14:25 11 Dicembre 2019
Le proteste a Hong Kong

Cara Cina, non guardare ai 70 anni passati ma ad Hong Kong nei prossimi 30

© AP Photo / Kin Cheung
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Non ho mai provata simpatia per il regime di Pechino controllato dal Partito Comunista Cinese. La trasformazione, poi, dalla dittatura quasi collettiva (e comunque con leader a tempo), voluta da Deng Hsiaoping al nuovo culto della personalità imposto da Xi Jinping non fa che aumentare un senso di lontananza da quei metodi affatto democratici.

Tutto ciò non mi impedisce tuttavia di esprimere forti dubbi sulla lettura che la maggior parte dei giornalisti e dei politici occidentali fanno degli avvenimenti di Hong Kong.

Nessuno potrà eccepire sul dovere di qualunque forza di polizia in qualunque parte del mondo di cercare di impedire, con ogni mezzo, distruzioni e saccheggi da parte di facinorosi violenti, ma il tipo di critica espressa o velata all’intervento delle forze dell’ordine contro quei manifestanti mi lascia perplesso.  

E in Francia?

Gli interventi della polizia francese contro i gilet gialli non sono molto diversi da quella dei poliziotti cinesi: in entrambi i casi si sono usati cannoni ad acqua, lacrimogeni, armi non mortali e sono stati effettuati arresti. Perché la differenza nel riferirli? Mentre a Parigi i toni sono a favore del Governo, a Hong Kong sono nettamente dalla parte dei manifestanti. Evidentemente si tratta di due avvenimenti con motivazioni differenti, ma dietro l’atteggiamento di molti giornalisti non c’è né una vera lettura di cosa stia spingendo i manifestanti, né la neutralità di chi dovrebbe soltanto riferire i fatti.

Cerchiamo di darne un’altra interpretazione.

A Parigi la maggior parte di chi protesta non vive in quella città. Si tratta soprattutto di gente che viene dalle province, spesso dalle campagne piu’ profonde, e vuole opporsi a una serie di provvedimenti che ai parigini possono sembrare doverosi e ininfluenti sulla vita di tutti i giorni, ma per chi vive lontano dalle grandi città costituisce un appesantimento significativo delle abituali condizioni di vita. Governare una società di 60 milioni di abitanti e cercare di conciliari gli interessi di tutti non è mai facile ed è naturale che ogni provvedimento, anche il meglio intenzionato, penalizzi qualche settore economico o sociale. Tuttavia, la democrazia suppone la libertà di espressione ancorché essa si manifesti in modo pacifico e secondo le regole. A parte i soliti infiltrati violenti che manifesterebbero pro o contro chiunque pur di sfogare i propri istinti malsani, i gilet gialli manifestano in modo tranquillo e, piaccia o non piaccia a Macron e all’establishment, hanno tutto il diritto di farlo.

Ad Hong Kong le cose, partite in modo pacifico e con un semplice e chiaro obiettivo, sono cambiate strada facendo ed hanno assunto forme e modi di tutt’altra dimensione. L’origine ufficiale delle proteste era una comprensibile opposizione alla volontà del Governo centrale di accelerare tempi e modi di omologazione della città al resto del territorio nazionale. L’occasione fu una legge che avrebbe consentito a Pechino di spostare nel continente chiunque avesse commesso reati nel territorio di Hong Kong, anche se ivi residente. In effetti, nel momento del passaggio di consegne della città dalla Gran Bretagna alla Cina nel 1997, l’accordo fu che Pechino ne avrebbe ottenuto la totale sovranità ma avrebbe garantito che, per cinquant’anni, il continente e l’isola avrebbero goduto di due differenti ordinamenti giuridici e commerciali.

Lo slogan coniato fu: “Un Paese, due sistemi”.

Trasferire il giudizio penale sul continente significava diventare sottoposti alle leggi in vigore nel resto della Cina. Veniva così nullificata la “specialità” di Hong Kong e delle sue leggi locali. Seppur con grave ritardo, le proteste hanno ottenuto l’effetto di obbligare la Governatrice Liam, nominata da Pechino, a dichiarare che quella legge sarebbe stata ritirata.

Le vere ragioni

In realtà, esistevano (e sussistono ancora) altri motivi che spiegano il malcontento diffuso tra gli abitanti locali e fa specie che i giornali occidentali non ne accennino. Si tratta del fatto che la “specialità” di Hong Kong ha attirato e continua ad attirare capitali, società e soggetti stranieri, causando un’inflazione che si manifesta nell’aumento dei prezzi delle abitazioni e di tutti i generi di prima necessità. Le famiglie che non hanno i mezzi e le opportunità di partecipare alla nuova esplosione di ricchezza stanno precipitando in una miseria sempre piu’ evidente: aumentano gli incapienti, i giovani non si possono sposare e creare famiglia e anche i costi per lo studio dei figli, e quindi la speranza di futura mobilità sociale, sono diventati inarrivabili. L’arrivo dal continente di manodopera cinese, qualificata e non, completa il quadro.

A Pechino hanno inizialmente sottovalutato quanto stava accadendo e hanno lasciato che la protesta si incancrenisse. Soltanto recentemente il Governo centrale ha deciso di intervenire sulle vere cause e di spingere le società di stato ad investire di piu’ localmente favorendo i lavoratori locali. Purtroppo, le violenze che si sono succedute, le contrapposizioni accentuate e la non chiarezza sulle vere motivazioni del malessere lasciano pensare che sia troppo tardi. Ora, le domande sono diventate: maggiore democrazia, libere elezioni e una vera autonomia dalla madrepatria. Anche se queste richieste sono formulate apertamente, non rappresentano il reale sottofondo del malcontento e perfino se accolte (cosa estremamente improbabile) non risolverebbero il problema.

La democrazia occidentale

L’occidente è abituato a pensare che la forma democratica sia “il migliore dei mondi possibili” e crede che in tutto il mondo ogni cittadino la desideri. In oriente, anche se non ci piace ammetterlo, non è così e in Cina ancora meno.  Perfino durante il periodo maoista il confucianesimo culturale non ha mai abbandonato l’inconscio degli abitanti del “Regno di mezzo” e per loro è piu’ naturale vivere in una società organizzata gerarchicamente che in una di “uguali”.

Ciò non toglie che intellettuali e insoddisfatti di vario genere credano veramente che una forma democratica possa risolvere tutti i problemi, ma si tratta (malgrado loro) di un’illusione. Chi oggi a Hong Kong e in Cina domanda democrazia, in realtà sta manifestando soltanto la sua disperazione contro un regime che non è piu’ in grado di garantire l’”armonia” sociale confuciana. Ciò non toglie nulla a una solidarietà umana verso chi manifesta, ma chi in occidente plaude a una loro comunanza con i nostri valori commette un errore di prospettiva (Fu così anche a Tien an men e io lo posso affermare con sicurezza poiché mi trovavo sul posto durante l’occupazione della piazza).

Gli ultimi giorni hanno perfino visto un aggravamento della situazione quando molti manifestanti hanno sfilato dapprima con bandiere americane e poi con quelle britanniche e di altri Paesi europei. Qualcuno di loro ha anche oltraggiato e bruciato la bandiera della Repubblica Popolare Cinese. Lo si è voluto interpretare come una richiesta d’aiuto a noi occidentali, ma chi ha un poco di memoria ricorderà i fatti di Budapest del ’56. Allora qualche ungherese credette di poter contare sull’aiuto del blocco occidentale proprio in nome della “libertà” e della democrazia ma rimase deluso e indifeso. Così come accadde per l’Ungheria, di là di una simpatia sui nostri media nient’altro avvenne e la rivolta fu soffocata nel sangue.

Cosa succederà?

Temo che, se le proteste non si placheranno, prima o poi possa succedere la stessa cosa anche in questa circostanza e incoraggiare le manifestazioni come qualche governo occidentale sta facendo per obbligare Pechino a un qualche intervento “decisivo” può essere funzionale al nostro contenzioso politico con la Cina, ma sarà sicuramente disastroso per gli abitanti di quella città.

D’altra parte il bruciare la bandiera nazionale e sventolare le altrui è stato un errore gravissimo da parte dei manifestanti perché nessun governo di alcun Paese può accettare tali eventi senza far qualcosa per reprimere ciò che sta avvicinandosi sempre di piu’ a una spinta separatista. La Spagna “democratica” e la Catalogna ne sanno qualcosa.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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