02:57 18 Novembre 2019
Il capo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi

La fine di Al Baghdadi è un grosso mistero turco

© AP Photo / Militant video
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Braccato da oltre un mese o regalato agli americani in cambio del via libera all’intervento contro i curdi? Di certo l’eliminazione del Califfo in un villaggio a quattro chilometri dalla frontiera turca dentro una provincia di Idlib controllata da esercito e servizi di Ankara non è stata una sorpresa per Erdogan.

La fine del Califfo Abu Baqr Al Baghdadi è un mistero turco. Che ci faceva l’uomo più ricercato dal Medio Oriente a Barisha, un villaggio distante quattro chilometri dalla frontiera turca, nel mezzo di una provincia di Idlib dove Ankara è presente con il suo esercito e dove i suoi servizi segreti appoggiano gli undici gruppi jihadisti del cosiddetto Fronte Nazionale di Liberazione (Jabhat al-Wataniya lil-Tahrir)?

In questa semplice domanda si celano gli arcani di un blitz che, stando a quanto rivelato da Donald Trump, era in preparazione da due settimane. E qui sorgono dubbi e discrepanze. Stando alle indiscrezioni la Cia teneva d’ occhio la provincia di Idlib già un mese fa quando nella zona erano arrivate le mogli di Jumah e Ahmad, due fratelli di Al Bghdadi. Il capo dell’Isis aveva invece raggiunto il villaggio di Bashara dolo 48 ore prima del blitz. Il trasferimento nel nuovo nascondiglio è presumibilmente la conseguenza di rivolgimenti che finiscono con il mettere con le spalle al muro Al Baghdadi e i suoi.

Ma pur essendo l’ultima provincia della Siria ancora sotto il controllo ribelle Idlib rappresenta un terreno assolutamente infido per un Califfo in fuga. E non solo per la presenza dell’esercito e delle intelligence russe, siriane e turche, ma anche per il rapporto di grande conflittualità tra Isis e Tahrir al Sham, la costola siriana di Al Qaida (un tempo chiamata Jabhat Al Nusra) che grazie ai suoi oltre 12mila militanti controlla buona parte di Idlib. Creata nel 2012 su ordine dello stesso Al Baghdadi che per fondarla spedisce dall’Iraq alla Siria quel Abu Mohamml’ad Al Joulani che ancora oggi la guida la costola siriana di Al Qaida rompe con l’Isis già nel 2014 quando il Califfo entra in rotta di collisione con Al Zawahiri, l’erede di Osama Bin Laden ai vertici dell’organizzazione.

Da allora le due formazioni si affrontano in una spietata guerra intestina costata la vita a centinaia di militanti. Decidendo di rifugiarsi a Idlib Al Baghdadi è però consapevole di non doversi guardare solo da Al Qaida, ma anche dai servizi segreti turchi che nella zona coordinano le attività del Fronte di Liberazione Nazionale un mosaico di milizie jihadiste dello stesso stampo di quelle schierate per combattere i curdi nel nord est. La decisione del numero uno dell’Isis di abbandonare i rifugi nel nord est della Siria per trasferirsi in territorio zeppo d’insidie come quello di Idlib sembra dunque un’infelice scelta obbligata conseguenza di rivolgimenti imprevedibili e inattesi.

Primo fra tutti il venir meno delle reti di protezione che ne garantiscono la latitanza e rispondono a molti interessi turchi. Che la Turchia sia stata, in passato, un padrino occulto dell’Isis non è un mistero. Dal 2014 al 2016 ha acquistato e rivenduto sul mercato internazionale il petrolio razziato dall’Isis in Siria e garantito cure e assistenza medica ai combattenti dello Stato Islamico feriti sui fronti di Raqqa e Mosul. Per questo l’intelligence turca ha continuato – in questi anni - a garantire al Califfo una discreta protezione nella convinzione di poterne in futuro trarre qualcosa in cambio.

L’occasione si è presentata poche settimane fa quando la testa del Califfo è diventata l’offerta impossibile da rifiutare da presentare a Trump per convincerlo a tradire i curdi e a sottoscrivere la realizzazione di una zona di sicurezza sotto controllo turco al confine con la Siria. Caduta la rete di protezione turca Al Baghdadi si è trovato così nella complicata condizione di trovare un nuovo rifugio per se stesso e la sua corte di familiari e fedelissimi. Tornare in Iraq dove le frontiere sono sotto il controllo di americani e milizie sciite era impensabile. Fermarsi nel deserto al centro della Siria e a ovest di Der El Zor dove l’Isis ha ancora qualche cellula significava finire nel mirino dei servizi segreti siriani e russi. Alla fine, dunque, ha dovuto accettare l’ ospitalità di Hurras Al Din, una piccola fazione al qaidista spuntata nel ginepraio di Idlib all’inizio del 2018. In rottura sia con Tahrir Al Sham, sia con i gruppi filo turchi, la formazione era alla ricerca di un alleanza con i resti dell’Isis per mettere in piedi una campagna di attentati internazionali. Non a caso il 30 giugno e il 31 agosto le sue basi erano già diventate il bersaglio di due raid dell’aviazione Usa, gli unici messi a messi a segno da Pentagono nella provincia di Idlib. La formazione era, insomma, un complice problematico sottoposto non solo allo stretto controllo di russi e turchi, ma anche dell’intelligence americana.

Ma il colpo fatale al Califfo non sarebbe stato possibile senza l’autorizzazione all’uso della base Nato di Incirlik, distante solo 150 chilometri in linea d’aria dal villaggio di barisha, e all’utilizzo di elicotteri, droni e jet in una zona ridosso del confine turco strettamente controllata dai radar dell’anti aerea turca. Insomma l’America l’ha ucciso, ma la Turchia ha deciso. E in cambio della sua testa ha ottenuto quelle di centinaia di curdi spogliati della protezione americana.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Turchia, Ankara, Medio Oriente
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