15:41 11 Dicembre 2019
Proteste in Iraq

A chi convengono le proteste in Iraq (e a chi conviene che non cambi nulla)

© AP Photo / Hadi Mizban
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Chi aveva pensato che la sconfitta dello Stato Islamico e la cacciata dei suoi miliziani da quasi tutto il territorio iracheno avesse posto fine alle sofferenze economiche e sociali dell’Iraq si sbagliava.

Nonostante, dopo lunghissimi negoziati, dal 25 ottobre dell’ anno scorso si sia finalmente insediato un governo e il 24 giugno il Primo Ministro Al Mahdi abbia completato le caselle nominando gli ultimi tre ministri (dell’Interno, della Giustizia e della Difesa), i problemi nel Paese ci sono ancora e, anzi, aumentano ogni giorno che passa.

Disordini

Da martedì 1 ottobre in varie città del Paese sono riprese proteste violente contro il governo, imputandogli la responsabilità della carenza di servizi di base quali acqua ed elettricità, la disoccupazione sempre alta, la corruzione che non diminuisce e anche il diverso trattamento economico tra le varie formazioni che compongono l’esercito iracheno. Giovedì 3 ottobre cinque persone sono state uccise in due diverse città e decine sono i feriti. Il totale dei morti in soli tre giorni è di 19 ma gli scontri continuano e qualcuno accusa che i morti siano già 40.

Il governo ha bloccato ogni accesso a internet e imposto il coprifuoco, ma nessuno crede che ciò basti a fermare i movimenti di piazza. La situazione è così grave che gli americani hanno imposto al proprio personale non indispensabile di lasciare non solo gli uffici di Bagdad, ma persino quelli di Erbil, zona solitamente ritenuta molto più sicura. Anche l’Iran ha deciso, per motivi di sicurezza, di chiudere (per ora) due dei nove passaggi di frontiera. 

I problemi economici

Oggettivamente, i problemi economici sono enormi e il costo della ricostruzione, stimato in circa 90 miliardi di dollari, fatica a trovare i finanziatori. L’ UNDP, all’inizio di settembre, ha deciso lo stanziamento di 33 miliardi di dollari quale sostegno a progetti per il rifacimento delle infrastrutture di base ed il ripristino dei servizi essenziali cioè acqua, elettricità, ospedali, scuole e alloggi. Tuttavia, dalla decisione all’erogazione e soprattutto alla percezione popolare che le cose stiano migliorando passerà molto tempo.

I motivi di scontento tra la popolazione sono quindi comprensibili ma è possibile immaginare che a soffiare sul fuoco siano anche forze esterne che stanno facendo dell’Iraq un loro ennesimo punto di scontro non dichiarato.

Da molti anni, l’Iraq è un luogo geografico che vede contrapporsi le volontà egemoniche di Turchia, Iran e Arabia Saudita. Se a ciò si aggiunge l’attuale scontro USA/Iran, il quadro si completa. Di fatto, nonostante la maggior parte dei membri del governo sia formata da personalità competenti, di cui molti con lunghe esperienze di studio o di lavoro all’estero, l’autorevolezza del potere centrale diminuisce ogni giorno di più agli occhi di ogni iracheno.

Quali sono i confini?

Non ha senso stupirsi se si pensa che i confini sono un colabrodo e l’esercito, sotto l’apparenza di una guida unitaria, è composto da almeno tre forze indipendenti (i Peshmerga curdi, le milizie sciite che si erano battute contro l’Isis e l’esercito ufficiale). Inoltre l’illegalità continua ad essere molto diffusa, come sotto i governi precedenti. L’esercito turco continua i suoi sconfinamenti in territorio iracheno sia nella regione autonoma curda sia più a sud per colpire i ribelli del PKK. Recentemente, ed esattamente tra luglio e agosto, una serie di raid aerei ha colpito obiettivi militari, in massima parte depositi di munizioni, e un convoglio di veicoli appartenenti alle milizie sciite. Ufficialmente nessuno ha rivendicato l’attacco ma tutti sono convinti si sia trattato di aerei israeliani.

A Bagdad sono consci che la situazione resta basata su un equilibrio estremamente instabile e che ci si deve destreggiare continuamente tra le pressioni contrastanti che arrivano da Washington e dalle capitali dei Paesi vicini. Reagire, o anche solo denunciare gli attacchi (supposti) israeliani creerebbe tensioni con Washington, rompere con la Turchia spingerebbe quest’ultima ad accentuare i legami con il Kurdistan iracheno alle spalle del governo centrale. Senza contare che potrebbero venir meno i 5 miliardi di aiuti promessi da Ankara. Anche la presenza iraniana è ovunque e si esercita non solo attraverso le milizie da lei controllate ma con l’influenza su molti dei centri politici e di potere.

La sunnita Arabia Saudita, nonostante tutto, è l’unico Paese che attualmente non crea problemi, tanto è vero che, dopo anni di assenza, Riad ha riaperto la propria ambasciata a Bagdad e un passaggio di confine tra i due Paesi. Tuttavia, avvicinarsi troppo ai sauditi (da cui si è ricevuta l’offerta di un finanziamento di un miliardo di dollari) significherebbe dispiacere agli iraniani.

Cosa che è meglio evitare. Lo sa bene anche il leader politico iracheno e sciita Muqtada Al-Sadr che, pur non avendo alcun incarico pubblico, è riconosciuto come il leader del partito di maggioranza relativa. Subito dopo la caduta di Saddam Hussein aveva mobilitato tutti i suoi seguaci per ottenere l’allontanamento delle truppe americane e aveva condotto questa azione in stretto accordo con Teheran. Ottenuta però la loro partenza (ne restano circa 5.000), si era rivoltato contro Teheran in nome dell’indipendenza del proprio Paese e sulla base di questo nazionalismo, di una lotta al settarismo politico e religioso e contro la corruzione aveva conquistato un grande successo elettorale. Tuttavia, con sicuro realismo politico, lo scorso settembre si è recato nuovamente a Teheran per un incontro, certamente non di sola cortesia, con il leader supremo l’Ayatollah Khamenei.

Gli altri

Oltre ai suddetti “attori” esterni ce ne sono anche altri due, apparentemente più defilati, che non perdono di vista la situazione e cercano di trarre il massimo profitto: la Russia e la Cina. La prima ha firmato accordi per uno scambio di intelligence e per la vendita di armamenti (tra cui i carri armati T90 dell’azienda Uralvagonzavod). Si parla anche di un interesse di Bagdad per sistema di difesa missilistica russa che tornerebbe molto comodo in caso di nuovi attacchi da parte di aerei “fantasma”. La Cina, da parte sua, ha evidenziato invece una forte volontà di rafforzare le relazioni bilaterali nell’ambito energetico e dello sviluppo in generale. Non a caso, la società cinese Hilong Oil Service & Engineering Co. ha firmato un contratto per l’allestimento di 80 nuovi pozzi per un valore superiore ai 50 milioni di dollari.

Ciliegina sulla torta: nel 2020 Papa Francesco ha dichiarato di voler visitare il Paese e il presidente iracheno Barham Salih ha definito “storica” questa possibilità. 

Il presente, dunque, è molto amaro per quello sfortunato Paese, ma il futuro, almeno a breve, non promette buone nuove.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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