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08:34 15 Ottobre 2019

Renzi fonda un nuovo partito, frammenta la maggioranza ma non minaccia il governo

© AP Photo / Alberto Pellaschiar
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Il ritorno del proporzionalismo sta continuando a produrre i suoi effetti sul funzionamento del sistema politico italiano.

Non soltanto sono riemerse le coalizioni eterogenee create da partiti che ormai di fatto corrono da soli alle elezioni, ma sta traendo ulteriore forza la tradizionale tendenza alla frammentazione. La circostanza determina un fermento che non accenna ad attenuarsi specialmente al centro.

A poche settimane dalla nascita di una nuova maggioranza, dal Pd si è staccato un manipolo di deputati e senatori, con i quali Matteo Renzi ha dato vita ad un nuovo partito, battezzato “Italia viva”. L’ex Premier ha precisato tuttavia di non voler uscire dall’alleanza su cui poggia il secondo governo guidato da Giuseppe Conte. Non dovrebbero quindi esserci grossi scossoni nell’immediato.

Di una possibile scissione guidata da Renzi si vociferava da tempo nei corridoi dei palazzi romani, anche se nessuno si azzardava a fare previsioni sui tempi in cui si sarebbe materializzata. A precipitarla debbono aver concorso alcuni motivi contingenti, che sono andati ad aggiungersi ad altri da tempo esistenti.

Pur essendo ancora molto influente sui gruppi parlamentari del Pd, di cui aveva in buona misura scelto i componenti nel 2018, Renzi ha dovuto cederne la guida, che è adesso nelle mani del Governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, da cui un po’ tutti si attendono un drastico rinnovamento della rappresentanza parlamentare alla prima occasione.

L’ex Premier ha quindi probabilmente giocato d’anticipo, per mettersi nelle condizioni di poter affrontare da solo le prossime elezioni politiche, quando verranno indette. Renzi ha voluto quasi certamente anche rendere palese il peso di cui dispone in vista della grande partita che avrà luogo l’anno prossimo sulle nomine: ci sono infatti circa 400 cariche da rinnovare, incluse quelle ai vertici di grandi gruppi di rilevanza mondiale come Eni e Leonardo.

È prevedibile che l’ex Sindaco di Firenze farà di tutto per piazzare in posizioni di riguardo personalità a lui gradite, magari agitando lo spettro di rappresaglie più o meno sistematiche in Parlamento qualora le sue richieste venissero disattese. I numeri ora glielo consentiranno.

Renzi potrà farsi valere anche sul versante della riforma elettorale, di cui si comincia ormai a parlare, per ottenere l’adozione di un sistema che non lo penalizzi.

È invece molto improbabile che l’ex Premier possa minacciare la tenuta del governo nei prossimi mesi, a meno che i sondaggi non evolvano in una direzione particolarmente favorevole al suo nuovo partito. È infatti interesse di Renzi che l’attuale esecutivo duri almeno fintanto che “Italia viva” non si sarà rafforzata a sufficienza e vi siano adeguate garanzie che il centro-destra in formato più o meno allargato non possa vincere.

Sullo sfondo di tutte le strategie rimane sempre la partita per il Quirinale. Il mandato del presidente della Repubblica in carica, Sergio Mattarella, scade in effetti nel 2022 ed è molto difficile che si vada ad elezioni politiche prima di quella data, anche se dentro e fuori l’Italia possono sempre prodursi eventi al momento imprevedibili in grado di modificare la situazione.

Anche in vista di quell’appuntamento, Renzi cercherà di fare del proprio partito un polo di aggregazione per i centristi, attraendo in particolare i parlamentari d’area forzista e forse anche attingendo al ricco bacino dei gruppi leghisti, fra i quali vi sono molte personalità che possono trovare assai poco attraente la prospettiva di restare bloccate all’opposizione per il resto di questa legislatura.

Se il tentativo riuscirà, Renzi potrebbe anche allargare il perimetro dell’attuale maggioranza, magari negoziando da posizioni di maggior forza i termini della propria partecipazione all’alleanza di governo.

Peraltro, lo stesso Berlusconi sta facendo capire di non essere necessariamente determinato a fare un’opposizione dura ed intransigente a Conte, naturalmente in cambio di alcune garanzie per sé stesso e il proprio partito. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi, dal momento che la politica è un processo di regolazione dinamica di interessi contrapposti.

La nuova autonomia di Renzi dal proprio partito d’origine non dovrebbe comportare conseguenze sul terreno degli orientamenti del governo italiano in materia di politica estera. Il nuovo esecutivo sta infatti cercando di rassicurare tutti i propri partner, quelli antichi e quelli nuovi, con un attento bilanciamento delle sue scelte. E continuerà a farlo.

Roma ha accolto nei giorni scorsi prima il presidente francese Emmanuel Macron e poi quello tedesco Steinmeier, confermando il ritorno ad una postura più amichevole nei confronti dell’Unione Europea che sembra aver comportato anche alcuni cedimenti sul dossier libico e, soprattutto, sul piano della nostra adesione all’Iniziativa d’Intervento Europea, che i gialloverdi avevano invece sdegnosamente rifiutato.

Agli Stati Uniti si è pensato con alcuni esercizi anticinesi del golden power nel campo delle telecomunicazioni, mentre alcune designazioni alla Farnesina sono state utilizzate anche per far comprendere alla Repubblica Popolare che l’Italia rimarrà nelle vie della Seta. Rimane tuttavia ancora da verificare l’atteggiamento nei confronti della Russia, seppure non manchino i motivi per ritenere che Roma continuerà ad insistere affinché con Mosca si torni a dialogare in modo più costruttivo.

Non dovrebbero intervenire variazioni di fondo prima delle prossime presidenziali americane. Poi, a seconda di chi vincerà, si vedrà.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Matteo Renzi, Italia Viva, Italia
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