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11:04 21 Agosto 2019
Soldati italiani in Libia

L’Italia s’interroga sulle prospettive del conflitto in Libia

© AFP 2019 / MAHMUD TURKIA
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Giulio Virgi
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Il Governo di Roma s’interroga sulle prospettive del conflitto in atto in Libia e sul modo migliore di tutelare i propri interessi.

Non solo ne ha scritto recentemente sul mensile di geopolitica Limes Gianandrea Gaiani, Consigliere per la sicurezza del Ministro dell’Interno, ma sul punto si è pronunciato anche l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino, intervistato dal Corriere della Sera.

Il 30 luglio, inoltre, ha avuto luogo un importante scambio d’idee tra le maggiori autorità italiane competenti per materia, convocate per l’occasione a Palazzo Chigi dal Premier Giuseppe Conte.

Le preoccupazioni sono in effetti palpabili. Ai timori che concernono la gestione dei flussi migratori si sono associati gli effetti della crescente aggressività dimostrata dal maresciallo Khalifa Haftar, al quale è stata ascritta la responsabilità di un attacco condotto contro la “città Stato” di Misurata, che ospita un ospedale militare da campo italiano con al seguito oltre 300 uomini.

Il conflitto civile in atto in Libia si è da tempo internazionalizzato ed ormai coinvolge numerose potenze attive nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”. A Roma, si è finora creduto che il confronto in atto avesse una preponderante natura economica, come se in corso in Libia fosse soltanto un derby tra Eni e Total per il controllo dei giacimenti petroliferi libici. In realtà, non è così.

La battaglia per la Libia, che oppone sul piano interno due schieramenti abbastanza nettamente definiti, rientra infatti nell’ambito di una competizione più ampia, che ha per posta in palio la determinazione delle sfere d’influenza in cui si strutturerà la regione mediterranea dopo il perfezionamento del ritiro americano.

Sul terreno, pertanto, non combattono soltanto due blocchi maggiori di forze locali e una pletora di attori minori, ma schieramenti che abbracciano una quantità significativa di Stati più avvezzi dell’Italia attuale a misurarsi con le brutali realtà della politica di potenza.

Con Tripoli si sono allineati i paesi che sostengono l’agenda dell’Islam politico: essenzialmente, la Turchia ed il Qatar, che assistono in vario modo il Governo di Accordo Nazionale sorto su impulso di Barack Obama dagli accordi di Skhirat e diretto da al-Serraj. Nella vecchia capitale libica e, per la verità anche a Misurata, sono giunte risorse economiche e armi.

Dall’altro lato, dietro Haftar operano i francesi, pare addirittura con propri consiglieri militari, nonché gli emiratini, i sauditi, gli egiziani e milizie di natura mercenaria e varia estrazione geografica.

Sulla carta, non dovrebbe esserci paragone. Invece, Haftar non è finora riuscito a sottomettere Tripoli, un po’ a causa dei propri errori, ma molto per effetto delle grandi dimensioni demografiche della vecchia capitale e della determinazione dimostrata dalle forze islamiste a difenderne l’indipendenza.

Il vecchio maresciallo tuttavia non demorde, probabilmente perché pensa, non senza qualche ragione, che lo scorrere del tempo possa avvantaggiarlo. Sulla carta, la capacità dei suoi alleati di rigenerarne le forze supera in effetti di gran lunga quella vantata dai suoi avversari e può quindi dissipare ciò che possiede con maggior disinvoltura.

© AP Photo / Jean-Francois Badias
Haftar sa inoltre che sul piano personale incontra le preferenze del Presidente Trump, uomo assai ostile alla Fratellanza Musulmana e prossimo al Presidente egiziano al Sisi, anche se altri settori della sua Amministrazione si mantengono più equidistanti, come prova il fatto che velivoli del Pentagono siano stati segnalati proprio a Misurata, agglomerato di cui sono da tempo note le inclinazioni islamiste.

Per questo insieme di ragioni, l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Buccino, pensa che le ostilità non cesseranno tanto presto.

Haftar vuol vincere e pensa ancora di poterci riuscire.

Da Gaiani abbiamo compreso che Roma si aspetta che da un momento all’altro la sua aggressività si smorzi, permettendo di riannodare le fila di un dialogo e mettendo l’Italia nelle condizioni di giocare una nuova partita, magari scommettendo su Maitig e su personalità delle due fazioni maggiori meno compromesse con gli orrori e gli eccessi della guerra in atto.

Per il momento, però, c’è da decidere il da farsi. Come ai tempi di Gentiloni, Roma non intende mollare Serraj, perché ritiene che i suoi maggiori interessi nazionali siano in Tripolitania, malgrado l’Eni estragga petrolio da tutte le regioni della Libia senza particolari problemi. Ma deve trovare il modo di intensificare i contatti che già intrattiene con Haftar, mentre prova a dissuaderlo dal condurre attacchi rischiosi in zone dove si trovino ad operare i soldati italiani.

La situazione non è semplice. Per propria cultura politico-strategica, l’Italia tende a considerare azione diplomatica ed iniziativa militare come strumenti alternativi, anziché complementari ed ha quindi problemi ad immaginare come stabilire un’efficace deterrenza nei confronti di Haftar mentre mantiene in piedi un dialogo con lui.

È possibile che per evitare guai maggiori, l’Italia si avvii ad abbassare il profilo della propria presenza militare sul suolo libico.

Sarebbe invece probabilmente un’opzione migliore mettere i soldati italiani in Libia nelle condizioni di difendersi meglio, dimostrando la propria forza anche con alcuni gesti dimostrativi, ad esempio inviando gli aerei della sua Aeronautica Militare ad effettuare passaggi a bassa quota in caso di attacchi condotti in prossimità del nostro contingente o comunque contro la sua sicurezza. Improbabile che accada. Ma si stiamo in ogni caso avvicinando ad un tornante importante.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Libia, Italia
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