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08:31 15 Ottobre 2019
Elezioni in Afghanistan

Afghanistan, una farsa chiamata democrazia

© REUTERS / Omar Sobhani
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I risultati delle presidenziali arriveranno tra un mese, ma i due principali contendenti già litigano e il paese sprofonda nel caos. L’esercito è al tracollo, i talebani avanzano e il governo ormai controlla solo i grandi centri. Praticamente la stessa situazione del 1989 quando l'Urss decise il ritiro.

Le chiamano elezioni, ma sono solo il teatrino della democrazia. Per capirlo bastano pochi dati. In Afghanistan si è votato sabato 28 settembre, ma i risultati preliminari, come avverte Habiburrhman Nang capo della commissione elettorale, non saranno disponibili prima del 19 ottobre. Per quelli definitivi bisognerà aspettare, invece, il 7 novembre. In compenso i due principali e consumati protagonisti di questo rito elettorale, il presidente uscente Ashraf Ghani ed il capo dell’esecutivo Abdullah Abdullah, già dichiarano vincitori assoluti.

Nonostante la mancanza di dati ufficiali e convalidati sostengono entrambi di aver superato quella soglia del 50 per cento che renderebbe superfluo un ballottaggio. Il teatrino va avanti dal 2014. Allora dopo una contesa sul risultato del voto durata mesi Ghani venne nominato presidente. Per Abdullah venne, invece, creata la carica di capo dell’esecutivo trasformandolo in una sorta di premier con poteri vicini, e talvolta sovrapponibili, a quelli del presidente. La riproposizione dello scontro, al di là di chi abbia vinto veramente, restituirà un governo spaccato dalla lotta intestina fra due leader preoccupati più di sottrarsi fette di potere che di contenere politicamente e militarmente l’avanzata dei talebani.

Un’avanzata favorita dalla sempre più scarsa fiducia della popolazione nei confronti di una classe dirigente figlia della “democrazia”. I dati sulla partecipazione al voto ne sono la dimostrazione. Spaventati dalle minacce talebane gli afghani hanno disertato le urne. I dati sull’affluenza parlano di 2500 seggi elettorali su 4mila rimasti chiusi e di appena 2milioni e 100mila votanti sui 9 milioni e 600mila iscritti alle liste elettorali. Quei numeri sono lo specchio della diffidenza di una popolazione condannata a vivere nel clima di terrore imposto ora dai talebani, ora dagli insorti legati allo Stato Islamico. Se a Kabul e nelle altre grandi città gli attentati a palazzi governativi e centri istituzionali o moschee seminano morte con cadenza praticamente settimanale, nelle zone rurali chiunque collabori con governo, esercito o polizia fa i conti con il rischio di venir rapito e ucciso.

Un clima di angoscia e incertezza a cui contribuisce la crescente inefficienza di un apparato di sicurezza sempre meno motivato. Da mesi le forze afghane perdono un media quotidiana di quaranta fra soldati e poliziotti negli scontri con talebani e Stato Islamico. Tutto questo oltre ad alimentare un clima di pessimismo, paura e rassegnazione contribuisce a moltiplicare il ritmo delle diserzioni rendendo sempre più incerto e rarefatto il controllo del territorio.

Secondo una mappa realizzata negli Stati Uniti dalla “Fondazione per la difesa della democrazia” i talebani controllano, già oggi, 70 distretti mentre in almeno 194 il controllo è incerto o traballante. E anche nella metà dei 133 rimasti al governo centrale gli insorti arrivano a minacciare le periferie dei centri urbani. La cancellazione dei negoziati diretti con i talebani, bloccati ad agosto dal “no” di Trump, ha definitivamente cancellato l’ipotesi di un accordo per il ritiro dei 14mila soldati americani. Il paese si ritrova così in una situazione di sanguinoso quanto precario stallo.

La presenza del contingente americano e di 17mila militari della Nato, tra cui 900 italiani, incaricati di garantire l’addestramento delle truppe afghane non è chiaramente sufficiente a contenere l’avanzata di un’insurrezione talebana che guadagna consensi grazie anche alla mancanza di progetti per la governabilità e alla dilagante corruzione delle forze governative. In questo limbo il governo sopravvive a Kabul e nelle altre grandi città grazie alla protezione garantita dalle forze straniere, ma è drammaticamente assente nelle zone rurali e montagnose dove l’egemonia talebana si allarga giorno dopo giorno.

Più o meno la stessa situazione del 1989 quando l’Armata Rossa fu costretta ad un umiliante ritiro. Ma quello era l’esercito di un’Unione Sovietica ormai prossima al collasso. I soldati rimasti oggi a puntellare il governo di Kabul sono, invece, l’ultima retroguardia di una promessa di democrazia ormai largamente naufragata.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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NATO, Afghanistan
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