17:28 01 Ottobre 2020
Opinioni
URL abbreviato
Di
373
Seguici su

Nella nostra ex colonia contiamo sempre meno. L’ostilità turca e l’assenza d’iniziativa politica del governo Conte ci stanno condannando all’irrilevanza. Intanto il generale Khalifa Haftar si rafforza ed è vicino a sfondare le difese meridionali di Tripoli. L’Italia rischia di perdere il controllo dei flussi migratori e delle risorse energetiche.

In Libia un tempo eravamo la potenza di riferimento. Oggi siamo l’ultima ruota del carro. Il premier Giuseppe Conte l’ha capito durante il vertice Nato di Londra quando è stato tenuto alla larga dagli incontri su Libia e Siria in cui Gran Bretagna, Francia, Germania e Turchia  hanno affrontato le vicende della nostra ex-colonia. Il disperato tentativo del nostro premier, di tirar per la giacca Donald Trump implorandolo di riprendere in mano il dossier Libia riservando all’Italia un ruolo di riguardo, difficilmente cambierà la situazione.

La  nostra presenza in Libia  risulta non solo inefficace e ininfluente, ma addirittura assente. E il premier Conte ne è il principale responsabile vista la  pretesa, emersa  già quando guidava  la coalizione giallo-verde con la Lega, di esercitare un pieno controllo sull’azione politica dell’Italia. Un’azione politica rivelatasi disastrosa. Lo dimostra l’incapacità di prevenire o bloccare l’accordo, firmato lo scorso 27 novembre, con cui Turchia e Libia definiscono un arbitrario confine marittimo e delimitano le rispettive competenze sul tratto di Mediterraneo tra i due paesi.  

Un accordo assolutamente illegittimo e privo in base al diritto internazionale di qualsiasi fondamento, ma assai  insidioso per l’Italia. Ankara intende utilizzarlo, infatti, per giustificare la propria sovranità sulle acque intorno a Cipro. Acque dove Erdogan, nel febbraio 2018, ha dispiegato la marina militare per bloccare le navi dell’Eni impegnate nella ricerca di giacimenti di gas su incarico del governo di Nicosia.

Giacimenti che, a detta di Ankara, andrebbero condivisi con quella Repubblica Settentrionale di Cipro occupata dalla Turchia nel 1974 e mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Pretese turche a parte il non aver saputo impedire la firma di un trattato contrario ai  nostri interessi dimostra l’inconsistenza politica  di un’Italia che non solo aiuta il governo di Fayez Al Serraj, ma ne ha garantito nel 2016 l’effettivo insediamento. All’origine di quest’irrilevanza, frutto dell’ostilità  turca, vi è un errore fondamentale di Giuseppe Conte.

Nel novembre 2018 mentre guidava l’esecutivo giallo-verde  trasformò la Conferenza di Palermo sulla Libia in una sorta di passerella esclusiva per quel generale Khalifa Haftar con cui sperava di stringere un asse di collaborazione privilegiata. La diffidenza del generale e l’influenza francese non hanno mai permesso a quell’asse di  concretizzarsi. In compenso da quel momento si è moltiplicata l’ostilità di Ankara pronta oggi a metterci alla porta da Tripoli con l’appoggio delle milizie legate alla Fratellanza Musulmana.

Il tutto mentre il generale Khalifa Haftar, aiutato da Russia, Egitto ed Emirati Arabi  e sostenuto da qualche centinaio di “contractor” privati messi a disposizione - a detta di Tripoli - dal gruppo russo Wagner, mette fine ad uno stallo durato otto mesi  e riprende l’avanzata sul fronte meridionale della capitale. Un fronte su cui emerge invece l’evidente inferiorità delle  milizie di Serraj incapaci - nonostante gli armamenti forniti da Ankara - di tenere le posizioni.

L’Italia messa fuori gioco in Tripolitania e incapace  di avviare una politica di riavvicinamento con il generale rischia  dunque di ritrovarsi tagliata fuori sia dai giochi presenti sia da quelli futuri.  In tutto questo anche il dispositivo militare di circa 300 militari  dispiegato all’aeroporto di Misurata attorno all’ospedale da campo  fornito  a suo tempo per curare i feriti nell’offensiva contro lo Stato Islamico è più un handicap che un vantaggio. Paralizzata da un’irrilevanza politica che non la rende bene accetta né ai miliziani schierati con la Turchia né, tantomeno, a quelli di Haftar l’Italia rischia di trasformarsi in un facile bersaglio. Un bersaglio che nelle attuali condizioni non potrebbe neppure reagire ad un eventuale attacco ai nostri militari e si ritroverebbe costretto  ad un inglorioso ripiegamento capace di  compromettere  ancor di più l’immagine dell’Italia.

In tutto questo il tentativo di Conte di attaccarsi alla giacca di Trump rischia di rivelarsi assai poco provvidenziale. Per Washington  la Libia è da sempre uno scenario troppo complesso  per investirci in termini di  scommesse strategiche. Non a caso il comportamento statunitense è stato negli ultimi mesi a dir poco  ambiguo. Ad aprile - mentre il Dipartimento di Stato ribadiva il suo appoggio al governo di Serraj - Trump s’intratteneva al telefono con Haftar su esplicita richiesta di  quel presidente egiziano Al Sisi considerato dal presidente americano  uno dei  più fidati  alleati sul fronte mediorientale.

Comunque vada l’Italia rischia di uscirne malconcia e di veder messi a rischio i suoi due fondamentali interessi nazionali ovvero il controllo dei flussi migratori in partenza dalle coste settentrionali e la gestione  delle risorse energetiche gestite dall’Eni grazie alle intese con Tripoli.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via SputnikCommenta via Facebook