17:19 15 Novembre 2019
Bandiera italiana

La politica e i compromessi

CC BY-SA 2.0 / Davide Oliva / Italia
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Crisi di Governo (77)
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La politica è l’arte del compromesso, e non potrebbe essere altrimenti. Chi pensa diversamente ricordi cosa succede a un gruppo di amici quando devono decidere cosa fare insieme in una serata.

Se le opinioni sono differenti o ognuno va per conto suo o, se si vuole restare uniti, ci si accorda su di una soluzione che, almeno in parte, possa essere gradita a tutti. In qualunque Stato, la società è sempre complessa nella sua composizione e ogni suo elemento è portatore d’interessi diversi da quelli degli altri. Aggiungiamo che la complessità è aggravata dal fatto che ogni cittadino gioca più ruoli: è contemporaneamente consumatore e produttore di beni o servizi (imprenditore o lavoratore dipendente che sia), è “sovrano” e “pagatore di tasse”, è pedone e autista, è figlio e padre (o madre), ecc. Tale molteplicità di ruolo, poi, si modifica nelle fasi diverse della sua stessa vita perché da studente può diventare magari insegnante, da scapolo a sposato, da giovane a vecchio, da povero a ricco o viceversa…

Riuscire a far sì che questo coacervo di esigenze possa coesistere pacificamente senza sfociare in aperti conflitti è, appunto, lo scopo della politica e il trovare qualche compromesso lo strumento per riuscirvi. In una democrazia liberale, inoltre, la tutela dei diritti delle minoranze è un principio diventato irrinunciabile e la semplice applicazione della volontà della maggioranza dei cittadini finirebbe con il contraddire le stesse premesse su cui si è deciso di basare la convivenza.

Il compromesso, quindi, è necessario, così come lo è la disponibilità a cambiare idea dopo il confronto con gli altri o perfino in base alle esperienze acquisite durante l’azione di governare.

Ovviamente, questo comportamento non può essere senza limiti: si può (e talvolta si deve) modificare i propri progetti ma mai fino al punto di fare il contrario di ciò che ci si aspettava da quella forza politica quando la si è votata. Se i fatti smentiscono totalmente le intenzioni dichiarate, allora è anche possibile che non si tratti più di aver cercato un punto d’incontro ma diventa forte il sospetto che stia contando di più l’interesse personale (o di partito) piuttosto che la ricerca del bene collettivo.

Non sempre è facile per il comune cittadino che è lontano dalla “stanza dei bottoni” poter discernere tra un atteggiamento e l’altro ed è lungi da me il suggerire un’unica interpretazione. Non posso però fare a meno di notare come alcune dichiarazioni di leader politici siano costantemente smentite dagli stessi, magari anche a distanza di pochi giorni e senza una spiegazione plausibile.

Cominciamo da Veltroni. Se ben ricordo, senza esserne richiesto anni addietro disse che dopo quella legislatura avrebbe abbandonato la politica per ritirarsi in Africa a “fare del bene”. Come mai è ancora deputato del PD? Renzi nella campagna per il referendum da lui voluto affermò che se avesse perso non solo avrebbe lasciato l’incarico di Presidente del Consiglio ma “per una questione di dignità” si sarebbe definitivamente ritirato a vita privata. Perché sta ancora oggi giocando da leader politico e siede in Parlamento? A un certo punto ha accusato di tradimento il segretario del suo partito, Zingaretti, sospettandolo di volere un accordo con i Cinque Stelle. Come fosse affetto da sdoppiamento della personalità, una settimana dopo, fu lui a imporre quell’accordo e accusare l’altro di rifiutarlo per puntare alle elezioni a tutti i costi.

