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12:53 13 Novembre 2019
Bandiera della Siria, Damasco

Siria, ora l’ago della bilancia è Putin

© REUTERS / Omar Sanadiki
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Per l’America e l’UE è impossibile ammetterlo, ma l’accordo tra Siria e Curdi mediato dal Cremlino oltre a fermare l’avanzata di Ankara, può anche facilitare il ritiro dei ribelli da Idlib e garantire il ritorno dei profughi siriani dalla Turchia, aprendo la strada alla pace dopo otto anni di orrori e ipocrisie coperte da Washington e Bruxelles.

Che disdetta. Che rabbia. Che fastidio. La verità fa male e l’Europa con gli Stati Uniti, dalle cancellerie ai grandi media, faticano ad accettarla. Stentano a rassegnarsi. Per otto anni ci hanno imposto l’immagine di una Siria governata da un dittatore tenuto in piedi dalla Russia illiberale e prepotente di Vladimir Putin. Oggi, invece, scopriamo che in Siria i veri macellai sono quei miliziani definiti, fino a poco tempo fa, “ribelli moderati” o “combattenti per la libertà”.

Sconfitti dal governo di Damasco e dagli alleati russi si sono rifugiati in Turchia, hanno indossato una nuova casacca e sono diventati la truppa di sfondamento usata da Ankara per combattere quei curdi tanto amati dall’Occidente. E così da Roma a Berlino, da Parigi a Washington, il mondo si stringe, piangente e indignato, attorno al cadavere di Hevrin Khalaf, la 35enne attivista e segretaria generale del Partito Futuro Siriano violentata, seviziata e lapidata dai militanti jihadisti al servizio di Erdogan.

L’indignazione e il dolore per l’assassinio di quella donna sono giusti e sacrosanti. Come lo sono quelli per la morte di tanti altri curdi senza nome catturati e giustiziati a bordo strada dai mercenari di Ankara. Peccato che in questi otto anni nessuno abbia espresso uguale indignazione quando quegli stessi barbari sgozzavano i cristiani di Siria o i soldati di Bashar Assad. Quegli assassini, barbari allora come oggi, erano al tempo i migliori alleati di un Occidente pronto a tutto pur di far cadere Bashar Assad. Ma se l’indignazione di fronte ai crimini jihadisti è finalmente libera di esprimersi ben più imbarazzante resta l’ammettere che gli unici disposti a spendersi per salvare i curdi non sono l’Europa e gli americani, ma quei cattivoni di Bashar e Vladimir. Ancor più fastidioso e sgradevole è ammettere che l’accordo siglato dai capi curdi e dal governo siriano con la mediazione di Mosca è semplicemente un ritorno al passato.

Un ritorno a quel passato, precedente la guerra in cui i curdi vivevano all’interno dei confini della Siria, ma godevano per concessione di Damasco d’una autonomia ben superiore a quella riconosciuta loro dalla Turchia alleata della Nato e candidata al tempo ad entrare nell’Unione Europea. Ma questo ritorno al passato è ancor più imbarazzante perché rivela in una sorta di triste moviola le ipocrisie di un’Europa e di un’America che prima ancora di illudere i curdi hanno tradito i propri ideali e la propria identità.

Fino a quel fatidico settembre 2015 quando la Russia è entrata nel conflitto siriano, contribuendo a rivelarne molte verità nascoste, Washington e le cancellerie occidentali hanno fatto carte false pur di non ammettere che dietro l’avanzata e gli orrori dello Stato Islamico e delle altre formazioni jihadiste si nascondevano i loro stessi alleati. Prima di tutti la Turchia che ne comprava il petrolio trafugato in Siria e armava le milizie di Al Baghdadi. Subito dietro quel Qatar e quell’Arabia Saudita da cui partivano militanti e sostanziosi sovvenzionamenti. Solo l’entrata in Gioco del Cremlino ha svelato quel gioco ipocrita, ha costretto sauditi e qatarioti ad abbandonare una partita ormai perduta ed ha spinto la Turchia di Erdogan a trattare.

In questi giorni solo Putin, con l’appoggio di Bashar Assad, si è mosso concretamente per fermare la strage dei curdi trasformando l’assalto di Ankara in un’occasione per ricomporre il caos siriano. Tenendo a bada quelle componenti più legate al vecchio Pkk di Ocalan inaccettabili per Ankara e facendosi garante della moderazione curda il Cremlino può limitare l’avanzata turca a poche zone di confine. E non appena Ankara accetterà di riprendersi i miliziani jihadisti sguinzagliati, assieme alla costola siriana di Al Qaida, nella provincia di Idlib - l’ultima fetta di territorio siriano ancora sotto controllo ribelle - anche la soluzione finale del conflitto sarà ad un passo.

A quel punto, dopo aver restituito a Bashar Assad il 95 per cento dei suoi territori, Mosca potrà facilmente fargli accettare il ritorno dei 3 milioni e 600mila rifugiati siriani presenti in Turchia avviando un processo di riconciliazione nazionale. Una volta eliminate due fonte di crescente malcontento come la massiccia presenza di rifugiati siriani e l’agguerrita presenza curda alla frontiera meridionale anche Erdogan sarà nella condizione di abbandonare la partita siriana. Insomma la soluzione di un conflitto durato otto anni e costato qualcosa come 400mila vite è probabilmente ad un passo. Ma ad indicare la strada della pace, dopo un’interminabile stagione di ipocrisia ed orrori, ci sta pensando il Cremlino. E questo per Stati Uniti ed Europa rappresenta una realtà tanto dolorosa quanto inaccettabile.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Russia, Turchia, UE, USA, Guerra in Siria, Siria
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