03:08 18 Novembre 2019
Premier dell'Italia Giuseppe Conte al vertice Ue a Bruxelles

Delusioni europee per il governo giallorosso

© AP Photo / Virginia Mayo
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Il cambio di governo intervenuto in Italia la scorsa estate aveva alimentato molte aspettative in quella parte dell’opinione pubblica e dell’establishment che tende a vedere nell’Europa l’unica soluzione ai molti problemi che affliggono il Bel Paese.

Era molto forte e diffusa, in particolare, la sensazione che le autorità comunitarie e, soprattutto, le due potenze leader dell’Unione Europea – Francia e Germania – avrebbero ammorbidito le loro richieste nei confronti di Roma, per rafforzare gli europeisti di ritorno nella stanza dei bottoni e togliere alla narrazione salviniana ogni residuo appeal.

Quanto è accaduto nelle ultime settimane ha fatto giustizia di queste illusioni su almeno due dossier di cruciale importanza.

In primo luogo, dall’Europa non è giunto alcun significativo sostegno sul versante della gestione dei flussi migratori. La delusione è stata di quelle brucianti. In effetti, si era sperato in settembre che a La Valletta – dove si erano riuniti i rappresentanti di cinque paesi europei - si potesse raggiungere un accordo in grado di allentare la pressione su Malta e Italia. E sembrava veramente che da Francia e Germania stessero giungendo importanti segnali di apertura in questa direzione.

Roma e La Valletta avrebbero consentito alle navi delle organizzazioni non governative di approdare ai propri porti, ma entro un mese dall’arrivo dei migranti Parigi e Berlino si sarebbero fatte carico ciascuna del 25% degli sbarcati. La Finlandia, presente a Malta come paese presidente di turno del Consiglio Europeo, avrebbe garantito la successiva europeizzazione dell’intesa, che comunque non copriva i migranti irregolari che avessero raggiunto le coste italiane o maltesi con mezzi di fortuna diversi rispetto alle imbarcazioni delle Ong.

Le cose, tuttavia, non sono andate come previsto. Non solo si sono introdotte rapidamente eccezioni per consentire agli Stati contraenti di sottrarsi all’accoglienza in caso di afflussi massicci, ma in sede di Consiglio dei Ministri dell’Interno non si è riusciti a far accettare quanto concordato a La Valletta.

La circostanza può stupire soltanto chi non comprende la vera natura della politica migratoria dell’Unione Europea, che poggia tuttora sugli accordi di Schengen, voluti negli anni novanta proprio per arginare i grandi flussi migratori alimentati dagli squilibri economici: cioè per chiudere lo spazio europeo, impermeabilizzandolo rispetto al fenomeno dell’immigrazione irregolare generata dalla ricerca di migliori opportunità di lavoro e più alti redditi.

La stessa Italia non venne ammessa in prima battuta nello spazio Schengen, pur avendo sottoscritto il trattato istitutivo, perché i suoi partner europei dubitavano della sua capacità di garantire la tenuta dei tratti di frontiera esterna che sarebbero ricaduti nella sfera di responsabilità delle autorità italiane.

Per ottenere l’effettiva integrazione nel sistema Schengen, fu necessario all’Italia irrigidire la propria normativa concernente l’immigrazione e, soprattutto, far sfoggio di grande determinazione, mandando la Marina Militare ad interdire il flusso dei barconi che attraversavano l’Adriatico e poi – dopo il naufragio della Kader-I Radesh - direttamente Finanza e Guardia costiera italiana a presidiare i porti albanesi.

Malgrado questi fatti, e la constatazione che i migranti sono assai poco graditi nel grosso dei paesi europei, in Italia si è invece misteriosamente affermata l’erronea percezione di un’Europa tollerante ed accogliente. A molti è sfuggita la profonda differenza che esiste tra il sistema di tutele previsto internazionalmente in favore dei profughi politici e le norme assai più restrittive che ovunque si applicano ai migranti economici.

Soprattutto, non si è capito che sul controllo dei flussi migratori si gioca la sopravvivenza politica di molti governi. Di qui il fiasco, la prima cocente delusione incassata sul versante europeo dal Conte 2.

A questo smacco, si è più recentemente aggiunto quello riportato nel campo della finanza pubblica. Al contrario di quanto era lecito attendersi, infatti, le autorità comunitarie non paiono aver riservato alcun trattamento di favore al governo giallorosso, richiamato all’ordine esattamente come quello che lo aveva preceduto.

In questo caso, lo stupore è peraltro legittimo. Non solo sarebbe infatti convenuto alla Commissione Europea puntellare una maggioranza italiana più vicina all’Europa di ogni alternativa disponibile nell’Italia di oggi. Sarebbe stato utile anche ad una Germania sull’orlo della recessione poter contare su una più vivace domanda italiana di prodotti tedeschi. Ma l’intransigenza ideologica dei custodi dell’ortodossia, sempre forti a Bruxelles, ha avuto la meglio.

Spiace rilevare ancora una volta come all’Italia non sia stato applicato lo stesso metro di valutazione che tante volte ha permesso ai francesi e persino ai tedeschi di sforare i parametri di bilancio stabiliti a Maastricht. Ma in fondo, dietro la grande crisi dell’europeismo italiano ci sono proprio queste asimmetrie sempre più evidenti, che ormai anche il pubblico del Bel Paese coglie.

Molti italiani hanno genuinamente creduto che nazioni e confini non esistessero più. E che in Europa fosse stata instaurata la pace kantiana.

Ma non è così. Se ne è accorto persino Sandro Gozi, che ha dovuto rinunciare ad un incarico assunto nel governo francese dopo la scoperta di una sua simultanea collaborazione con quello maltese. Non tutti i paesi sono politicamente ingenui sulla scena internazionale come lo è l’Italia.

Ecco perché a Roma e dintorni è necessaria una maturazione, prima che sia troppo tardi. Forse è proprio questo ciò che domenica scorsa hanno chiesto gli elettori umbri, esprimendo con il loro voto tutta la loro sfiducia nei confronti della maggioranza attualmente al potere.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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