Che cosa pensare dei propositi battaglieri dei Cinque Stelle? Dovevano aprire Montecitorio come una scatola di tonno ma sembra che ora ci stiano così bene dal rifuggire le elezioni a qualunque costo. Per loro “uno valeva uno” ma si sono dati un “capo politico”; ogni politico doveva andarsene dopo due mandati ma la regola, recentemente, è stata cambiata. Gli incarichi avrebbero sempre dovuto essere a rotazione ma sembra che anche ciò sia stato dimenticato. Parafrasando Giolitti si può dire che “i regolamenti si applicano con i nemici e si interpretano verso gli amici". Tutte le decisioni dovevano essere “trasparenti” e accessibili a chiunque (ricordate l’incontro con Bersani trasmesso in streaming?) ma le negoziazioni col PD si tengono attualmente a porte chiuse e chi vi partecipa evita perfino di rispondere alle domande dei giornalisti. A proposito del PD, avevano sostenuto di esserne totalmente alternativi e, per confermarlo, non risparmiarono insulti e diffamazioni. Di Maio disse a più riprese che il PD era “il partito del voto di scambio, del malaffare e della corruzione”, che aveva una “questione morale grande quanto tutto il partito”, che era il “male dell’Italia”, che “parlare con il PD sarebbe stato un suicidio”. Fu naturale aggiungere (sempre parole di Di Maio) che escludeva “categoricamente qualsiasi alleanza col PD”. Eppure è cambiato e oggi dichiara senza pudore che “il PD è il nostro primo interlocutore, con l’attuale segretario e con le persone che in questi anni hanno lavorato bene”. A suo tempo sostenevano che mai avrebbero fatto patti di governo con chicchessia e poi han fatto un Governo con la Lega e ora con quello stesso PD che era il “male assoluto”.

Salvini non è da meno. Dopo aver annunciato la crisi di governo, non ha risparmiato critiche agli ex partner accusandoli di “essere il partito del no” e di non potere continuare a stare con loro se in Italia si fosse voluto fare tutto ciò che era necessario. Ha chiesto dunque le elezioni subito, contando sui sondaggi che gli annunciavano uno straordinario successo di consensi. Aggiunse che la Lega si sarebbe presentata da sola, salvo poi smentirsi e riaprire a tutto il centrodestra appena si rese conto che una Forza Italia umiliata avrebbe potuto appoggiare qualunque nuova maggioranza parlamentare pur di rimandare il voto.

Purtroppo per lui, una maggioranza si è rivelata possibile anche senza Forza Italia e allora ha cominciato a temere che le lezioni diventassero un miraggio. Si è quindi rimangiato tutto: con i Cinque Stelle ci si poteva rappacificare perché, comunque, “avevano lavorato bene insieme”. Di Maio, l’”infingardo”, poteva persino diventare Presidente del Consiglio, sostituendo quel Conte che aveva aperto a un appoggio del Pd e rotto definitivamente con lui durante il discorso al Senato. Anche la storia del voto di sfiducia non sembra essere stata il massimo della deontologia parlamentare e politica: annunciata la sfiducia, nessun ministro leghista ha lasciato il proprio incarico e la stessa mozione, pur confermata a parole (ma solo contro Conte) nella sua sostanza, è stata ritirata senza spiegazioni. Mentre si stava per costituire la nuova maggioranza PD/Cinque Stelle, Salvini è arrivato a dire che finalmente si era “ritrovata la compattezza nel governo”. Naturalmente alludeva a quello Lega/Cinque Stelle, lo stesso governo che aveva sfiduciato pochi giorni prima. Di là dal fatto che quest’atteggiamento suona istituzionalmente illogico, viene spontaneo provare un po’ di umana pietà per l’evidente umiliazione cui si è sottoposto il “capo” della Lega, forse conscio di aver sbagliato tempi e modi.

Prima o poi, qualche storico in vena di amenità si prenderà la briga di raccogliere tutti insieme aneddoti come quelli sopra ricordati e, magari, scopriremo che si è, sempre e davvero, voluto ricercare soltanto il bene comune. Potremo così escludere con certezza che la ragione di quei comportamenti non fu mai un meschino desiderio di mantenere potere e privilegi. Nell’attesa che la Storia ci conforti dobbiamo limitarci a far nostro il titolo di un film di Troisi e Benigni: “Non ci resta che piangere”.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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