02:47 18 Novembre 2019
I veicoli militari turchi e americani al confine tra Siria e Turchia, l'8 settembre del 2019

Si apre in Siria una nuova fase che si sovrappone allo scontro politico in atto negli Usa

© REUTERS / TURKISH DEFENCE MINISTRY
Opinioni
URL abbreviato
Di
2201
Seguici su

Seppure con le modalità irrituali che gli sono proprie, Trump ha dimostrato in Siria che le sue intenzioni sono serie.

Il Presidente americano intende tener fede ad una delle promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca, cercando di ritirare almeno una parte dei soldati che i suoi predecessori avevano mandato disinvoltamente in giro per il mondo.

Si può dubitare della capacità del tycoon di prevalere sugli atteggiamenti dei principali apparati incaricati di eseguirne le politiche, ma dove Trump voglia andare è chiaro.

Lo credono anche i suoi avversari interni ed esterni, che infatti provano ad ostacolarlo, costringendo il Presidente ad abusare degli strumenti della diplomazia segreta. Siccome Pentagono e Dipartimento di Stato non sono ancora disposti ad accettare che la postura internazionale degli Stati Uniti possa cambiare, a Trump non resta altro che spiazzarli con iniziative che paiono ai più estemporanee, ma che estemporanee non sono affatto.

Dalla Siria, il Presidente americano sta provando a far uscire i militari statunitensi da almeno un anno e mezzo. Per fermarlo, alcuni mesi fa non esitò a dimettersi Jim Mattis, che dell’Amministrazione era uno degli elementi di maggior peso, in quanto Segretario alla Difesa. Agli annunci di Trump seguivano smentite e ritrattazioni, a volte persino incrementi delle truppe. Ma stavolta le cose dovrebbero andare diversamente.

Gli sviluppi in atto sono interessanti sotto ogni punto di vista. Malgrado il tentativo di rallentarne l’esecuzione e limitarne la portata geografica, il ripiegamento dei soldati Usa dal Kurdistan siriano è ormai in atto e non ne sembra più possibile l’arresto.

Parte dei militari in uscita si sta dirigendo verso l’Iraq, mentre il Presidente stesso ha individuato in Tanf un’altra destinazione delle truppe un tempo arroccate nel Rojava.

Tanf si trova in una zona desertica prossima al confine giordano. Di fatto, gli Stati Uniti hanno rinunciato al proprio proxy siriano, pur mantenendo forze in grado di monitorare dall’esterno gli sviluppi in atto, che potranno all’occasione essere molto facilmente sgomberate e, come spera il Presidente, rimpatriate.

Nel Congresso americano piovono le condanne per la scelta di Trump, che però sembra conservare il consenso dei suoi elettori, tra l’altro attualmente piuttosto inclini a vedere nell’apertura della procedura dell’impeachment l’esito di un complotto illegale teso a deporre il Presidente o comprometterne le speranze di rielezione.

Su quale sia il cosiddetto “end state” che Trump stia immaginando per la Siria, si possono fare solo supposizioni. Al contrario di quanto comunemente si legge, il Presidente americano è avverso al caos, a differenza del suo predecessore Obama.

Tutta l’azione di politica estera sviluppata finora dal tycoon in Medio Oriente è andata nella direzione della restaurazione dell’ordine e dell’ostilità all’Islam Politico rivoluzionario, circostanza che si è tradotta finora nello stabilimento di assi regionali privilegiati con l’Arabia Saudita e l’Egitto.

Se si scarta la volontà di destabilizzare, le possibilità si riducono a tre. O Trump ha scommesso sulla Turchia, o sulla Russia, o sulla capacità delle due potenze eurasiatiche di equilibrarsi a vicenda.

Inizialmente, e il fatto suscitava sorpresa, sembrava che il Presidente avesse puntato le sue carte sulla riconciliazione con Ankara, offrendole in pasto il Rojava e la possibilità di regolare i conti con i curdi siriani. George Friedman non fa che ripetere da giorni che Trump ha fatto bene a sacrificare i guerriglieri dello YPG, essendo un interesse degli Stati Uniti ricucire la relazione con la Turchia.

Ma non è detto che queste fossero davvero le intenzioni di Trump. Non è infatti da escludere che il Presidente americano in realtà contasse sul fatto che la Russia fosse indotta dal ritiro americano a subentrare nelle postazioni abbandonate dai militari statunitensi, come è poi in effetti accaduto in larga misura.

In Siria, americani a parte, soltanto i soldati russi sono in grado con la loro stessa presenza di dissuadere i turchi dal proseguire la propria offensiva, essendo per Ankara troppo grandi i rischi connessi all’apertura di un conflitto con Mosca.

La terza ipotesi è in realtà una variante della precedente, presupponendo una sorta di spartizione controllata del Rojava, con il governo di Assad protetto da Mosca che recupera il grosso del Kurdistan siriano e la Turchia che si accontenta, per ora, di aver spezzato la continuità territoriale del Rojava e le sue speranze di costituirsi in Stato indipendente.

Sembra realistico immaginare che sia stata proprio questa la soluzione escogitata per permettere a Trump di uscire da una delle “guerre infinite” che lui e i suoi elettori tanto avversano, attribuendo ad altri attori il compito di determinare le condizioni alle quali la guerra civile siriana sarà finalmente composta.

Vi è chi pensa che i movimenti in atto in questi giorni siano stati in realtà preparati da intensi contatti avvenuti riservatamente non soltanto tra americani e turchi, ma anche tra turchi e russi e, forse, anche tra russi ed americani. Gli spostamenti di questi giorni sarebbero in effetti comunicati in tempo reale tra le unità dei diversi paesi, al fine di evitare incidenti, e parrebbero seguire tabelle di marcia predeterminate da tempo.

In ogni caso, Trump ha confermato di non essere ostile al fatto che la Russia possa assumersi maggiori responsabilità nel mantenimento della sicurezza in Medio Oriente. Molti suoi critici, in fondo, proprio questo gli rimproverano. E lo fanno con particolare acrimonia anche perché sta aumentando nel pubblico americano la percentuale di coloro che vorrebbero migliori relazioni tra il proprio paese e la Federazione Russa (addirittura il 56% degli elettori probabili, secondo una rilevazione risalente alla fine dello scorso agosto fatta dalla Rasmussen).

Pensieri nuovi in questa direzione stanno apparendo anche tra i democratici. Se ne è fatta interprete, tra gli altri, Tulsi Gabbard, candidata alla Presidenza, che Hillary Clinton ha non a caso immediatamente accusato di essere un’agente al servizio di Mosca. Siria o non Siria, quindi, la questione dei rapporti futuri tra Russia e Stati Uniti è destinata a dominare la campagna presidenziale appena iniziata in America.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
USA, Siria
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik