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08:53 15 Ottobre 2019

Il Kievgate s’ingrossa e forse accelera

© AP Photo / Alex Brandon
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La lotta politica in corso in America s’inasprisce ed attorno al Kievgate il Partito democratico sta riflettendo sul modo migliore di sfruttare l’opportunità che si è presentata per danneggiare il presidente Trump, costi quel che costi, in queste fasi preliminari della campagna che tra 13 mesi porterà al voto per la Casa Bianca.

Mentre in un primo momento era prevalente la sensazione che la Camera dei Rappresentanti avrebbe gestito con calma l’istruttoria, al fine di accumulare prove e soprattutto sottoporre il tycoon ad uno stillicidio di rivelazioni, magari per incoraggiare qualche suo collega di partito a sfidarlo, adesso sembra prendere piede il disegno diametralmente opposto.

È infatti improvvisamente cresciuto il numero dei Rappresentanti democratici che intendono far presto e, magari, arrivare alla messa in stato d’accusa del Presidente entro il prossimo 28 novembre, data sacra agli americani, che celebrano in quella data il “giorno del Ringraziamento”. A quel punto, la palla passerebbe al Senato, che è il ramo del Congresso degli Stati Uniti abilitato a procedere all’eventuale destituzione del Presidente.

La Camera dei Rappresentanti, peraltro, può soltanto deliberare sul deferimento del Presidente e ci sono già i numeri per farlo, cosa sulla quale non esistevano molti dubbi a causa del fatto che la maggioranza al suo interno appartiene ai Democratici.

A decidere è invece il Senato, che è attualmente sotto il controllo dei Repubblicani. Siccome serve in questo caso addirittura la maggioranza qualificata dei 2/3, affinché Trump sia rimosso sarà necessario il sostegno di una parte significativa dei senatori del suo stesso partito.

Sui motivi che stanno inducendo i Democratici ad accelerare sono possibili speculazioni ed in effetti al riguardo esistono già non meno di due contrapposte scuole di pensiero.

Per gli uni, in effetti, gli avversari di Trump ritengono di ottenere in breve tempo informazioni molto compromettenti, da sfruttare al massimo subito per “mandare al tappeto” il Presidente.

Per altri, invece, l’esigenza di far presto sarebbe dettata dal timore che anche questo filone investigativo possa finire nel nulla, trasformandosi in un vero e proprio boomerang a favore di Trump, che resterebbe in sella e potrebbe legittimamente affermare di esser stato nuovamente vittima di ostilità preconcette e complotti più o meno strutturati.

In effetti, l’impressione che si ricava dalle informazioni che stanno affluendo giorno per giorno è quella di una situazione complessa, posto che il nuovo scandalo ha tratto origine dall’iniziativa di una talpa dell’intelligence americana, un uomo o una donna alla quale viene ora offerta una copertura dagli stessi servizi segreti statunitensi.

Ce n’è quanto basta per concludere che il passo sia stato condiviso da più persone, probabilmente anche di livello medio-alto, stando almeno a quanto si dice sulla base dell’osservazione dello stile evoluto utilizzato per redigere il testo con il quale è stato dato conto della telefonata incriminata tra Trump e Zelensky.

In altre parole, lo scandalo sarebbe l’esito di un’operazione complessa, intrapresa all’interno dell’Amministrazione al potere per legare le mani al Presidente, se non per abbatterlo tout court.

Possono derivarne danni seri, i cui effetti si avvertirebbero anche nella gestione quotidiana della politica estera americana.

Le registrazioni delle conversazioni telefoniche di Trump, incluse quelle secretate, fanno ad esempio gola a tutti coloro che cercano prove a sostegno della tesi che l’attuale Presidente stia perseguendo illegittimamente finalità legate al proprio interesse personale – come quello ad essere rieletto - piuttosto che agli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Non è quindi da escludere che l’impeachment sia un mezzo che è stato prescelto da diversi stakeholder in vista di obiettivi specifici molto diversi tra loro. A fianco di chi vuole riportare i Democratici nello Studio Ovale, infatti, vi è forse anche chi semplicemente vuol costringere Trump a rinunciare alla diplomazia segreta che ne ha contraddistinto a tratti l’azione politica.

Non più tardi di poche settimane fa, si è appreso della convocazione a Camp David di una delegazione dei Taliban, che sarebbe dovuta giungere in segreto. A queste modalità, Trump si è risolto per sfuggire alle resistenze incontrate fin dai primi giorni del proprio mandato nei rami alti e medio-alti delle burocrazie che lo servono. Non sarebbe strano che qualcuno lo voglia fermare, magari prima che al Presidente riesca di concludere accordi che contano con l’Iran o la Russia.

Per questi motivi, il Kievgate non può essere derubricato a fenomeno del folklore politico americano. È una questione molto più seria, dalle conseguenze al momento imprevedibili, ma certamente rilevanti anche sul piano dei futuri equilibri politici internazionali. In gioco, c’è la postura dell’America negli affari mondiali, inclusi quelli d’interesse europeo e russo.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Ucraina, USA, Kievgate
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