04:31 08 Dicembre 2019

Cause e conseguenze della crisi dell’Ilva

© Foto : Facebook/ArcelorMittal
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La ritirata del colosso indiano Arcelor Mittal dallo stabilimento dell’Ilva di Taranto è soltanto l’ultimo episodio della complessa parabola che ha interessato la siderurgia italiana e, più in generale, le grandi imprese del Bel Paese.

Per capire le dimensioni e le radici di questo dramma, non è inopportuno ricordare l’importanza che ebbe la siderurgia nello sviluppo italiano ed il ruolo svolto dall’acciaio nel cosiddetto “miracolo economico” del dopoguerra.

Dal momento della sua apparizione in Italia, negli anni ottanta del XIX secolo, fino agli anni sessanta del Novecento, la produzione annuale d’acciaio fu considerata fra i principali parametri attraverso cui valutare la distanza che separava l’industria italiana da quella dei principali rivali europei.

L’acciaio aveva anche una grande valenza militare. D’acciaio erano fatte, ad esempio, le grandi navi da battaglia di cui erano composte le flotte delle maggiori potenze del mondo. E la siderurgia alimentava anche le produzioni dell’industria meccanica.

La prima acciaieria italiana sorse a Terni, nel cuore dell’Umbria, perché si riteneva che uno stabilimento così strategico per la Marina militare dovesse trovarsi nel punto più lontano dalle possibili sorgenti di minaccia del tempo. E ancor oggi non è raro trovare nei pressi degli impianti siderurgici di ieri e di oggi riferimenti toponomastici alla figura dell’ammiraglio Benedetto Brin, l’uomo che cinse di ferro le navi da guerra italiane.

Malgrado l’interesse anche militare a svilupparla, l’industria italiana dell’acciaio rimase però debole e asfittica fino alla fine della Seconda guerra mondiale, senza mai raggiungere scale di produzione davvero significative.

La soglia dei due milioni di tonnellate annue fu spesso considerata alla stregua di un miraggio, circostanza che spiega anche i bassi volumi produttivi che contrassegnarono la performance delle fabbriche incaricate di produrre cannoni e carri armati per le forze armate italiane tra il 1940 ed il 1943. Anche la motorizzazione civile di massa rimase un sogno.

L’Italia, si diceva, non avrebbe mai potuto diventare una grande produttrice d’acciaio anche perché le mancavano le materie prime necessarie alla siderurgia, al contrario di quanto succedeva in Gran Bretagna o Germania.

Ad un certo punto, però, un manager pubblico di grande talento, Oscar Sinigaglia, si rese conto che l’abbassamento dei costi di trasporto via mare e la fine delle grandi barriere protezionistiche avrebbero potuto dischiudere all’Italia una grande opportunità, se solo avesse voluto coglierla.

Fu allora che venne concepito il piano della Finsider per la produzione a ciclo integrale dell’acciaio, da concentrarsi in una serie di impianti costieri di dimensioni ragguardevoli.

Mentre Enrico Mattei forniva all’Italia le risorse energetiche di cui avrebbe avuto bisogno la sua industria, Sinigaglia e la sua Finsider diedero finalmente alle imprese italiane quelle grandi quantità di acciaio a basso costo che permisero in molti settori la transizione alla grande produzione di serie.

Bagnoli e Taranto sono state protagoniste di questa storia e rappresentano parte del contributo, oggi dimenticato, dato dal Sud e dal settore pubblico dell’economia ad una delle crescite più rapide che si siano registrate in un paese occidentale.

Poi subentrarono recessioni, ristrutturazioni e difficoltà di vario genere, al termine delle quali comunque l’Italia riuscì a rimanere tra i primi dieci produttori mondiali d’acciaio, spesso raggiungendo la soglia dei 30 milioni di tonnellate annue, senza che però lo Stato potesse più dirigere le sorti e controllare il destino della propria industria siderurgica.

