio sia rientrata la facilitazione dell’eliminazione di al-Baghdadi e la difesa dell’Alleanza Atlantica dagli attacchi che le ha recentemente portato il presidente francese Macron. Sta comunque di fatto che gli schieramenti nel Mediterraneo sono ora meno netti e leggibili.

Non ha contribuito alla chiarezza neanche quanto è successo dopo il 28 novembre, data in cui proprio la Turchia ha stretto con il Governo di Accordo Nazionale libico un accordo sulla delimitazione reciproca delle rispettive Zone Economiche Esclusive, che sono ora in contatto in un tratto ad Ovest di Cipro.

Greci ed egiziani hanno reagito con vigore all’iniziativa. Atene ha addirittura espulso l’ambasciatore che rappresentava al-Serraj presso il Governo ellenico. E la diplomazia statunitense si è schierata con Mitsotakis, a dispetto del complessivo riavvicinamento in atto tra Washington, Ankara e Tripoli.

Sta quindi diventando sempre più difficile orientarsi nel ginepraio. Per ciascun paese che abbia interessi nel Mediterraneo, l’unica strada percorribile pare essere la separazione dei singoli dossier. Ma è una risposta insoddisfacente e che obbliga a sofisticati esercizi di compensazione ed adattamento, tanto nel caso in cui gli interessi da tutelare siano soprattutto energetici, quanto in quello in cui a contare sia invece la prospettiva securitaria.

L’amministrazione Trump ha intimato ad Haftar di fermare la sua corsa sulla capitale libica, ma ha assunto una posizione intransigente sull’intesa relativa alle frontiere marittime di Libia e Turchia, alle quali tra l’altro si è associato anche un accordo di collaborazione nella sfera militare.

L’Italia è a sua volta schierata in Libia con al-Serraj, proprio come i turchi. Ma invia navi da guerra a Cipro per proteggere i diritti di sfruttamento delle risorse giacenti nell’offshore, dove Eni lavora insieme a Total.

In questo contesto non promette nulla di buono neppure quanto sta accadendo dentro gli Stati Uniti, dove il Presidente sta rischiando la messa in stato d’accusa da parte del Congresso ed è comunque iniziata una campagna elettorale destinata ad essere ancora più divisiva di quella di tre anni fa. L’impulso irresistibile a cercare di lucrare vantaggi tattici immediati in termini di consenso, infatti, potrebbe indurre ad ulteriori passi affrettati, suscettibili di ripercuotersi sugli equilibri regionali di una delle aree più “sensibili” del mondo.

Non è per caso che il Ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, abbia nuovamente preso parte ai Mediterranean Dialogues svoltisi pochi giorni fa a Roma, città in cui ha incontrato anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo omologo Luigi Di Maio, da poco alla testa della Farnesina.

Il momento è infatti complesso, per certi versi addirittura critico, anche se nel Bel Paese tutti preferiscono occuparsi di elezioni locali e tasse sugli assorbenti femminili – la cosiddetta tampon tax, che è improvvisamente diventata un oggetto di aspre contrapposizioni in Parlamento: questioni che certamente sollecitano gli animi, ma che restano di importanza secondaria rispetto all’accresciuto rischio di guerra nel bacino in cui si trova l’Italia.

La ricerca di stabilità e prevedibilità del quadro internazionale costituisce un tratto essenziale ed apprezzabile dell’azione diplomatica e politica russa nel Mediterraneo. Ma lo sforzo deve essere condiviso. Prima che certe dinamiche si consolidino e facciano somigliare i prossimi anni a quelli che precedettero la grande conflagrazione del 1914.  

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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