20:16 07 Dicembre 2019
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Curdi contro curdi, perché ad Erbil sotto sotto esultano per l’offensiva turca in Siria

© Sputnik . Dmitriy Vinogradov
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Quando parla dei curdi la pubblicistica meno informata continua a scriverne come se ci trovassimo di fronte ad un popolo compatto, con un’unica storia e un’unica lingua.

Sebbene sia indubbio che esista una etnia curda, probabilmente discendente dagli antichi Medi, è bene ricordare che non esiste una sola lingua curda ma ad essere parlati sono almeno tre differenti dialetti. Non siamo linguisti e ci è impossibile dire se la differenza tra di loro sia più simile a quella tra italiano, francese e spagnolo o tra i dialetti italiani, ad esempio il napoletano ed il veneto.

Sta di fatto che, anche nelle trasmissioni di molte televisioni attualmente emittenti nella regione curdo-irachena, le notizie dei telegiornali sono frequentemente ripetute nelle due parlate localmente più usate. Quanto alla storia, è risaputo che, nonostante i curdi si auto-ritengano una “nazione”, le varie tribù sparse in quell’area che va dall’Armenia alla Turchia, all’Iraq, alla Siria e all’Iran, sono state molto frequentemente in guerra tra di loro, spesso spintevi dai loro protettori del momento tra cui, principalmente, la Persia e l’Impero Ottomano.

Queste premesse e il passato tribale non ancora del tutto superato sono indispensabili per capire ciò che sta succedendo anche ai nostri giorni, ovunque dei curdi siano coinvolti.

Noi italiani non dovremmo stupirci più di tanto perché anche noi, dopo la caduta dell’impero romano, abbiamo visto frequenti guerre tra le varie città appoggiate volta per volta da potenze straniere e dal Papato.

Nella stessa Regione curdo-irachena, l’unica zona in cui esista un auto-governo tutto curdo, le contrapposizioni locali (che oggi assumono tuttavia la forma di partiti e non più di coalizioni di tribù) continuano senza tregua.

Nel 1992, quando dopo la prima guerra del golfo gli Alleati decisero che a Saddam Hussein sarebbe stato proibito intromettersi nelle regioni del nord (curde) e del sud (sciite) e furono create due no-fly zone, tra i curdi di Erbil, guidati dai Barzani con il loro Partito Democratico Curdo (PDK), e quelli di Suleimaniya, guidati da Jalal Talabani con il Partito dell’Unità Curda (PUK), scoppiò una guerra civile che durò fino a poco prima della Seconda Guerra del Golfo. Ancora dopo la definitiva sconfitta di Saddam, le due entità crearono ciascuna un proprio governo pur senza più combattersi, ma solo nel 2005 decisero di crearne uno soltanto, stabilendone la capitale a Erbil. Il presidente della regione divenne Massoud Barzani e Primo Ministro suo cugino, Nechirvan Barzani, mentre Jalal Talabani veniva eletto presidente dello Stato iracheno.

L’accordo, formalmente, dura tuttora e nel Parlamento locale la maggioranza è composta dai due partiti con l’appoggio di qualche partitino satellite. Sotto traccia, e nemmeno sempre proprio “sotto”, la conflittualità continua, così come continua la presenza di “protettorati”. Il PUK è in qualche modo vicino agli iraniani e continua a gestire una relazione amichevole, seppur non ufficiale, con il PKK di Turchia (Partito Curdo dei Lavoratori Turchi – di lontana ispirazione comunista). Il PDK, al contrario, ha allacciato ottimi rapporti con Ankara.

Naturalmente non si tratta di relazioni ideologiche o ideali ma, piuttosto, di pura convenienza.

Il governo di Erbil, tuttora guidato dai Barzani (Nechirvan è diventato Presidente mentre il figlio di Massoud è oggi il Primo Ministro), ha assoluto bisogno di buoni rapporti con la Turchia perché questa rappresenta l’unico sbocco utilizzabile verso il mare (e cioè il resto del mondo) sia per l’export di gas e petrolio sia per l’import di tutte le merci di cui la Regione necessita. Erbil è anche “disturbata” dalla continua presenza sulle proprie montagne che confinano con la Turchia dai militanti del PKK che sconfinano dopo essersi scontrati con le truppe turche o avere effettuato attentati. Dall’altra parte il PUK, se non altro per bilanciare le alleanze degli altri, ma a causa della sua vicinanza geografica con l’Iran, ha ottimi rapporti con Teheran e non disdegna di dare supporto logistico e informativo allo stesso PKK.

Attraverso quella frontiera si sviluppano poi commerci utili ad entrambe le economie, sia ufficialmente che attraverso il contrabbando di generi proibiti dalle sanzioni americane in corso.

I curdi di Siria, quelli attualmente sotto attacco da parte dell’esercito turco e dei gruppi armati da questo finanziati, sono tradizionalmente vicini alle frange armate dell’indipendentismo curdo in Turchia. In aggiunta, il partito dei curdi di Turchia (HDP), che pur rifiuta la lotta armata, rappresenta, di fatto, gli almeno 17 milioni di questa etnia che vivono nell’est dell’Anatolia. Il loro leader, Salhaddin Demirtas (attualmente imprigionato in Turchia con discutibili accuse, nonostante la sua potenziale immunità parlamentare), è uomo carismatico e mediatico e forte dell’importante numero dei suoi rappresentati si pone come potenziale riferimento di tutta la nazione curda, trovandosi così in evidente rivalità personale con i Barzani.

Per tutti questi motivi, (la rivalità con Demirtas, l’inimicizia con il PKK e la necessità di buoni rapporti con Ankara) di là delle dichiarazioni ufficiali che invitano a soluzioni “politiche” e non “belliche”, è comprensibile che da Erbil si guardi al ridimensionamento dei curdi di Siria, comunque avvenga, con un malcelato compiacimento.

All’inizio della guerra civile in Siria, Massoud Barzani aveva riunito ad Erbil alcuni rappresentanti di tutte le fazioni curdo-siriane con l’evidente intento di esercitare, su tutti loro contemporaneamente, una sorta di egemonia politica. Fu redatto perfino un “Erbil Agreement” in base al quale sarebbe stato creato un unico Consiglio unificato del Kurdistan dell’Ovest. Il disegno di ottenerne una forza unica e compatta però fallì, anche a causa di persistenti rivalità personali oltre che politiche.

È naturale e giusto che si invochi per la “nazione” curda la possibilità che possa nascere un unico Stato che li rappresenti tutti, ma il primo ostacolo a che ciò possa realmente avvenire sono proprio le secolari divisioni interne tra di loro. Senza contare che, nella situazione attuale, la creazione di un nuovo Stato, qualunque esso sia, nell’area travagliata del Medio Oriente significherebbe dare la stura ad una serie di rivendicazioni che metterebbero in discussione tutti i confini della zona. Con conseguente destabilizzazione ancora maggiore dell’attuale.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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