01:12 17 Novembre 2019
I guerriglieri di FARC (archivio)

Era meglio morire da guerriglieri che reinventarsi civili

© REUTERS / Jose Miguel Gomez
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“Devo oramai re-imparare tutto ciò che avevo dimenticato, ridiventare quella che ero. Rinascere. Ma io rifiuto che la gente mi chiami con il mio vero nome. Ho utilizzato per trent’anni il nome di guerra di Caterina ed è questo il nome che voglio continuare a usare”.

E’ la testimonianza di un’ex guerrigliera colombiana delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC) riferita da Le Monde Diplomatique (agosto 2019) e ci mostra solo un piccolo aspetto delle difficoltà di adattamento che colpisce tutti quei guerriglieri che per anni o per decenni hanno combattuto e vissuto nella giungla e ora sono stati chiamati a reinserirsi nella società.

Guerra civile

La guerra civile colombiana fu uno di quei conflitti interni interminabili che hanno visto contrapporsi con le armi gruppi guerriglieri motivati politicamente, squadre paramilitari dalle dubbie motivazioni o appartenenze e le istituzioni ufficiali dello Stato a partire dall’esercito. Dopo vari tentativi falliti e un referendum che aveva bocciato il primo accordo sottoscritto dalle parti, il governo del Presidente Santos era riuscito ad ottenere un compromesso, garantito da alcuni Stati esteri, che sembrava dover riuscire a porre definitivamente fine alla guerra. Nell'accordo del novembre 2016, accettato solo dal gruppo ribelle più importante, le FARC, e rifiutato da tutti gli altri (in primis l’Esercito di Liberazione Nazionale - ELN), erano previste diverse misure per favorire la riammissione nella società normale di tutti i combattenti che non si erano macchiati di crimini orrendi e che avevano riconsegnato le armi. Si era deciso che, lasciando la lotta armata, il gruppo si sarebbe candidato come forza politica e chi lo desiderava, avrebbe concorso come deputato. Per gli altri, una riforma agraria avrebbe loro attribuito qualche pezzo di terra, si sarebbe cercato di dare loro una formazione lavorativa, per gli analfabeti si sarebbe proceduto a una veloce scolarizzazione e, per tutti, sarebbe stata messa a disposizione da parte del Governo una certa somma (circa 200 euro a testa) da elargire mensilmente al fine di consentire il superamento dei primi ostacoli al rientro in società.

Purtroppo, la riforma agraria procede a fatica, l’inserimento nei posti di lavoro sta funzionando per pochissime persone e l’elargizione del sussidio terminerà il quindici d’agosto. Nella stessa data verranno meno anche il loro provvisorio statuto giuridico e la protezione dell’esercito. Come non bastasse, gran parte della società colombiana, quella che votò nel referendum contro la pacificazione, non vuole sentirne della reintegrazione degli ex-combattenti e la violenza continua a diffondersi nel Paese. Nei tre anni trascorsi dall’accordo, più di cinquecento militanti impegnati socialmente sono stati assassinati e con loro almeno cento trenta ex-guerriglieri. Il negoziatore per conto delle FARC, Ivan Marquez, il 29 maggio scorso ha dichiarato che deporre le armi “è stato un grande errore” ed è ritornato in clandestinità.

Per aver costruito e firmato l’intesa di pace, l’ex Presidente Santos fu insignito del Premio Nobel per la pace ma il suo successore, Ivan Duque, fu eletto dopo una campagna in cui si pronunciarono pesantemente contro la guerriglia e contro quella pacificazione e fu sostenuto da moltissimi elettori che avevano avuto morti in famiglia o che avevano perso le loro proprietà a causa della guerra civile in corso e non erano disposti a perdonare.

L’altra guerriglia

In realtà, a combattere non erano solo le FARC ma anche gruppi paramilitari che agivano dichiaratamente per difendere lo Stato ma si comportavano esattamente come i guerriglieri e conducevano anch’essi traffici legati alla coltivazione di piante di coca. Oltre a loro, numerosi gruppuscoli di puri delinquenti e, soprattutto nel nord del Paese, le ELN. Costoro sono un insieme di ex maoisti (alcuni addestrati a Cuba), nostalgici comunisti di varia provenienza e preti cattolici seguaci della “teologia della liberazione”. Di là dalle nobili motivazioni addotte, tutti vivono grazie al traffico di cocaina, furti e sequestri di persona e colpiscono, come “partigiani”, qui e là, trovando poi rifugio nelle foreste o mischiandosi ai cittadini comuni.

Ritorno alla macchia

Coloro che avevano accettato di rinunciare alla lotta armata vivono contemporaneamente almeno tre difficoltà. La prima, naturalmente, è quella delle promesse mancate o che stentano a concretizzarsi, la seconda è l’accusa da parte dei compagni che non hanno accettato la resa di essere dei traditori (spesso con il rischio di essere “giustiziati”), la terza è il disadattamento legato al totale cambiamento dello stile di vita. Anche quest’ultimo aspetto ha la sua importanza psicologica. E’ sempre la stessa ex-guerrigliera che parla: “…il passaggio da una vita collettiva a quella ognuno per sé … la televisione ha rimpiazzato la lettura in gruppo dei giornali, la sveglia non è più all’alba, gli esercizi militari sono scomparsi e con loro la disciplina…”. Per un motivo o per l’altro, sono numerosi quelli che si sono pentiti di aver lasciato la clandestinità e sono tornati nella macchia. Ricostruire ciò che furono le FARC sembra praticamente impossibile ma le alternative, per chi lo vuole, non mancano: o un altro gruppo politico che continua la guerriglia o, ancora più facilmente, la delinquenza comune.

Nonostante la pace nel Paese non sia ancora garantita una volta per tutte, la maggior parte del territorio è stato riconquistato alla legge e al controllo delle pubbliche Autorità. Anche l’economia, aiutata da nuovi investimenti stranieri, sembra essersi incamminata sulla strada di un sicuro sviluppo e, almeno a livello “macro”, l’accordo del 2016 appare saldo. Forse si tratterà solamente di avere un po’ di pazienza e aspettare che il tempo aiuti a risolvere i nuovi problemi che si sono aperti. Tutti si augurano che chiunque ne abbia la responsabilità faccia la sua parte e che i contrasti sociali tuttora evidenti possano trovare sfogo soltanto nella normale dialettica democratica.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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