13:17 21 Novembre 2019
Migranti dall'Eritrea a Lampedusa

ESCLUSIVA: la moderna deportazione di schiavi africani. Parte 2

© AP Photo / Luca Bruno
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Situazione in Africa (37)
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Un’altra causa d’immigrazione è il cosiddetto fenomeno del Land Grabbing.

Un’altra causa d’immigrazione è il cosiddetto fenomeno del Land Grabbing, cioè l’accaparramento delle terre africane da parte di alcune potenze e numerose multinazionali che, dopo averne allontanato gli abitanti autoctoni, si arricchiscono sfruttando il territorio e, noncuranti dell’inquinamento ambientale che producono (terra, acqua, aria), mettono a rischio di fame e malattie intere popolazioni.

A differenza degli USA che, tranne i suoi apparati militari, non porta in Africa neppure un veterinario, la Cina sta regalando infrastrutture e consistenti prestiti alla maggior parte degli Stati africani. Quel debito continua a lievitare così velocemente che ogni anno costringe i debitori a regalare, a loro volta, lo sfruttamento delle risorse e il possesso di infrastrutture come i porti, gli aeroporti, le società elettriche e di comunicazione, eccetera. Un autentico “dare avere” in stile colonialista.

Nemmeno l’Italia è però immune da questo sfruttamento del Continente Africano.

L’ENI, considerato il primo operatore petrolifero in Africa, per portare in Italia, per esempio, il petrolio nigeriano ci ha abituati a scandali di corruzioni e maxi-tangenti a pochi funzionari per evitare di pagare il giusto prezzo di mercato. E, visto il flusso sempre maggiore di immigrati provenienti da quei paesi in cui l’ENI è presente, è evidente che il suo operato non porti tanto benessere a quelle popolazioni.

Sistema europeo: creare il pull factor

“Serve un piano Marshall per l'Africa finanziato con 50 miliardi del bilancio comunitario. Creando opportunità per i giovani africani nelle loro terre possiamo fermare i flussi migratori verso l'Italia e verso l'Europa” così ha detto l’ex Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Anche se a me suonano come promesse da marinaio, questo “Aiutiamoli a casa loro” potrebbe essere accolto di buon grado da molti africani se ci fosse la certezza e la garanzia che i finanziamenti stanziati dall’UE attraversassero per davvero il Mar Mediterraneo, compiendo un viaggio a ritroso, al contrario insomma della rotta dei barconi o delle navi mercantili che quotidianamente continuano a circumnavigare il Continente cariche di materie prime africane: caffè, cacao, legname, oro e diamanti, uranio, coltan, petrolio e gas naturale.

Finora tutte le politiche europee sull’immigrazione si sono dimostrate sbagliate, anzi molte scelte economiche e politiche sono state fatte a discapito degli stessi migranti africani. Per fare qualche esempio: l’aver sposato la strategia dei regime-change, l’aver appoggiato le primavere arabe o le rivoluzioni colorate sorosiane, l’aver ordinato alla NATO di lanciare le sue bombe democratiche, l’aver chiuso tutte le vie legali e diplomatiche per negare i visti agli africani, l’aver finanziato la propaganda immigrazionista nei mainstream media ed il conseguente arrivo delle navi delle Ong nel Mar Mediterraneo, l’aver ignorato di perseguire i trafficanti di esseri umani, l’aver creato il pull factor dell’accoglienza con i golosi welfare Nord europei che creano dipendenza. Questo assistenzialismo sfrenato ha corrotto molti giovani facendoli cadere nella depressione e nell’immobilismo psicologico di chi aspetta, alla fine del mese, una paga senza aver lavorato.

E cosa hanno prodotto queste politiche dell’accoglienza cieca e dissennata? Quali reali prospettive hanno offerto a chi ha avuto la fortuna di sbarcare per costruirsi un futuro? Nulla! Nessuna prospettiva se non quella di amplificare l’effetto pull factor!

