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07:37 22 Settembre 2019

Bolton esce di scena: cause e prospettive

© REUTERS / JOSHUA ROBERTS
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Con chi Trump sostituirà John Bolton, non è noto ancora, naturalmente. È comunque un fatto che sia uscito dalla sua amministrazione il più autorevole interprete dell’interventismo internazionale che fosse presente al suo interno.

Ponendo fine a mesi di conflitto strisciante e spiacevoli episodi, il presidente Trump ha licenziato il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La circostanza non costituisce una vera sorpresa, al contrario della sua tempistica, invero piuttosto tardiva. Erano infatti in molti a chiedersi da mesi quanto ancora potesse continuare una coabitazione apparsa sin dall’inizio difficile ed innaturale.

Trump e Bolton, infatti, pur essendo entrambi repubblicani, appartengono a famiglie politiche molto lontane. Anche se respinge per sé stesso l’etichetta, l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale è da sempre ritenuto un neoconservatore assai incline all’uso della forza e alla pratica dei cosiddetti cambi di regime all’estero.

Bolton diede un importante contributo alla preparazione e gestione della campagna contro il terrorismo internazionale, sostenne la causa della guerra all’Iraq di Saddam ed ebbe certamente un ruolo nella redazione della Strategia americana di sicurezza nazionale del 2006: sicuramente meno nota di quella di quattro anni prima, famosa per i suoi riferimenti alla guerra preventiva, ma di gran lunga più influente a lungo termine, avendo dischiuso la porta ad un più spregiudicato utilizzo di tutte le risorse nazionali, incluse quelle del settore privato, nel perseguimento della destabilizzazione politica dei governi poco graditi agli Stati Uniti.

Trump, di contro, è un difensore piuttosto intransigente delle sovranità nazionali e in quanto tale ritiene che non sia compito dell’America cambiare l’ordine politico di altri paesi. Come il tycoon potesse pensare di servirsi di Bolton non è chiaro.

Non sono pochi neanche coloro che si domandano perché Trump si sia rivolto proprio a Bolton per un incarico tanto delicato, essendo così evidente la distanza tra i due. Probabilmente, il Presidente dev’essere stato impressionato dalla circostanza che Bolton fosse stato l’unico esponente del campo neoconservatore ad appoggiarlo nel 2016, circostanza che potrebbe anche averlo indotto a pensare che l’ex Ambasciatore americano all’Onu avrebbe accettato di contribuire all’attuazione del programma annunciato dal tycoon durante la sua campagna elettorale.

Bolton aveva la sua notorietà. E di sicuro ha pesato su Trump anche la mancanza di valide alternative. Non ci sono, infatti, jacksoniani nell’establishment e il Presidente è spesso costretto a valersi dell’esperienza e delle capacità di persone che non condividono la sua agenda.

Inizialmente, Trump ritenne di poter supplire al deficit di condivisione politica delle sue idee ricorrendo ai militari, nella speranza di sollecitarne la lealtà istituzionalmente prestata al Commander in Chief, ma la strategia ha con il tempo dimostrato tutti i suoi limiti. Anche quando lo difendevano sul piano personale, infatti, i militari dell’entourage di Trump ne assecondavano i propositi soltanto entro certi limiti, soprattutto quando in discussione fossero i piani di ritiro o ridimensionamento dei contingenti schierati all’estero.

Bolton ha enormemente deluso Trump, esponendolo più di una volta a situazioni piuttosto imbarazzanti, come accadde ad esempio quando si seppe di una riunione convocata di nascosto dall’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale per preparare l’invio nel Golfo Persico di un corpo di spedizione forte di 120mila uomini.

I contrasti maggiori si sono registrati probabilmente proprio sull’Iran, dal momento che Bolton era – e rimane – un sostenitore della necessità di far cadere in qualche maniera gli ayatollah mentre Trump persegue con convinzione il raggiungimento di un nuovo accordo che garantisca in modo duraturo gli equilibri in Medio Oriente e sia utile anche alla riconciliazione con la Russia.

A Bolton il Presidente ha certamente anche rimproverato l’incauta gestione della crisi venezuelana, forse aggravata ad arte per costringere Trump a deflettere dalla sua linea di non ingerenza negli affari interni degli Stati esteri.

La novità potrebbe agevolare il dialogo con Teheran, e forse anche quello con Mosca, anche se sarebbe ingenuo ritenere che le resistenze sistemiche ai disegni di Trump, presenti a tutti i livelli negli Stati Uniti, dal Congresso alle singole burocrazie centrali e periferiche, siano sparite d’incanto.

L’uscita di scena di Bolton è una notizia da accogliere con favore. Ma non basta che voli una rondine per dire che è arrivata la primavera. Vedremo cosa accadrà.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Donald Trump, John Bolton, Venezuela, Iraq, Iran, Russia, USA
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