00:38 17 Novembre 2019
Bandiera della Cina

Terre rare sono la risposta cinese ai dazi doganali di Trump?

© AP Photo / Ng Han Guan
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Nonostante l’aggettivo che da sempre le accompagna, le “terre rare” sono tutt’altro che “rare”.

Se ne trovano, infatti, in ogni parte del mondo e, lungi dall’essere una scoperta recente, si conosce la presenza di una di loro fin dalla fine del 1700 in Svezia (a Ytterby, da cui il nome Ytterbium – Yb), ove fu isolata dalla gadolinite che la contenevano. Perché, allora, negli anni 90 del novecento Deng Xiaoping arrivò a dire: “Il Medio-Oriente ha il suo petrolio, la Cina ha le sue terre rare”? Perché l’attuale Presidente cinese Xi lascia intendere che esse sono una “risorsa strategica” e che potrebbero diventare la risposta cinese ai dazi doganali voluti da Trump?

La risposta sta nel fatto che le terre rare sono oramai un componente indispensabile per moltissime applicazioni elettroniche e che la Cina è, oggi, il più grande produttore al mondo.  Non è sempre stato così:

fino al 1948 la maggior parte delle terre rare proveniva da sabbie indiane o brasiliane, negli anni cinquanta il maggior produttore era il Sud Africa e, tra il 1965 e il 1985, i giacimenti più produttivi si trovavano in California presso il Mountain Pass. Ancora oggi negli Stati Uniti se ne estraggono buone quantità ma, per la loro separazione dalle rocce che le contengono, sono mandate in Cina, lì lavorate e poi re-importate negli USA, pronte all’uso. Si tratta di diciassette elementi il cui utilizzo industriale quantitativamente importante cominciò solamente verso la fine degli anni ’50, quando si svilupparono efficienti tecniche per la loro separazione dagli altri minerali in cui si trovano incorporate. Attualmente il loro uso è diffusissimo e sono indispensabili nella produzione di superconduttori, microchip, magneti, fibre ottiche, schermi a colori, cd, dvd, carte di credito, smartphone, turbine di aeroplani, trattamenti radioattivi contro il cancro e automobili ibride. Il problema della loro disponibilità non è la scarsità, bensì la difficoltà di estrazione e di trattamento.

Chi le lavora

Dal punto di vista tecnico, qualunque Paese industrializzato sarebbe in grado di processarle, ma l’operazione è altamente inquinante e devastante per l’ambiente. Un giornalista della BBC che visitò nel 2015 una miniera di terre rare nella Mongolia Interna cinese scoprì che le scorie di lavorazione avevano creato, tra l’altro, un lago artificiale così tossico che tutta la popolazione della zona soffriva di gravi disturbi di salute in una percentuale alcune centinaia di volte superiore alla media cinese. Per questo motivo, e per le normative ambientali presenti nel mondo sviluppato che rendono i costi di lavorazione particolarmente alti, si è via via lasciato che fosse la Cina a farsi carico di tutto il processo, nonostante sul suo territorio si stima ci sia solo il 38% della disponibilità mondiale. Sia la produzione sia la domanda hanno avuto un enorme incremento tra il 2005 e il 2018 e oggi la Cina esporta più del settanta percento del fabbisogno mondiale (più di 180.000 tonnellate l’anno) e l’ottanta per cento delle importazioni statunitensi (160 miliardi di dollari l’anno).

Da qui le minacce di ritorsioni attraverso la sospensione delle esportazioni cosa che, almeno teoricamente, potrebbe mettere in grave crisi tutte le industrie tecnologiche dell’occidente. Già nello scorso maggio, quando Trump annunciò l’istituzione di dazi del 25% su merci cinesi per 250 miliardi di dollari, il quotidiano del Partito Comunista Cinese, il People’s Day, scrisse: “Diventeranno le terre rare la contro-arma per la Cina?” e si rispose: “La risposta non è un mistero”. Negli stessi giorni Xi e il vice premier Liu He, non a caso capo-negoziatore nelle trattative commerciali con gli USA, si recarono presso la Compagnia leader nel settore della lavorazione di questi materiali. Si trattava dell’azienda Jl-Mag situata nella Cina meridionale e quella visita, ampiamente pubblicizzata, causò un immediato rialzo del titolo in Borsa e un’impennata dei prezzi sul mercato globale.

La crisi col Giappone

Non sarebbe però la prima volta che Pechino cerca di utilizzare le terre rare come arma di ricatto. Nella seconda metà del 2010, attorno alle isole giapponesi Senkaku un battello da pesca cinese (la Cina rivendica la proprietà di quelle isole che chiama Diaoyu) fu urtato volutamente da una nave della guardia costiera giapponese. Poiché il Giappone era (ed è) il più grande consumatore mondiale di terre rare, come reazione la Cina ridusse immediatamente le proprie esportazioni del 70%. Il prezzo schizzò verso l’alto per alcuni mesi, ma poi, nell’estate 2011, si stabilizzò. Nel 2014 la Cina fu condannata dall’Organizzazione Mondiale del Commercio per pratiche scorrette e dovette rimangiarsi la propria ritorsione e riprendere regolari esportazioni. Nel frattempo, però, nacque un contrabbando di terre rare che da alcune zone rurali cinesi continuò ad andare verso il Giappone e gli utilizzatori cominciarono a cercare tutte le fonti alternative possibili. Da un lato si cominciò a ridurre gli sprechi e riutilizzare i materiali contenuti nei prodotti usciti dall’uso, dall’altro s’incoraggiò la produzione e il trattamento di terre rare in molti altri Paesi. L’aumento del prezzo poteva rendere ancora redditizi impianti che erano stati abbandonati e nuovi investimenti furono programmati.

Alla fine, la decisione cinese si rivelò un’arma parzialmente spuntata. Ciò che è certo oggi è che quell’esperienza ha messo sull’avviso tutti i consumatori di quei materiali e che perfino la Apple ha ridotto di più della metà le sue importazioni facendo ricorso al riciclaggio. Il Vietnam ha aumentato la propria produzione ed è ora il maggior fornitore del Giappone, avendo sopravanzato la Cina (3.800 tons. contro 3.735 Nikkei. Asia Review  25 giugno).

Quella con gli USA

Nel momento dell’introduzione dei primi dazi doganali contro i propri prodotti (ma le terre rare erano state escluse), la risposta cinese è stata anche di imporre propri dazi del 25% sulle terre estratte nella miniera di Mountain Pass negli Usa, inviate in Cina per essere lavorate e poi re-importate per il mercato americano.

Davanti ai nuovi dazi che potrebbero colpire dal 1 settembre altri 300 miliardi di merci cinesi, Pechino ha lasciato intendere che potrebbe ancora far ricorso al blocco delle esportazioni, ma si rende perfettamente conto che, pur riuscendo a ottenere qualche risultato positivo, a lungo termine la cosa le si ritorcerebbe contro invogliando ancora di più la ricerca di soluzioni alternative.

E’ quindi un’arma a doppio taglio, esattamente come la quantità di bond americani custoditi nelle proprie banche statali. Anche in questo caso un’eventuale decisione di metterne una grande quantità sul mercato porterebbe enormi problemi agli USA e a tutti i possessori internazionali, ma Pechino si troverebbe con le proprie riserve straordinariamente svalutate.

In entrambi i casi, poi, il mondo intero non potrebbe che reagire negativamente, imputando alla Cina la responsabilità di una nuova crisi industriale e/o monetaria mondiale. Con conseguente isolamento internazionale. Probabilmente, la minaccia resterà tale senza mai tradursi in pratica.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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metalli terre rare, USA, Cina
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