17:12 20 Ottobre 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
Un anno di notizie 2019 (12)
3133
Seguici su

Hai presente quando ti invitano a una festa ma non fanno in tempo ad arrivare le tartine che già ti sei reso conto di annoiarti mortalmente e vorresti andartene via ma non sai come spiegarlo agli amici che altrimenti si offendono? Ecco, quella è la Brexit

Ora però, è dal 29 marzo del 2017 che Britney ha presentato la notifica ufficiale agli amici nella quale c’è scritto chiaro e tondo che se ne vuole andare, eppure è ancora lì. La domanda che tutti si fanno, ma alla quale nessuno risponde sul serio è una sola – ma perché è tanto difficile tornarsene semplicemente a casa? Cos’è che la trattiene? Ebbene, con la massima immodestia possibile, ci vorrei provare io proporre una teoria.

Perché proprio io, bisogna premettere. Semplice – perché se te lo spiegano quelli della Bocconi, ti convinci anche tu è tutta colpa di Britney, che non si fa così, e che una ragazza la sera non può tornarsene a casa da sola perché ci sono i lupi fuori ad aspettarla.

(video della Bocconi in cui si spiega più o meno questo)

Il problema è che, se hai studiato economia in Italia, puoi organizzare un moto di piazza come il capo delle Sardine Mattia Santori ma dover ammettere di non sapere cosa sia il MES (intervista a diMartedì da Gianni Floris su La7), oppure avere le idee fin troppo chiare, ma preimpostate, e dare la risposta che avete visto nel video sopra allegato.

Se invece certe materie non le hai approfondite in accademia, è proprio quella la volta che puoi provare a dare un’interpretazione per lo meno alternativa. Perché si sà – è più facile infrangere le regole se non le conosci.

Ecco quindi la teoria che, per altro, sono sicuro sia molto simile a quella che frulla per la testa già da tempo a molti di voi: Sì, è vero che ci sono tutta una serie di problemi tecnici per lasciare la UE, esattamente come sarebbe non facile lasciare una festa ancora non decollata senza offendere gli amici, ma è anche vero che la stanno facendo molto più complicata del necessario per il semplice motivo che non vogliono lasciare andare la Gran Bretagnia senza renderle la vita un inferno, proprio come lasciare andare Britney tanto facilmente rischierebbe di rovinare il resto della festa a chi l’ha organizzata.

Passiamo quindi dalla metafora all’analisi pratica di quelli che sarebbero i problemi reali e poi proviamo a vedere come si potrebbero tutto sommato facilmente risolvere se semplicemente la UE non fosse così drammaticamente ossessionata dalla paura di un contagio e che la festa finisca prima ancora delle tartine.

Cenni storici

Posto che la Gran Bretagna aderì all’allora CEE, Comunità Economica Europea, già nel 1973, e che firmò il trattato di Maastricht nel 1992, non appena l’euroscettica Margaret Thatcher diede le dimissioni, è pur un fatto che l’inevitabile ingerenza di Bruxelles nella politica interna di Londra sia sempre stata mal digerita dai sudditi di sua Maestà, abituati storicamente a ben altri livelli di sovranità. La UK infatti non ha mai aderito né allo spazio Schengen, né mai adottato l’Euro. Una partecipazione quindi già di per sé sempre rimasta a metà. Il colpo di grazia deve essere stata l’idea dell’ex Primo Ministro David Cameron di promettere un referendum in caso di rielezione, pur egli stesso dichiarandosi per il ‘remain’ (rimanere). Alle accuse di mero calcolo politico e di aver ‘distrutto il sogno europeo’, tema sul quale il mainstream europeista ha sprecato fiumi di inchiostro, si potrebbe ribattere che nel suo discorso del 23 gennaio 2013 (vedi il video sotto), quando introdusse appunto l’idea del referendum, Cameron parlò della crisi greca, del fatto che il Regno Unito non fosse obbligato a fornire supporto economico a quel Paese dato che non aderiva all’euro, parlò di mancanza di competitività, perdita di fiducia della gente nelle istituzioni di Bruxelles e fece anche un accenno ad un certo concetto di “controllo del pensiero”. Ma diciamo che questa è un’altra storia, il mainstream oramai lo ha consegnato agli annali come il distruttore del sogno europeo e questo oramai per i più è un assioma.

(da Panorama del 24 giugno 2016, giorno dopo il referendum: “Il premier britannico David Cameron sarà ricordato nella storia d'Europa come colui che ha distrutto il sogno di una generazione di europei, quelli che credevano nell'unità di un continente e nella fratellanza di più popoli attraverso un disegno politico appena nato”).

Problemi reali e problemi indotti

Insomma, com’è, come non è, ecco che il 23 giugno del 2016 si tiene il referendum e vincono i ‘Leave’ (uscire), pur se con un margine non ampio (51,9%). E’ il giorno dopo che iniziano i problemi – alcuni puramente tecnico-amministrativi, altri piuttosto sostanziali e di effettivamente difficile soluzione, altri invece, come sostiene questa tesi e cercherò di dimostrare, puramente psicologici quando non invece del tutto volontariamente indotti da Bruxelles al solo fine di far perdere la voglia e la determinazione necessarie ai cittadini britannici di andare fino in fondo.