L’acciaio italiano risentì negativamente delle decisioni assunte in ambito europeo allorchè si dovettero concordare le modalità di ripartizione del ridimensionamento del comparto. Quando vennero negoziati i tetti di produzione per ciascun Stato membro, infatti, i politici italiani non riuscirono sempre a proteggere gli impianti del loro paese, anche per effetto della maggior forza contrattuale di alcuni partner comunitari.

Per salvare alcune acciaierie tedesche, ad esempio, Roma fu costretta ad accettare senza battere ciglio la liquidazione di alcuni stabilimenti che si trovavano in Italia ed erano tra più moderni ed efficienti d’Europa.

Successivamente, nella presunzione di fare dell’Europa un’economia basata sui principi di libera concorrenza, centralità del consumatore e limitazione del ruolo dello Stato, si escluse la possibilità di interventi del capitale pubblico in campo industriale, con la sola eccezione delle produzioni per la Difesa, proprio mentre la Cina si apprestava a dimostrare quali performance si possano realizzare quando uno Stato forte partecipa alla competizione economica operando alla stessa maniera di un imprenditore privato.

Paesi come l’Italia che si erano sviluppati anche grazie ai capitali pubblici ed alle capacità di grandi manager di Stato finirono così col dipendere da investitori esteri non sempre affidabilissimi e comunque certamente assai poco sensibili agli interessi nazionali dello Stato ospite.

Questa circostanza spiega perché, adesso, l’Italia sia costretta a mendicare il sostegno di investitori esteri per evitare la chiusura dell’Ilva e la perdita di ben 5 milioni di tonnellate di capacità produttiva. Sono stati messi sotto accusa molti politici di ieri e di oggi, ma il problema è più grande.

Qualcosa non va proprio nel modello di sviluppo. L’Unione Europea non combatte soltanto il nazionalismo politico in nome di un cosmopolitismo elitario, ma anche l’idea che una società possa decidere di tassarsi per alimentare la propria crescita produttiva con investimenti statali, quando il settore privato del suo sistema economico non riesca a farlo nella misura desiderata.

Questo approccio risente di un pregiudizio che andrebbe superato. Non sempre, infatti, pubblico è inefficienza. A volte può invece avere una valenza strategica, della cui ignoranza si avverte ormai la pesantezza delle conseguenze.

Si ha a volte l’impressione che la circostanza non venga colta in Italia, dove le preoccupazioni legate all’occupazione e alla salvaguardia dell’ambiente sembrano esaurire l’intero dibattito ogni volta che venga ventilata la chiusura di un impianto.

Anche se la salute e il lavoro sono certamente valori fondamentali da tutelare, non dovrebbe mai essere dimenticato che produrre acciaio non è come fabbricare calzature o elettrodomestici. Così come rinunciare ad una compagnia aerea di bandiera non è come cedere il controllo di una catena di alberghi.

Esistono infatti comparti la cui delicatezza e rilevanza sistemica giustificherebbero una rivalutazione del ruolo dello Stato. Non si tratta di nostalgie ideologiche, anche se talvolta si fanno sentire anche quelle, con l’effetto di inquinare ulteriormente il confronto su questi argomenti.

All’Italia, in effetti, non servirebbero tanto nuove dosi di socialismo, pure invocate, ma piuttosto una nuova cultura strategica in grado di orientare anche la gestione delle crisi aziendali che riguardano i settori più importanti dell’economia.

La questione meriterebbe di essere affrontata anche a livello europeo, prima che la perdita di sovranità produttiva si generalizzi, assumendo dimensioni continentali.

I tempi sono stretti, ma è difficile che si riesca a far presto, dal momento che gli Stati economicamente più forti dell’Unione Europea forse ritengono di potersi avvantaggiare dell’indebolimento dei loro partner più deboli. Non può stupire, in queste circostanze, che l’euroscetticismo cresca.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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