16:51 19 Novembre 2019
Cara di Mineo

Caporalato nel Cara di Mineo, come i rifugiati diventavano schiavi

© Sputnik . Clara Statello
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Un viaggio attraverso il deserto, poi su un gommone in mezzo al mediterraneo, che si conclude dentro un enorme centro in mezzo al nulla, lavorando in condizioni di semi schiavitù in una campagna, nelle mani dei caporali.

Merce umana del business dell'accoglienza e manodopera da sfruttare negli aranceti del calatino.

Era questo il destino comune dei migranti rinchiusi nel Cara di Mineo, il gigantesco centro per migranti, più volte criticato per il modo in cui veniva gestita l'accoglienza, finito persino nell'inchiesta Mafia Capitale. 

Il residence degli aranci è situato sulla Catania-Gela, una strada che è l'emblema della condizione in cui si trova la Sicilia: inizia dalla base US Navy di Sigonella, passa per l'ormai ex Cara, per Niscemi, la città del MUOS e si conclude all'ex Petrolchimico di Gela.

A 11 km dal paese di Mineo, mal collegato con Catania, ha ospitato sino a 4000 richiedenti asilo, costretti a vivere lì per anni, in attesa di un permesso. Privi di documenti, lontani dai centri abitati, il lavoro sommerso restava l'unica opzione per gli ospiti del Cara.

La diffusione del caporalato

Il caporalato non esisteva nel Calatino, l'ha portato il Cara. Il fenomeno e la sua diffusione, a dire il vero, non riguarda solo Mineo, ma ha acquisito una dimensione capillare in tutta la Sicilia. Non riguarda solo extracomunitari privi di documenti, ma cittadini comunitari dell'est e persino italiani, che lavorano alle stesse condizioni.

Nelle campagne la paga è bassa, si è assunti in nero o con contratti semi-regolari, in cui si guadagna meno di quanto si percepisce in busta paga. La paga è a cottimo, si ricevono 65 cent a cassa per le arance, 100 cassette da 20 kg di patate per 30/35 euro, un albero di frutta 25 euro. L'organizzazione del lavoro e la manodopera dipendono dalla zona. A Paternò e Adrano lavorano le persone del luogo, per 35-40 euro al giorno. A Palagonia, capitale delle arance rosse di Sicilia, la paga è di 25 euro al giorno. Ma non era così per gli ospiti del Cara.

"Quelli hanno vitto e alloggio pagati, gli possono bastare 10-15 euro al giorno", dicevano i caporali.

Come funziona il caporalato

La segregazione è la motrice del caporalato. I braccianti vivono isolati dal mondo, non hanno i mezzi per acquistare un'auto, non hanno le risorse per affrontare lunghi viaggi, dipendono, per la loro sussistenza quotidiana, da chi gli dà lavoro. Dipendono dai caporali per spostarsi, per mangiare, per bere e per curarsi. Supermercati e farmacie sono lontani dalle loro abitazioni. La mattina i caporali reclutano i braccianti, fissano il prezzo del lavoro, li portano ai campi, gli danno acqua e cibo.

Tutto ha un costo. Dai 5 ai 10 euro il viaggio, 1,5 euro l'acqua, variabile il prezzo del cibo. Il bracciante non ha scelta, se ha un mezzo proprio, se non consuma, se protesta, il giorno il caporale ne prende un altro. I braccianti neanche lo conoscono il padrone del fondo. L'imprenditore, che ha già venduto il raccolto a una GDO o a una multinazionale agroalimentare, delega il lavoro al caporale, pagandogli le intere giornate lavorative della stagione. Il caporale guadagna sul salario del bracciante, sui trasporti e sui servizi che fornisce. Può accadere che alcune mansioni vengano "appaltate" a subcaporali.

Il Cara, un "centro di segregazione"

Alfonso Di Stefano, della Rete Antirazzista Catanese, definisce il Cara di Mineo "un mega centro di segregazione" in cui i migranti erano costretti a una coabitazione forzata in condizioni di sovraffollamento.

"Nel 2014 si sono superati i 4000 ospiti e il centro abitato più vicino è a 11 km, sul cocuzzolo della montagna. Questa condizione ha creato un problema di segregazione. Migliaia di persone costrette per anni a vivere isolate dalla società" dice Di Stefano, che denuncia anche le lungaggini delle pratiche per il rilascio dei documenti.

Minimo 18 mesi, quando per legge le richieste dovrebbero essere esaminate entro 35 giorni. Gettando i migranti fra le braccia dei caporali.

"Nel Cara è successo di tutto – continua Di Stefano riferendosi ai fatti di sangue avvenuti nel centro, in particolare il femminicidio di una nigeriana nel 2018 – Nessuno si fa carico della sicurezza dei migranti, nessuno si era accorto della piaga del caporalato nelle campagne del calatino. Da oltre dieci anni la diaria giornaliera di magrebini e rumeni è di circa 25 euro. Però qui i caporali venivano a prenderseli, per portali nei campi sino a Palagonia o Lentini, perché sapendo che avevano vitto e alloggio gli davano 10-15 euro al giorno".

La vita di un bracciante

Abu, nome di fantasia, è un giovane di 25 anni che ce l'ha fatta, parla italiano, ha trovato un lavoro in regola, come aiuto cuoco in un ristorante catanese, che gli ha permesso di affittare casa assieme a un amico italiano. Ha vissuto un anno nel Cara di Mineo. Non avendo i documenti è andato ad alimentare le fila dei raccoglitori di frutta.

La sveglia era alle 5.00 del mattino. Doveva uscire da un buco della rete di recinzione del centro, un "ingresso secondario", perché prima delle 8.00 del mattino era vietato lasciare il residence. Prendeva la bicicletta e raggiungeva il luogo dove il caporale veniva a prenderli.

"Tu oggi lavori, tu no", dice "e se non va bene, non lavori".

La paga era 20 euro, meno il costo del trasporto di 5 euro. Il lavoro durava dalle 6.00 alle 16.00.

A stagione finita, Abu aveva trovato un altro lavoro, salendo di un gradino la "scala sociale", perché adesso era operaio in una ditta di impacchettamento alimentare. Il salario migliore, 30 euro al giorno. Ma mentre nelle campagne la paga si riceve giornalmente o a settimana, nella nuova azienda Abu veniva pagato a fine mese.

"Il titolare veniva a prendermi ogni mattina e poi mi riportava al centro – racconta – A fine mese mi chiama e mi dice che doveva fare i conti. 30 euro la giornata, ma 10 euro per il trasporto. Quindi alla fine la paga giornaliera era di 20 euro", spiega sorridendo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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rifugiati, rifugiati
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