08:14 16 Dicembre 2019
Un uomo di etnia Kashmir protegge suo figlio dal freddo a Srinagar, nel Kashmir controllato dall'India

Paradosso Kashmir

© Foto : Mukhtar Khan
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Dopo la revoca dell’autonomia dello stato a maggioranza musulmana decisa dal premier indiano Narendra Modi il Pakistan minaccia guerra. E la Cina l’appoggia. Ma nella provincia dello Xinjiang Pechino ha imposto l’assimilazione dei musulmani uighuri con metodi assai più drastici.

Da una parte il premier ultra nazionalista indiano Narendra Modi deciso a cancellare non solo l’autonomia dello stato del Kashmir, ma soprattutto la sua identità musulmana considerata un oltraggio alla purezza induista dell’India. Dall’altro le proteste e le diffide di due alleati come il Pakistan e la Cina che minacciano di trasformare la contesa per quell’angolo d’India musulmana nell’epicentro di un conflitto nucleare. Ma in questo scontro, e soprattutto nell’alleanza tra Islamabad e Pechino, rifulge un paradosso. Il paradosso di una Cina pronta ad incolpare l’India per un’usurpazione e un’assimilazione che ripropone gli stessi metodi già sperimentati in quella provincia cinese dello Xinjiang, simbolo e roccaforte della minoranza musulmana degli uighuri.

Ma partiamo dalla decisione del premier Narendra Modi e del suo ministro dell’interno Amit Shah, annunciata lo scorso 5 agosto, di cancellare l’articolo 370 e con esso la speciale autonomia garantita allo stato del Kashmir.

La decisione cancellerebbe definitivamente l’anomalia di quell’entità musulmana nel cuore di un’India a maggioranza induista. Un’anomalia figlia della frettolosa partizione del subcontinente su base religiosa decisa nel 1947 da Londra dopo quasi tre secoli e mezzo di colonizzazione.

Nel 1947 il Kashmir a maggioranza musulmana restò indiano in seguito al rifiuto del suo maraja indù dell’epoca di diventare parte della nascente nazione pakistana. Per quell’angolo d’Islam Nuova Delhi e Islamabad hanno combattuto nel 1949, nel 1965 e nel 1999 tre sanguinosi conflitti arrivando nell’ultimo ad un passo dallo scontro nucleare. Oggi la questione non cambia. Per l’India di Narendra Modi il Kashmir è parte integrante dei propri territori. Per Islamabad solo un referendum fra gli abitanti a maggioranza musulmana può deciderne il destino. A questa già pericolosa contrapposizione tra due potenze dotate di ordigni atomici s’aggiunge il coinvolgimento di una terza potenza nucleare come la Cina. Una Cina già protagonista, nel 1962, di una guerra con Nuova Delhi per il controllo delle propaggini settentrionali del Kashmir.

Oggi quel vicino indiano da un miliardo e trecento milioni di abitanti rappresenta per Pechino una temibile concorrenza che la spinge a rafforzare la storica alleanza economico-militare con Islamabad. In quest’alleanza s’inserisce però il paradosso di un Xinjiang musulmano costretto nel 1949 (ovvero solo un anno dopo il primo conflitto pakistano-indiano per il Kashmir) ad accettare con la forza delle armi la dominazione dei comunisti di Mao Tse Tung. Da allora ad oggi il processo di progressiva assimilazione della minoranza islamica dello Xinjiang è stato assai più brutale di quello indiano nel Kashmir. Dal 1948 ad oggi Nuova Delhi ha sostanzialmente rispettato l’impegno a non mutare l’equilibrio etnico del Kashmir. E lo ha fatto anche negli anni 90 quando le violenze dei gruppi indipendentisti di matrice jihadista foraggiati dal Pakistan hanno costretto tra i 300 e i 500mila indù originari del Kashmir ad abbandonare le proprie case. Oggi nella regione musulmana sopravvivono poco più di duemila indù, ma quell’esodo senza ritorno contribuisce a regalar consensi alle politiche di Modi e del suo governo.

In Xinjiang la Cina è invece protagonista di una settantennale politica di assimilazione della minoranza uighuro-musulmana. Gli uighuri - stando ai censimenti del 1949 - erano 4 milioni 800mila e rappresentavano il 75 per cento a fronte di una popolazione cinese di ceppo “han” dell’appena 6 per cento.

Oggi la minoranza musulmana si è ridotta al 45 per cento mentre il costante arrivo di coloni “han” ha portato i cinesi al 41 per cento. E se nel Kashmir indiano gli attentati, opera dei gruppi islamisti basati in Pakistan e appoggiati dall’intelligence di Islamabad, hanno comportato una progressiva militarizzazione della regione nello Xinjiang i tentativi insurrezionali e la deriva jihadista di alcuni gruppi armati vicini ad Al Qaida sono stati stroncati con metodi assai più drastici.

La politica di progressiva assimilazione che prevede il divieto d’imporre ai figli nomi d’ispirazione musulmana, primo fra tutti quello di Mohammed, è stata accompagnata da una draconiana repressione che ha visto dal 2017 ad oggi la deportazione in campi di “rieducazione” di oltre due milioni di Uighuri. Le politiche di Modi e del partito nazionalista indù saranno insomma esagerate e repressive, ma seguono la stessa linea utilizzata per piegare la rivolta uighura da una Cina ritrovatasi oggi ad appoggiare Islamabad e le sue politiche di difesa dei musulmani del Kashmir.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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tensione, Escalation, Kashmir, Pakistan, India
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