Avrete tutti visto i recenti video dei migranti in festa poiché la nave Mare Ionio ha avuto l’autorizzazione allo sbarco a Lampedusa. Lo stesso per quegli 83 migranti della Open Arms. Questi i titoloni sui giornali: “Mare Jonio, la festa degli immigrati sul molo dopo lo sbarco dalla Ong”, “Sea Watch sbarca a Malta: la festa a bordo all'arrivo della notizia”, “Ocean Viking, applausi a bordo all'annuncio dello sbarco”.

Insomma sembra tutto calcolato, tutto organizzato. Cosa ci dicono queste scene registrate da qualche fotografo professionista? Le immagini di quella povera gente che abbraccia gli operatori delle Ong, oppure che balla al ritmo di djembe felice di poter finalmente sbarcare, arrivano in Africa prepotenti come uno tsunami. Tutti i giovani possiedono uno smartphone o un televisore ed il messaggio recepito è: “Certo che si può, i porti italiani sono aperti tentiamo anche noi!” Questo è pull factor!

Qualche settimana fa cinque ragazzi appena sbarcati hanno avuto la possibilità di proseguire gli studi e frequentare l’Università di Bologna. Sembra una favola, buon per loro. Certo, cinque sugli oltre 600.000 sbarcati negli ultimi anni non è una media da capogiro, ma qual è il messaggio che viene recepito dagli studenti di tutta l’Africa?

“In Italia ti fanno studiare all’Università!”. Un altro pull factor che serve per attirarne altri! Noi sappiamo invece com’è che funziona il sistema, ci saranno sempre nuovi laureati ai quali l’Europa non riconoscerà il titolo di studio e li costringerà a faticare in quei campi agricoli gestiti da avidi caporali indifferenti al loro fallimento che avrà conseguenze dannose per il futuro stesso dell’Africa.

I giovani africani in questa Europa “accogliente” non hanno mai trovato il paradiso sperato anzi sono stati una volta di più illusi ed ingannati dagli “immigrazionisti e paladini dei diritti umani” che gli avevano promesso risarcimenti per essere stati derubati dai trafficanti per quei viaggi della morte.

Ad attenderli appena sbarcati hanno trovato invece la lunga trafila burocratica fatta di impronte digitali, di fotosegnalamenti ed esami medici, poi i campi d’accoglienza ben recintati e controllati con orari militari ed obbligo di firma due volte al giorno, campi d’accoglienza simili a quelli lasciati in Africa dove avrebbero passato anni in attesa dei documenti. Una vita in un limbo prima di essere destinati ai campi agricoli ridotti a schiavi o a fare lavori fisici malpagati e senza diritti.

Poi ci sono quelli che non vogliono più sgobbare nei campi per 3 euro l’ora e preferiscono mendicare fuori dai locali e dai supermercati, oppure prostituirsi o spacciare droga. Vivono ghettizzati nei palazzi abusivi delle grandi città o sperduti in case abbandonate lontane dai centri urbani o dormendo all’addiaccio fuori dalle stazioni.

Mi chiedo: ma tutta questa gente come verrà integrata? Quanti di questi ragazzi potranno emergere dalla schiavitù, dal sommerso, dalla clandestinità e dalla criminalità organizzata che li aspetta dietro l’angolo? Quanti saranno i fortunati che troveranno lavori onesti e tutelati dalla legge? Quanti potranno trovare case in affitto legali?

Siamo proprio sicuri che non sarebbe stato meglio fare qualcosa per farli restare a casa loro?

A metà settembre il nuovo ministro alle Politiche Agricole Teresa Bellanova, durante la trasmissione “Otto e Mezzo” di La7, ha dichiarato: “Ci sono state delle imprese che mi hanno chiamato per dirmi una cosa semplicissima: che senza flussi migratori ben regolati, molte delle nostre produzioni marciscono nei campi (…) Allora attenti a dire porti chiusi!”

Io credo invece che a Roma come a Bruxelles debbano capire che se vogliono i migranti per i lavori stagionali, si devono rivolgere ai vari governi africani dicendo “Quest’anno ci servono tot persone per questo lavoro, tu quanti me ne puoi dare?” e il governo sollecitato, per esempio, potrà negoziare i diritti e i salari dei suoi concittadini. Questa dovrebbe essere la via maestra così che i raccoglitori di pomodori arrivino in maniera legale comodamente seduti in aereo. Per poi tornarsene a casa sani e salvi con il loro piccolo gruzzoletto.

