09:50 21 Novembre 2019
Palazzo Chigi

L'Italia verso un governo giallo-rosso. Cosa può cambiare nella sua politica estera

CC BY 2.0 / Simone Ramella
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Al termine di giorni piuttosto convulsi, durante i quali è a tratti sembrato che alcune forze politiche maggiori italiane fossero sul punto di frantumarsi, la formazione di una nuova maggioranza di Governo è data ormai per scontata.

La logica prima di ogni altro fattore spingeva in un’unica direzione. È noto infatti che nel campo conflittuale della politica l’ascesa di un attore che ambisce alla conquista di una posizione dominante spinge tutti i suoi competitori ad accordarsi per frenarla e contenerla.

Nulla, in questa circostanza, induceva a ritenere che esistessero dinamiche in grado di avere ragione di questa basilare legge della politica. Al contrario, esistevano degli elementi aggravanti.

Agli occhi della dirigenza e della militanza del Pd, ad esempio, Salvini stava trasformandosi in un pericolo per la stessa sopravvivenza della democrazia italiana, al punto di fare del suo abbattimento un obiettivo non negoziabile. Mentre il leader leghista era diventato un traditore agli occhi dei Cinque Stelle in seguito all’improvviso attacco frontale scatenato nella prima settimana di agosto contro il premier Conte.

Alcune vicende personali hanno impedito di risolvere più velocemente la crisi. Nel Pd ha pesato ad esempio l’ancora irrisolta questione legata alle ambizioni di Matteo Renzi, mentre tra i pentastellati l’attuale Vicepremier Luigi Di Maio ha temuto per il proprio futuro.

Di fronte ad un nemico ormai considerato straordinariamente forte, tuttavia, ostacoli e pregiudizi hanno gradualmente ceduto il campo alla riflessione sulle cose da farsi e sulla composizione della futura squadra di Governo, in corso in queste ore. Soltanto grossi imprevisti, ormai, si frappongono ad uno dei più clamorosi cambi di maggioranza della storia repubblicana del Bel Paese.

In seguito allo sfavorevole evolversi della situazione, anche la narrazione leghista ha mutato toni, contenuti ed accenti, con frequenti inviti a “sedersi ad un tavolo” ed accenni ai telefoni sempre accesi, cui da ultimo si sarebbe aggiunta anche l’offerta “riparatrice” della premiership a Di Maio.

Non è escluso adesso che a guidare il nuovo esecutivo possa essere lo stesso Giuseppe Conte, dal momento che la pregiudiziale inizialmente opposta dal segretario del Pd Zingaretti contro di lui è venuta meno.

L’avvocato del popolo ha del resto potenti sostenitori nel mondo cattolico e Renzi deve aver avuto buon gioco nell’imporre al Segretario del suo partito il proprio punto di vista. Non va neanche dimenticato come Conte si fosse dissociato dal grosso del suo partito sulla questione della tratta ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, gradita al Pd: un gesto che a posteriori spiega la sensazione avvertita da Salvini che manovre ostili alla vecchia maggioranza fossero da tempo in corso.

Dato per probabile – di certo nei palazzi romani non c’è mai veramente nulla – il formarsi di un nuovo Governo di diverso colore politico, è lecito chiedersi come il cambiamento si rifletterà sulla politica estera italiana.

In linea di principio, un esecutivo giallorosso a forte componente Pd dovrebbe implicare la ricomposizione delle frizioni tra Roma e Parigi che hanno connotato buona parte dell’esperienza gialloverde. Il progetto di Trattato del Quirinale, già caldeggiato all’epoca in cui a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni, potrebbe tornare in auge.

Il presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe inoltre ora trovare sponde più sensibili sul Tevere in merito alla sua Iniziativa d’Intervento Europeo, che prelude alla creazione di capacità militari comunitarie separabili da quelle dell’Alleanza Atlantica. Un riverbero potrebbe avvertirsi anche in Libia, con l’avvio di un riequilibrio nei rapporti tra l’Italia e le principali fazioni in campo, a tutto vantaggio del generale Haftar.

È prevedibile, allo stesso modo, il mantenimento di una solida relazione con la Cina, che ha comunque già ottenuto dal Governo gialloverde presieduto da Conte l’ingresso dell’Italia nella Belt and Road Initiative, gradito anche alla Santa Sede. Non dovrebbe cambiare neanche l’approccio alla Russia, nei cui confronti ha del resto appena aperto anche Macron.

È probabile, ma non sicuro, l’ulteriore affievolimento dell’influenza statunitense a Roma, peraltro già evidente all’atto di accessione dell’Italia alle nuove vie della seta cinesi e nella resistenza opposta dal vecchio Governo gialloverde al potenziamento del golden power richiesto dall’amministrazione americana.

Non dovrebbero quindi registrarsi grossi scossoni, ma soltanto la prosecuzione di alcuni trend di lungo periodo. Molto, naturalmente, dipenderà però anche da ciò che accadrà al contesto internazionale più generale, dal momento che il Bel Paese è calato in un certo contesto.

L’Italia è destinata a soffrire qualora le tensioni esterne si acuiscano, ma potrebbe anche beneficiare del loro allentamento, che in effetti dilaterebbe i margini a disposizione di Roma nello sviluppo della sua tradizionale azione diplomatica tesa a mantenere buoni rapporti e fare affari con tutti. La storia del prossimo Governo è tutta da scrivere. Potrebbe riservare sorprese.

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