17:54 08 Dicembre 2019
Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca, 2017

Accordo fra Trump ed Erdogan?

© REUTERS / Kevin Lamarque
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A dispetto delle apparenze, il presidente Trump ha finora cercato di sviluppare un suo disegno di politica estera abbastanza chiaro, seppure non condiviso da buona parte della sua stessa Amministrazione.

Al magnate newyorkese interessa ridurre gli impegni esterni delle forze armate del suo paese, in molti casi ormai impopolari tra gli americani, per focalizzarsi sulla sfida lanciata dalla Cina, che si risolverà nello spazio e nella corsa al dominio delle alte tecnologie. Ne stiamo vedendo gli inizi.

Nella testa di Trump, il controllo più o meno diretto di vaste porzioni della massa continentale eurasiatica sarebbe ormai soltanto un onere di cui disfarsi, innanzitutto responsabilizzando gli alleati degli Stati Uniti, ma se necessario anche stabilendo nuove partnership.

Il Medio Oriente è uno dei teatri di crisi dai quali il Presidente vorrebbe estrarre al più presto le truppe del proprio paese. Proprio come è accaduto relativamente al progetto di riconciliazione con la Russia, le resistenze che Trump ha incontrato si sono però rivelate troppo forti.

Un’ondata di maccartismo che non si vedeva dagli anni cinquanta del secolo scorso ha legato le mani a Trump impedendogli di raggiungere intese significative con Mosca, mentre ai ripiegamenti si sono opposti gli apparati, soprattutto quello del Pentagono.

Il Presidente americano ha tentato per più di un anno e mezzo di rimpatriare i soldati schierati in Siria, senza riuscirci. Ad un certo punto, per fermarlo, si dimise addirittura il generale Jim Mattis, in cui Trump aveva riposto grande fiducia.

Anche Obama riteneva l’America sovraesposta all’estero, ma la prospettiva in cui il predecessore di Trump aveva inserito la politica dei ritiri o della guida “dalla sedia posteriore” era molto diversa.

Obama non considerava negativamente i processi rivoluzionari in atto nel mondo musulmano malgrado fosse chiaro che generavano instabilità e davano forza ad un Islam Politico determinato a scardinare l’ordine politico in tutto il Medio Oriente.

Trump è invece un conservatore, istintivamente ostile al caos e alla guerra, che ostacolano i commerci. Per questo motivo, con l’avvento del tycoon alla Casa Bianca, gli assi di riferimento della politica mediorientale dell’America sono stati capovolti sin dal 2017.

Sono state restaurate relazioni privilegiate con Arabia Saudita ed Egitto, mentre venivano in qualche modo raffreddati i rapporti con Qatar e Turchia. Questa politica, cui si è improntata l’azione statunitense fino a due mesi fa, sembra adesso drasticamente mutata.

Cogliendo di sorpresa i suoi stessi collaboratori, Trump ha approfittato della decisione turca di invadere parte del Kurdistan siriano per provare nuovamente ad uscire dalla Siria. Ma non gli è andata benissimo neanche questa volta, a causa dello sdegno causato dalla decisione di mollare al loro destino i curdi del Rojava.

Il Pentagono è riuscito ad arginare nuovamente il Presidente. Ed il risultato netto è che dove prima c’era solo qualche fante statunitense ora ci sono addirittura dei mezzi blindati.

È forte l’impressione che da quel momento in avanti Trump abbia provato a conferire dignità politico-strategica a quella sua scelta iniziale, improvvisata nei tempi e nei modi, fatta probabilmente per ragioni esclusivamente tattiche attinenti alla politica interna.

Ne sta però derivando una correzione rilevante della postura americana in tutta la regione mediterranea e mediorientale, i cui effetti si stanno avvertendo anche a significativa distanza dal confine turco-siriano.

Sembra infatti essere cambiato anche l’approccio statunitense al conflitto civile in corso in Libia, con gli americani che hanno smesso di sostenere il generale Khalifa Haftar, intimandogli di arrestare l’offensiva su Tripoli dopo averlo foraggiato fino a poche settimane or sono.

Anche l’Egitto di al-Sisi è finito nel mirino, in particolare per l’intensificazione dei propri rapporti di collaborazione con la Russia. Del resto, è stata censurata anche la presenza della Wagner sul suolo libico, in realtà confermata da almeno due anni da una discreta moltitudine di fonti aperte senza che ciò avesse mai costituito un problema politico a Washington.

Solo la corte di Riyahd è stata risparmiata, per l’evidente maggior peso geopolitico ed economico dell’Arabia Saudita nel calcolo americano. Malgrado il risentimento degli al-Saud, infatti, Trump ha appena notificato al Congresso la propria intenzione di rafforzare il contingente militare statunitense schierato nel loro paese.

Ci si può chiedere cosa abbia messo sul piatto Erdogan in cambio di tutto questo. Al momento, però, non ci sono risposte certe. Non è da escludere che Ankara abbia aiutato gli Stati Uniti ad eliminare al-Baghdadi, offrendo a Trump un successo da spendere in queste fasi iniziali della campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. Ma sembra francamente troppo poco.

È improbabile che Erdogan abbia promesso di allentare i suoi rapporti con Mosca, dal momento che ha confermato immediatamente di non voler rinunciare agli S-400 che sta acquistando dalla Federazione Russa. È quindi dubbio che siano state create le condizioni per ribaltare la decisione americana sulla fornitura alla Turchia dei costosi F-35 che Ankara voleva acquistare.

Forse Erdogan si è impegnato a creare difficoltà all’Iran, circostanza che spiegherebbe le manovre militari improvvisamente organizzate da Teheran in prossimità del confine turco. Ma per ora sono tutte congetture. Saranno gli eventi a spiegare cosa davvero è successo. Ci vorrà tempo per capire cosa si siano detti Erdogan e Trump il 13 novembre scorso, quando si sono incontrati nello Studio Ovale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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