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13:18 24 Agosto 2019
Boris Johnson

Boris Johnson troppo leggero con gli investitori russi secondo stampa liberal

© REUTERS / Toby Melville
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Giulio Virgi
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Al termine di una lunga crisi politica, iniziata ben prima che Theresa May annunciasse la propria rinuncia alla guida del Partito Conservatore britannico e quindi anche alla carica di Primo Ministro, l’ex Sindaco di Londra Boris Johnson è riuscito a subentrarle.

Il processo che ha portato alla sua designazione è stato particolarmente laborioso ed ha marcato una importante discontinuità nelle tradizioni dei Tories, tra i quali raramente il regicida è riuscito a succedere ad un leader regnante. Malgrado fosse il regista della grande congiura che detronizzò la Thatcher, Michael Heseltine chiuse ad esempio senza particolari onori la sua carriera politica. E a sostituire la Lady di Ferro fu un suo protetto, l’allora Cancelliere dello Scacchiere John Major. Stavolta le cose sono andate diversamente, circostanza che probabilmente scontenterà quei conservatori che ancora si sentono vicini all’ex Primo Ministro May, vedremo con quali esiti ai Comuni.

Johnson è un radicale ed intende recuperare ai Tories i consensi che alle ultime europee sono andati a Nigel Farage, facendo del Partito Conservatore l’interprete principale di una linea di scontro totale con l’Unione Europea, che in realtà al suo interno non tutti condividono. Il nuovo Premier lo ha chiarito fin dalla sua prima sortita ufficiale, sulla soglia di Downing Street, affermando che con o senza accordo, entro il prossimo 31 ottobre il Regno Unito abbandonerà l’Unione Europea.

Non è ancora chiaro se davvero Johnson punti all’interruzione dei contatti con le autorità brussellesi dell’Unione Europea, oltretutto in via di avvicendamento. Sembra però più probabile che il nuovo Capo del Governo inglese stia cercando di influenzare le percezioni dei suoi interlocutori europei allo scopo di indurli a trattare con loro in termini più favorevoli. Non importa se prima o dopo la formale uscita di Londra dall’Europa comunitaria. Johnson è infatti convinto che dal no deal l’UE abbia da perdere non meno del Regno Unito, che in ogni caso il nuovo Premier vuol restituire ad un ruolo più importante ed indipendente sulla scena internazionale.

Molti commentatori stanno evidenziando come nelle sue scelte sulla composizione del Cabinet che lo assisterà nell’azione di Governo, Johnson stia premiando personalità che pensano in grande. Di fatto, ben più di Theresa May, il nuovo leader conservatore sembra puntare ad una Global Britain che sia capace anche di condurre una politica estera di più grandi ambizioni.

Tale circostanza pare comportare al momento una maggiore propensione di Johnson ad assecondare l’agenda globale di Donald Trump, di cui sarebbe un’avvisaglia anche la scelta del nuovo Premier di aderire alla richiesta americana di concorrere al pattugliamento delle acque del Golfo Persico.

Alcuni osservatori ritengono che la svolta vada al di là della gestione del contenzioso in cui il Regno Unito si è impelagato dopo la cattura di una petroliera iraniana in alto mare al largo di Gibilterra e annunci la volontà di Londra di distanziarsi dalla difesa ad oltranza dell’accordo sul nucleare di Teheran, ormai denunciato dagli Stati Uniti.

L’arruolamento di Johnson nel grande fronte transnazionale guidato da Trump ovviamente non mancherà di ripercuotersi sul modo in cui la stampa liberal mondiale tratterà il nuovo leader britannico.

Dopo averlo già lungamente deriso per i suoi modi rozzi, i media hanno dovuto prendere atto del fatto che Johnson padroneggia perfettamente latino e greco antico, circostanza che impedisce di definirlo una persona ignorante.

La narrativa è quindi destinata a cambiare ed è a questo proposito interessante notare come gli attacchi stiano iniziando a prendere un’altra direzione, che suona piuttosto familiare a chi stia seguendo la politica americana degli ultimi due anni e un po’ di quella italiana degli ultimi mesi.

Johnson, si dice, potrebbe non essere più così intransigente con la Russia come lo erano stati i suoi predecessori. Il nuovo Premier, infatti, non solo vanterebbe amicizie tra gli oligarchi emigrati a Mosca, ma per supplire allo shock economico della Brexit potrebbe dimostrare minor interesse a monitorare e selezionare i capitali russi in afflusso nel Regno Unito.

A dare il là, un pezzo pubblicato il 24 luglio scorso da Foreign Policy, testata che appartiene allo stesso gruppo editoriale che controlla il Washington Post e Newsweek. È una tecnica a basso costo, che nei paesi anglosassoni continua a funzionare egregiamente, sfruttando pregiudizi consolidati. Vedremo presto se riusciranno ad istruire un Russiagate anche in Inghilterra.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Gran Bretagna, Regno Unito, Boris Johnson
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