Conclusione: cosa fare per fermare questa deportazione?

Dal momento che l’immigrazione in Europa è diventata oramai patologica bisognerebbe davvero ripensarla tutta daccapo. Se davvero si vuole risolvere il problema alla radice bisognerà lottare insieme contro il neocolonialismo, bisognerà smetterla di depredare l’Africa delle sue risorse e iniziare a pagare il giusto prezzo per ogni materia prima.

Bisognerebbe finirla con fomentare le guerre interetniche e religiose, il terrorismo e la corruzione dei funzionari asserviti. Smetterla di esportare la democrazia occidentale a suon di bombe lì dove per millenni si è vissuto in armonia. Smetterla di provocare disordini e caos ovunque per poter rubare indisturbati e arricchirsi strangolando l’economia di un intero Continente riducendo la sua popolazione alla fame e di conseguenza incentivare l’esodo dei suoi giovani.

Basterebbe lasciare l’Africa da sola, abbandonarla al suo destino una volta per tutte senza quell’ipocrisia di sentirsi in dovere di “fare qualcosa per salvare l’Africa” ma anzi liberarla finalmente dalle catene della schiavitù.

Per autodeterminarsi l’Africa ha bisogno di tregua e di pace, solo allora sentirà fiducia nei suoi mezzi e sarà in grado di autogestirsi, essere autosufficiente e trovare da sola le cure mediche a tutte le malattie che l’affliggono.

Perché in Africa il futuro si può e si deve costruire! L’Africa è ricchissima e a quest’ora gli africani avrebbero dovuto essere dei milionari! A quest’ora avremmo dovuto assistere all’immigrazione al contrario, il Nord del mondo riversarsi nel Sud.

Per avverare questa utopia bisognerebbe investire sulle risorse umane dell’Africa.

Sono convinto che per superare questo momento drammatico in cui ci troviamo ci vorrebbe un’azione politica all’insegna del buon senso e quindi i paesi dell’Unione Europea devono concedere agli africani i visti per lavoro, per studio, per dottorato e specializzazione, per fare stage o per imparare un nuovo mestiere. E dopo il percorso formativo aiutarli a tornare in Africa per contribuire al suo sviluppo. Solo così si può aiutare l’Africa a svilupparsi in tutti i campi professionali. Ma se non c’è un progetto di “rientro a casa” della diaspora specializzata lo sforzo sarà stato vano e ci rimarrà la certezza che si sia trattato dell’ennesimo furto coloniale, il furto della sua risorsa più preziosa, quella umana.

È imprescindibile che una consistente soluzione al “problema immigrazione” sia ancora, nonostante tutto, in mano agli stessi africani. Per riuscirvi ci sarà bisogno di una classe imprenditoriale africana innovativa e lungimirante. Si può risolvere questa piaga sociale solo creando lavoro in Africa, trasferendo tutte le competenze e il know-how acquisito all’estero dalla diaspora africana, puntando sulle innovazioni, sulla tecnologia, sull’energia rinnovabile, sulla sanità avanzata, sull’acqua potabile e sull’agricoltura biologica per la sicurezza alimentare. Bisognerà offrire ai giovani un lavoro che gli permetta di restare nella loro terra e con le proprie famiglie.

Serviranno imprenditori africani coraggiosi che diventino simbolo e modello per le future generazioni, persone che scelgano di ritornare a casa per investire focalizzando tutti i loro sforzi nell’istruzione e nella formazione professionale dei più giovani. Imprenditori che con idee innovative e con le loro imprese di successo raccontino la “loro” Africa, per seminare oggi ciò che si raccoglierà fra 10 o 20 anni, contribuendo alla costruzione di un futuro dove i bambini di oggi possano diventare i leaders di domani, preparati e capaci di amministrare il bene pubblico a vantaggio di tutta la popolazione.

Solo allora l’Africa potrà risorgere e avranno fine questi maledetti viaggi della morte.

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I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tema:
Situazione in Africa (37)
Tags:
Crisi dei migranti, Africa
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