Problema pratico della trasformazione del referendum in legge dello Stato

Il referendum era di natura consultiva e non vincolante, ovvio tuttavia che non trasformarlo in legge avrebbe determinato la fine imperitura della fiducia del cittadino britannico medio nelle proprie istituzioni. Solo il passaggio parlamentare e le obiezioni alla Corte Suprema hanno portato via quasi un anno di tempo. E’ datata infatti 16 marzo 2017 la legge nota come ‘European Union (Notification of Withdrawal) Act 2017’ che permise due settimane dopo di presentare la notifica ufficiale alla UE. A quel punto però sono dovuti iniziare i negoziati di uscita.

Accordi collettivi, accordi bilaterali e regoli internazionali comuni

Da una parte è senz’altro vero quello che dicono gli esperti – ci sono 40 anni di leggi e impegni presi che disciplinano la libera circolazione di beni, servizi, persone e capitali e quindi nel momento in cui il Regno Unito esce bisogna riscrivere tutto, ma è anche vero che esistono degli schemi base validi sempre e ai quali tutto il resto del mondo che non è nella UE si è sempre adeguato ed hanno sempre funzionato. Si parla di WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), di Diritto Internazionale. Per tutto quello che non strettamente disciplinato dalle regole internazionali che dovrebbero valere per tutti (per quanto anche quelle vengono spesso violate – vedi la pratica delle sanzioni introdotta dagli USA) tutto il resto si può sempre regolamentare con i trattati bilaterali.

Tutta la colpa è dei britannici che non firmano l’accordo di uscita?

Si fa presto a dire che è tutta colpa del Parlamento britannico che non firma le condizioni di uscita chieste da Bruxelles. Ma le abbiamo viste le richieste della UE? Tra le tante cosette che richiedono ci sarebbero anche 33 miliardi di sterline di costi di divorzio. Circa 40 miliardi di euro di alimenti in pratica. Certo, gli esperti vi diranno che erano fondi già stanziati, programmi già approvati e bla, bla e bla, bla...  chi invece una laurea in economia non ce l’ha dice che 40 miliardi sono 40 miliardi.

Backstop Irlandese – un problema serio

Uno dei problemi invece seri è quello chiamato del Backstop Irlandese. In cosa consiste? Semplice, cioè complicato: L’Irlanda, intesa come isola, è composta dalla Repubblica d’Irlanda, fermamente nella UE, e la regione dell’Irlanda del Nord che fa parte del Regno Unito, che dalla UE deve uscire. Come fai ad avere due differenti regimi doganali sulla stessa isola senza introdurre un vero e proprio confine fisico che potrebbe rivelarsi pericolosissimo anche viste e considerate le questioni politiche e i precedenti storici? (La conoscete ‘Sunday Bloody Sunday’ degli U2?). Ecco quindi che con Theresa May si era arrivati ad una idea del tipo – unione doganale limitatamente all’Irlanda del Nord anche dopo il 2020 mentre, con Boris Johnson, si era introdotta l’idea di uno spostamento virtuale del confine in mare. I controlli sulle merci cioè verrebbero eseguiti non in Irlanda del Nord ma al passaggio in entrata e uscita delle merci nei porto. Il ‘confine’ tra le due irlande rimarrebbe aperto. Capite bene tuttavia che questo sì, è un problema serio, se non altro dal punto di vista puramente di realizzazione pratica. Pensate anche solo cosa potrebbe succedere a due IVA differenti in assenza di un confine fisico.

Divergenza di idee con i cittadini scozzesi – problema forse ancora più serio

Altro problema non da poco, anzi, forse ancora più serio, è quello della non omogena veduta di opinioni all’interno del Regno sulla questione ‘leave/remain’. Gli scozzesi, che già per un pelo non avevano votato per l’indipendenza al referendum del settembre 2014 (44,70% erano per l’indipendenza), al referendum per la Brexit avevano invece votato in blocco contrari (65% votarono per la UE). Insomma gli indipendentisti potrebbero obiettare che adesso le condizioni sono cambiate e sarebbe corretto rifare il referendum alla luce della nuova situazione. Teoricamente neppure avrebbero tutti i torti – avevano votato per rimanere in una GB che stava nella UE, adesso potrebbero voler rivotare per vedere se vogliono stare anche in questa GB senza.

Libera circolazione e problemi per i lavoratori

Questa, probabilmente, fa parte di quelle questioni gonfiate. Si parla di stranieri che verranno rimandati a casa, permessi di soggiorno impossibili, visti di ingresso costosissimi e previsioni escatologiche di ogni tipo. Lo dico da emigrato in un Paese che per quanto riguarda visti e burocrazia è semplicemente da mal di testa. Sono cose che si risolvono. Se avete un interesse valido in UK state tranquilli che il modo per rimanere ve lo garantiranno o lo troverete. Se metteranno una tassa per l’ingresso vorrà dire che faranno come gli Stati Uniti con il sistema di visti ESTA, o tanti altri Paesi che chiedono di pagare un visto o persino le località turistiche (anche le nostre) che si prendono i diritti di soggiorno. Non credo proprio che un Paese civile europeo dividerà le famiglie o sbatterà fuori a calci gente onesta che lavora.

