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22:56 20 Settembre 2019

Orticaria da buonismo - sintomi

© AP Photo / Olmo Calvo
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Forse dovrei interpellare qualche buon avvocato che mi dica se mi sarà possibile, oppure no, far una causa per danni subiti e chiedere un indennizzo da devolvere a qualcuno che lo meriti.

Il fatto è che ogni volta che sento le interviste in televisione con qualche medico di Emergency o a qualche esponente di ONG mi viene l’orticaria. Purtroppo non mi succede solo con loro, anche se sento qualche giornalista o alcuni politici molto “buoni” mi succede la stessa cosa. È una vera sofferenza che mi costringe a grattarmi continuamente e mi provoca conati di vomito. Certamente è una questione psicosomatica ma, visto che la causa sono loro, che almeno paghino…

Un effetto collaterale che mi provocano le parole di quei personaggi è un impulso, cui resisto con fatica, a condividere almeno alcune delle dichiarazioni di quei politici che vengono chiamati “populisti”.

Non avrei mai pensato di ridurmi in questo stato: credo ancora nella necessaria sacralità delle Istituzioni, nel ruolo del Parlamento e nella divisione dei poteri. Penso anche che la cosiddetta “democrazia diretta” sia un’illusione (già smentita nei fatti da chi ne aveva fatto una bandiera) buona soltanto per gli ingenui e i creduloni. Continuo perfino a credere che il sistema liberale rappresenti il minore dei mali possibili nella vita di una società politica. Cosa dunque mi succede? E cosa succede a quei milioni di cittadini di Paesi democratici che votano a favore di chiunque urli di più o racconti favole demagogiche purché suonino “anti-sistema”? Si è perduta la capacità di essere razionali? È sparito il buon senso del padre di famiglia? Se non questo, che altro?

Se si scorre con la memoria cosa stanno scrivendo i giornali da qualche decennio a questa parte e si ascoltano le parole dei personaggi che menzionavo all’inizio (quelli dell’orticaria), forse si capisce il perché della sempre maggiore lontananza tra i cittadini e il loro Stato, tra i politici e gli elettori, tra gli “opinionisti” e il senso comune. Sono anni che costoro raccontano cose cui nemmeno loro credono, che fan di tutti per farci capire quanto siano buoni (loro) e siano “malvagi” i sentimenti che invece noi nutriamo in cuor nostro anche se spesso abbiamo perfino paura a esprimerli. Il loro “buonismo” è sempre più esasperato, il pacifismo a qualunque prezzo è l’unica soluzione ai mali del mondo, essere “diversi” è solo un bene e noi, maggioranza di poveri “normali”, siamo i veri minorati, mentali e non solo. Il “politicamente corretto” vuole che tutti gli aggettivi qualificativi e i sostantivi comunemente usati nel passato siano aboliti e sostituiti con perifrasi meno “offensive”. Il cieco continua a non vedere, ma lo si deve chiamare “non vedente”, lo spazzino è l’”operatore ecologico”, lo zoppo è “diversamente abile nella deambulazione”. Guai a definirlo “claudicante” (sinonimo citato dalla Treccani)! Esempi del genere ce ne sono a iosa.

Povero me! Venendo da un’altra generazione, avevo sempre pensato che in quei termini non ci fosse nulla di offensivo. Anzi, i miei genitori mi avevano sempre insegnato a guardare con rispetto e offrire aiuto a chiunque non godesse di tutte le facoltà che la natura ha dato al genere umano. E lo stesso mi è stato insegnato per ogni attività lavorativa, socialmente prestigiosa o meno che fosse: ogni lavoro ha una propria dignità se svolto con coscienza e impegno.

La cosa peggiore però, e torniamo a Emergency e alle ONG che nel Mediterraneo raccolgono presunti naufraghi e sfidano le leggi del nostro Stato, è che, secondo loro, chiunque arrivi sulle nostre coste deve essere accettato, curato, mantenuto. Non importa quanti siano e saranno: c’è posto per tutti, servizi pubblici per tutti, lavoro per tutti, soldi per tutti. Chi se ne frega se non riusciremo a integrarli o se finiranno nelle braccia della delinquenza. Sono più poveri di noi, magari malati, magari terroristi, magari soltanto furbi. Non fa nulla, a questo non è lecito pensare: è nostro dovere “umano” accoglierli!  Se qualche politico non l’ha ancora capito, ci penserà qualche magistrato “buono” a porre rimedio alle sue malefatte.

Hanno abitudini di vita diverse? Religioni diverse? Culture diverse? Tanto meglio! E vadano al diavolo quei sociologi da strapazzo che ricordano che la multiculturalità è fallita ovunque e che per poter integrare una minoranza, oltre a diversità culturali non eccessive, occorre esista una magica ratio tra numero, tempi e superficie di diffusione dei nuovi arrivati.

Nessun giornalista osa nemmeno più ricordare che sono negri. Questa parola deve essere bandita dal vocabolario di ogni persona per bene! Meglio non ricordare nemmeno che sono africani sub-sahariani. Se proprio lo si deve, facciamo come in America: chiamiamoli afro-europei, tanto tra poco il loro numero sarà simile a quello dei bianco-europei. Quanto al colore, meglio dimenticarlo e nessuno pensi di chiamarli “diversamente colorati”: ogni allusione al colore della pelle è proibita. Siamo già sulla strada “buona” e i titoli di molti quotidiani ci ricordano che essere africano (cioè “sfruttato”) è comunque “bene” e se invece abbiamo la sfortuna di essere bianchi, italiani e magari cristiani è meglio che ce lo teniamo per noi. Siamo diventati una società ricca e dovremmo pentircene, magari tornando poveri come lo fummo nel passato.

Il mondo della pseudo-intellighenzia ha deciso cosa si può dire e cosa non si può. Chi non accetta queste regole è “fuori”: non farà mai carriera, sarà biasimato pubblicamente, e se volesse diventare un giornalista o un politico non troverà più nemmeno lavoro.

Ci si meraviglia che molta gente non legga più i giornali, che non segua la politica e non vada nemmeno più a votare? Ci si stupisce che aumentino i sostenitori dell’anti-sistema?

Forse, se ci fosse meno ipocrisia, meno attitudini ”gauche-caviar”, più realismo e più buon senso non si svilupperebbero quelle reazioni che fanno temere a molti un futuro che di liberale non avrà più nulla. E a me potrebbe passare l’orticaria.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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