16:26 08 Dicembre 2019
Donald Trump e Emmanuel Macron

Gli iraniani, gli USA e Macron come mediatore

© AP Photo / Thibault Camus
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Quando Macron decise di invitare il Presidente iraniano Rohani a margine del G7 di Biarritz dimostrò di saper guardare lontano ma, forse, perfino troppo lontano.

Il “forse” è legato a due variabili, alternative. Se, come probabile, sapeva sin dall’inizio che Trump non l’avrebbe incontrato, il suo obiettivo era semplicemente quello di accreditarsi agli occhi iraniani come il “migliore” tra gli amici europei e custodire quella carta in vista di future evoluzioni. Se, al contrario, sperava veramente di diventare il mediatore tra Washington e Teheran, allora ha sicuramente precorso i tempi.

Che gli americani e l’Iran tornino a negoziare è molto piu’ che possibile, ma è anche evidente che Trump, che pure lo vorrebbe fare, non può permetterselo visto l’atteggiamento anti iraniano della maggior parte dei parlamentari repubblicani e il diffuso sentimento dell’americano qualunque. Non è escluso che, nel caso di un secondo mandato, il Tycoon possa agire in quella direzione, ma la cosa è, per ora, praticamente impossibile e politicamente un suo suicidio. Naturalmente, a meno che siano gli iraniani a “venire a lui” cosa ancora piu’ improbabile, nonostante le sofferenze economiche cui sono sottoposti a causa delle sanzioni.

Gli americani e l’Iran

L’opinione pubblica americana è stata, da tempo, educata a vedere nell’Iran degli Ayatollah il nemico principale, ancora piu’ della Russia e della Cina. Tale sentimento continua perfino ad incrementarsi, in senso inverso alla simpatia crescente verso Israele. Negli ultimi diciotto anni Gallup ha svolto ben dodici sondaggi chiedendo agli americani quale Paese considerassero attualmente il peggior nemico della loro nazione. Ebbene, per ben cinque volte l’Iran risultò al primo posto, sopravanzando per sei volte la Cina e per otto volte la Russia. Invece, un sondaggio del 1989 svolto in merito ad Israele trovò che il 49 percento ne aveva un’opinione favorevole e lo stesso, effettuato quest’anno, ha visto i “simpatizzanti” aumentare fino al 69 percento. Divisi in base alla preferenza partitica, i repubblicani favorevoli ad Israele sono addirittura l’87 e i democratici il 62 percento (dati riportati da Foreign Affairs). Difficilissimo, dunque, immaginare che in un anno elettorale un Presidente in carica possa ipotizzare aperture che contraddicano questi sentimenti e, soprattutto, la retorica aggressiva portata avanti sino a ora.

Tuttavia, Macron ha intuito che, prima o poi, si tornerà al tavolo dei negoziati e ha cominciato a giocare le sue carte. Non ha tutti i torti perché la politica anti iraniana degli USA è tutt’altro che basata sulla razionalità. E nemmeno sulla storia, almeno dalla guerra Iran-Iraq ad oggi.

Gli iraniani e gli USA

È vero che, anche in Iran, le dichiarazioni ufficiali sono fortemente ostili agli Stati Uniti dal momento del colpo di stato contro Mossadeq (organizzato dai servizi segreti britannici e americani) e dalla caduta dello Shah. Così come risponde al vero che atti violenti sono stati perpetrati contro militari, civili e diplomatici americani durante tutti questi anni in varie parti del mondo. Tuttavia, è altrettanto noto che, sotto l’apparenza della diplomazia pubblica, esiste da tempo una diplomazia piu’ o meno segreta che continua a mantenere aperto una qualche forma di dialogo. Durante la guerra Iran-Iraq, temendo un avvicinamento sovietico a Teheran, Washington stava ufficialmente con Saddam ma vendette sottobanco, tramite Israele, armi agli iraniani. L’operazione continuò fino a che un giornale libanese ne diede la notizia obbligando a improbabili smentite e a sospendere le forniture. Durante l’indagine che ne seguì negli USA, l’allora consigliere di Reagan, il generale Oliver North, fu costretto ad ammettere che era vero e che il denaro incamerato era servito a finanziare aiuti occulti ai contras nicaraguensi.

Anche Clinton, approfittando dell’elezione del Presidente Khatami, un riformista moderato, cercò un accomodamento e chi lo impedì furono le Guardie Rivoluzionarie che ripresero a fare attentati quali quello alle Torri Khobar in Arabia Saudita nel 1996. Quelle torri ospitavano personale dell’aviazione americana e diciannove militari a stelle e strisce rimasero uccisi. Si sospese, allora, ogni contatto per qualche tempo ma si ricominciò ben presto. Anche durante l’invasione americana dell’Afghanistan, nel 2001, si stabilì una collaborazione (soprattutto di intelligence) tra i due Paesi. Anche in quel caso la collaborazione finì quando si seppe di contatti tra alcuni talebani detenuti nelle prigioni iraniane e gli attentatori di un compound residenziale a Riad.