Previsioni caustiche fallite sul primo dopo-Brexit

Lo stesso David Cameron, il suo cancelliere George Osborne e molte altre figure di alto livello che, pur avendo favorito il referendum parteggiavano per rimanere nell’UE, avevano previsto un vero e proprio cataclisma economico immediato se il Regno Unito avesse votato per uscire. Recessione nera, disoccupazione alle stelle, mercato immobiliare a pezzi, bilanci di emergenza, forti tagli alla spesa pubblica. In realtà, nonostante tutti i giornali allineati in questi anni si siano sforzati di provare a dimostrare che la Brexit, anche solo nella fase di ‘Brexiting’, fosse un disastro e il bicchiere non solo mezzo vuoto ma anche mezzo rotto, in realtà i dati nudi dicono che non c’è stato proprio alcun dramma esistenziale finora. Secondo i dati raccolti fino a marzo di quest’anno, risultava che la Sterlina fosse sì svalutata, ma di un 10% in tutto. Il PIL ha addirittura registrato un incremento dell’1,9% sia nel  2016, che nel 2017, sceso al 1,4% nel 2018 e si prevede che per quest’anno si attesterà intorno al +1,3%. Va tanto male? Sapete come stiamo andando noi che invece siamo saldamente 'remain'? Vogliamo invece parlare di disoccupazione? No, non servono i numeri, se sono i ragazzi nostri che vanno a cercare lavoro a Londra e non i ragazzi inglesi a venire da noi qualcosa vorrà pur dire da sé.

Lo spauracchio del NO-Deal

Ora, come prima il lupo nero era il ‘leave’, adesso si vuole presentare il ‘NO-Deal’ in veste di spauracchio. Aerei a terra, commercio azzerato, non avrete più nemmeno le medicine, i Settimo Cavaliere aprirà l’ultimo sigillo e arriverà l’Angelo della morte... In realtà il NO-Deal non significa altro che semplicemente ‘NON-accordo’. Quegli scenari proposti sono realistici sì, ma solo in caso scientemente gli altri Paesi europei vorranno creare una sorta di vero e proprio embargo punitivo. Quella che si chiama quindi una ‘self made prevision’. Per tornare alla nostra metafora iniziale – “Guarda Britney che se te ne vai così ti potrà accadere qualcosa di grave”, poi gli stessi la aspettano fuori e la prendono a schiaffi. Avevano ragione certo, ci avevano visto giusto. Grazie!

Il caso dell’ISLANDA

Esempio pratico di come si possa vivere felici ed isolati anche senza la UE. L’Islanda aveva iniziato a portare avanti seri negoziati per l’adesione alla UE nel 2009. Nel 2015, dopo la vittoria del partito euroscettico guidato da Sigmundur Davíð Gunnlaugsson nel 2013, ritirò da sé la domanda. Perché? Niente, non gli stavano bene le quote pesca richieste da Bruxelles. Subito i giornali europeisti ad ammiccare quanto tutto ciò fosse privo di senso democratico senza un referendum e all’errore che si sarebbe rivelata la forsennata scelta. Com’è andata? Copia e incolla dal report macroeconomico pubblicato dal sito governativo italiano infoMercatiEsteri:

“Anche nel 2018 l’economia islandese ha fatto registrare un andamento positivo, consolidando quella tendenza alla crescita economica che é in corso a ritmi sostenuti almeno dal 2013. Tale trend  ha consentito al paese atlantico di mettersi definitivamente alle spalle gli effetti negativi della crisi finanziaria di un decennio fa (biennio 2008-2009), quando pochi avrebbero preconizzato una uscita dalla crisi così rapida ed una ripresa altrettanto sostenuta”.

Conclusione metaforica

L’uscita di un intero Paese da un’organizzazione internazionale è una questione complessa e sarebbe molto più lunga da analizzare, qui l’ho voluta fare molto semplice prendendomi anche qualche rischio di accuse di faciloneria. Un tentativo di riassumere e riordinare il tutto, ad una settimana dalle ennesime elezioni politiche inglesi e una vita che ci bombardano con questa storia della Brexit, era tuttavia necessario. Concludendo, e riprendendo la metafora iniziale, direi che l’uscita di una tipa come Britney sarà un colpo durissimo per gli organizzatori della festa, proprio come quando esci un attimo per andare a comprare altre birre e quando torni scopri che una delle più fighe se n’è giusto andata. Sono momenti terribili nella vita ma bisogna farsene una ragione. Vuol dire che la festa non era divertente, organizzata male o avevi invitato la gente sbagliata. Tante storie!

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
Un anno di notizie 2019 (12)
RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook