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09:00 15 Ottobre 2019
Bandiera Iran

Così l’Iran si fa beffe del gigante americano

© AP Photo / Ebrahim Noroozi
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Nello scontro con Teheran gli Usa appaiono sempre più esitanti ed indecisi. Mentre la loro capacità di deterrenza sul fronte medio-orientale appare compromessa la Repubblica Islamica guida la partita e punta ad imporsi come unica potenza regionale.

Guerra o non guerra? Nessuno è, oggi, in grado di prevedere l’epilogo dello scontro, sempre più pesante, tra l’America di Donald Trump e l’Iran degli ayatollah. Quel punto interrogativo è, però, un significativo indicatore della perdita di credibilità americana in Medioriente e della crescente capacità dell’Iran di imporsi come potenza regionale. Una capacità conseguita nonostante le sanzioni statunitensi e gli oltre 150 miliardi di armamenti venduti all’Arabia Saudita, ovvero al principale alleato degli Usa in Medio Oriente dopo Israele. Ma il ruolo saudita è – da questo punto di vista - esageratamente sovrastimato. I generali del Pentagono - pur garantendo, nello Yemen, un incondizionato appoggio a Riyad contro le milizie filo-iraniane degli Houti - sono i primi a saperlo. Guidata da vertici militare scelti non in base ai propri meriti, ma ai legami con il sovrano di turno l’Arabia Saudita è un gigante imbelle e presuntuoso, compiaciuto di ostentare jet e missili miliardari che al pari delle Ferrari parcheggiate nel deserto dai rampolli di casa reale, nessuno è in grado di utilizzare. 

Lo dimostrano i disastri dello Yemen dove i piloti sauditi, incapaci di condurre attacchi a bassa quota, seminano bombe e missili su obbiettivi civili causando migliaia di vittime senza intaccare l’egemonia Houti. L’attacco del 14 settembre alla raffineria di Abqaiq e al pozzo petrolifero di Khurais, rivendicato dagli stessi Houti ma realizzato con droni e missili di origine iraniana, evidenzia anche l’incapacità americana di anticipare le mosse di Teheran e dei suoi alleati.

All’inefficacia delle sei batterie di missili Patriot americane rimaste inspiegabilmente spente mentre missili e droni violavano lo spazio aereo saudita si aggiunge il fallimento di un’intelligence americana che nonostante stazioni e agenti disseminati tra Arabia Saudita, Iraq e Yemen non ha avuto il minimo sentore dell’attacco. Quell’inaccettabile debacle abbassa ad un livello critico la capacità di deterrenza di un’America che sul fronte mediorientale non sembra più in grado né di garantire la sicurezza degli alleati, né di farsi temere dagli avversari.

Sul fronte politico-strategico la situazione non è meno compromessa. La tragedia irachena, lo stallo afghano e l’epilogo di una guerra siriana dove l’intervento russo ha trasformato in vincitore un Bashar Assad condannato, nei piani americani, a condividere i destini di Saddam Hussein e Muhammar Gheddafi, hanno già da tempo compromesso l’autorità di Washington. E a ridimensionare ulteriormente la capacità di deterrenza americana contribuisce un Donald Trump contrario a qualsiasi iniziativa militare che metta a rischio i soldati americani. Un’opposizione espressa fin dalla precedente campagna elettorale e riaffermata con vigore in vista delle prossime presidenziali.

Così dopo la cancellazione a giugno della rappresaglia per l’abbattimento di un drone per mano iraniana e l’allontanamento di John Bolton, il consigliere per la Sicurezza Nazionale sostenitore di un attacco a tutto campo all’Iran, il presidente continua ad opporsi con decisione a qualsiasi azione militare. Anche il nuovo contingente inviato in Arabia Saudita dopo gli attacchi missilistici definiti “atto di guerra” dal Segretario di Stato Mike Pompeo non è, in effetti, di proporzioni sufficienti a sostenere uno scontro diretto con l’Iran.

La rappresaglia, se vi sarà, sarà quindi discreta e quasi invisibile. Per condurla la Casa Bianca si affiderà alle operazioni segrete delle forze speciali, o ancora una volta, alle unità di guerra cibernetica impiegate - dopo l’abbattimento del drone americano - per mettere fuori uso alcune batterie missilistiche iraniane. In ogni caso si tratterrà di operazioni invisibili al grande pubblico e quindi incapaci di restituire all’America lo smarrito alone di potenza e invincibilità.

Anche su questo piano l’Iran sembra, insomma, dettare le regole di una guerra combattuta sotto traccia, ma non dichiarata. Una guerra che l’America stenta a vincere anche sul piano economico. Malgrado le sanzioni, rafforzate in questi giorni da un pacchetto destinato, secondo la Casa Bianca, ad affossare definitivamente la produttività iraniana, Teheran non si piega. E si prepara invece all’offensiva sul piano politico. Alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea dell’Onu, un periodo in cui una rappresaglia americana risulterebbe politicamente complessa, il presidente iraniano Hassan Rouhani annuncia un piano di pace per il Golfo Persico impegnandosi a mobilitare la marina iraniana per garantire la sicurezza del naviglio in transito nello Stretto di Hormuz. Più che un piano sembra una paradossale provocazione. Ma annunciarla dall’aula dell’Assemblea Generale, nel cuore di New York, rappresenta per l’Iran un’altra mezza vittoria.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Afghanistan, USA, Yemen, Arabia Saudita, Iraq, Iran
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