La Presidenza Ahmadinejad, molto aggressiva contro Israele, impedì la ripresa di migliori relazioni ma Obama, nel suo secondo mandato, rilanciò il dialogo arrivando finalmente all’accordo sul nucleare detto JCPOA.

Terroristi?

Vicepresidente USA Mike Pence
© REUTERS / David Swanson/The Philadelphia Inquirer
Dicevamo, comunque, dell’irrazionalità della politica anti-iraniana da parte degli Stati Uniti e aggiungiamo che la decisione di Trump di uscire da quell’accordo non ha alcuna lungimiranza. Innanzitutto, considerata sia la lontananza geografica sia la minor dipendenza americana dal petrolio medio-orientale, tutta l’area è oggi meno strategica per gli Usa che nel recente passato. Inoltre, insistere anche sull’Europa tramite le “sanzioni secondarie”, non può che favorire una certa lontananza che va allargandosi tra i tradizionali alleati e Washington. Infine, nonostante la retorica continui a presentare il regime degli Ayatollah come il massimo sponsor del terrorismo mondiale tale pratica, se si vuole osservare con obiettività, appartiene oggi piu’ ai gruppi sunniti integralisti che ai “proxi” degli sciiti di Teheran. Infatti, sia il numero degli attentati che quello delle vittime, almeno ultimi vent’anni, dimostrano che i peggiori criminali stanno tra i gruppi sponsorizzati in vario modo da Paesi alleati degli americani e, in primis, dall’Arabia Saudita e dalla Turchia (vedi Al Qaida, i talebani o la Siria). Si può certo continuare a catalogare gli Hezbollah sostenuti dagli iraniani come terroristi ed è evidente che in Libano la loro ragion d’essere costituisce una realtà pericolosa per Israele, ma l’accordo raggiunto (senza grande pubblicità) tra Tel Aviv e Mosca garantisce che né loro né i loro missili possano essere piu’ stazionati vicino al confine tra i due Stati e, di là dalle dichiarazioni, un attacco diretto o tramite “proxi” contro Israele non rientra nell’interesse degli iraniani perché provocherebbe reazioni che finirebbero con l’essere devastanti per il regime.

Quanto al pericolo militare che l’Iran può rappresentare per gli Stati del Golfo e per il medio oriente in genere, non va dimenticato che Israele, l’Arabia saudita e gli Emirati spendono complessivamente in armamenti almeno cinquanta volte di piu’ di quanto faccia Teheran. Senza contare che sia l’esercito che l’aviazione iraniana non hanno potuto modernizzarsi negli ultimi 40 anni e le loro uniche possibilità offensive stanno nei missili a media e a lunga gittata in loro possesso. Solo un pazzo potrebbe immaginare che, se non come risposta ad un attacco subito, perfino i piu’ falchi degli Ayatollah oserebbero lanciarli per primi. Siamo dunque, checché se ne dica, di fronte a gente con tradizioni culturali millenarie che ha dimostrato, nei fatti, di agire sempre con totale consapevolezza delle possibili conseguenze. Nessuno a Teheran si nasconde che una loro azione di guerra palese e diretta contro un alleato dell’occidente obbligherebbe gli USA a intervenire in prima persona e nessun missile iraniano basterebbe a fermare le distruzioni che ne conseguirebbero.

I veri rischi

Il solo vero pericolo rappresentato dal regime è il possibile possesso dell’arma atomica. Ciò indubbiamente implicherebbe un totale cambiamento degli equilibri nell’area ed è quello che Obama e gli altri avevano ottenuto di evitare per almeno quindici anni. Durante quel periodo molte cose avrebbero potuto cambiare anche all’interno dell’Iran, magari con un collasso interno del regime. Disdire il Trattato JCPOA ha riportato invece in essere la possibilità che l’Iran possa dotarsi di armi atomiche. È evidente che nessuno abbia veramente l’intenzione o l’interesse di attaccare l’Iran, neanche con semplici bombardamenti aerei perché il farlo provocherebbe un’immediata reazione sui Paesi vicini. Per avere la certezza che il Paese del Pavone non riprenda la costruzione della “bomba” bisognerà, prima o poi, tornare al negoziato.

È esattamente ciò che Macron sa e ha voluto, sin da oggi, proporsi come capofila.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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