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06:59 26 Agosto 2019
Esercito siriano

Ridateci Bashar Assad

© Sputnik . Michael Alaeddin
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Gian Micalessin
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“Foreign Policy”, il sito dell’America “liberal” sostenitore per anni del sostegno ai ribelli siriani riconosce che anche a Raqqa Washington ha sbagliato tutto.

Nell’ex capitale dell’Isis, sottratta al Califfato dai curdi con l’appoggio Usa, cova il risentimento verso i “liberatori”. E cresce il desiderio di tornare sotto il governo del presidente siriano.

A liberare Raqqa e la sua popolazione dal giogo e dagli orrori dello Stato Islamico ci han pensato, nel 2017, le milizie curde dell’Ypg (Unità di Protezione del Popolo Curdo) con l’appoggio dell’aviazione e delle forze speciali degli Stati Uniti. A quasi due anni di distanza, però, gli abitanti di Raqqa non si sentono assolutamente in debito. Anzi la maggioranza di loro sogna di salutare il ritorno del governo di Bashar Assad. E così il sentimento più diffuso nei confronti dei propri “liberatori” non è la più la riconoscenza, ma bensì il “risentimento”. A raccontarlo in un imbarazzato, ma sincero reportage-analisi pubblicato dall’autorevole sito “Foreign Policy” è la ricercatrice israeliana Elisabeth Tsurkov reduce da un viaggio di studio in quella che fu la capitale del Califfato sul versante siriano.

Vincitori in bilico

“I recenti annunci fatti dal presidente Donald Trump riguardo un imminente ritiro – scrive la Tsurkov – hanno alimentato la possibilità che l’Sdf (Forze democratiche siriane, la coalizione di forze curde e arabe appoggiata dagli Usa per combattere lo Stato Islamico – ndr) perda il controllo della città”.

La ricerca della Tsurkov è l’ennesima conferma del fallimento della strategia americana in una Siria dove l’Amministrazione Obama prima, e quella Trump poi, hanno tentato di negare l’unica consolidata realtà di fatto ovvero il sostegno garantito al regime dalla maggioranza della popolazione. La realtà negata dal 2011 ad oggi riaffiora con ancor più devastanti contraddizioni in una Raqqa dove la popolazione, in gran parte araba, sopporta malvolentieri l’egemonia delle milizie curde dell’Ypg.

“Molti in città - scrive la Tsurkov citando alcuni attivisti locali - vedono l’Amministrazione come una forma di occupazione straniera. Negli incontri con i funzionari dell’Sdf il comandante arabo originario del posto prende la parola assai raramente mentre il suo superiore curdo, arrivato da fuori, risponde a tutte le domande …. Sia i funzionari dell’Sdf, sia quelli locali confermano che la collaborazione con gran parte della popolazione resta assai limitata”.

La mancata ricostruzione

Uno dei motivi originari del malcontento sono le ingenti distruzioni causate dai bombardamenti americani durante le fasi finali dell’offensiva. Quei bombardamenti, secondo le stime delle Nazioni Unite, hanno reso inabitabile l’80 per cento dell’area urbana, ma vengono oggi considerati inutili e superflui da una popolazione convinta che la ritirata dello Stato Islamico da Raqqa non sia stata il frutto dell’offensiva congiunta di Sda e alleati americani, ma piuttosto degli accordi segreti raggiunti dai capi curdi e dai vertici dell’Isis.

“Se avevano deciso di lasciarli andare a Baghouz (l’ultima enclave dell’Isis caduta soltanto lo scorso marzo - ndr) perché hanno distrutto la città” – si chiede un negoziante intervistato dall’autrice.

Il rimpianto per il passato

Un’altra fonte di risentimento è la mancanza di servizi a cui s’affianca il costo assai elevato di quei pochi servizi messi a disposizione dalla cosiddetta “Auto Amministrazione” sostenuta dagli Stati Uniti.

“Prima avevamo acqua gratis, elettricità gratis, pane gratis, scuole gratis, ospedali gratis….Ora tutto è costoso” - racconta un’anziana donna che ha ospitato nella propria casa l’autrice del reportage.

E con lei concordano tanti altri civili che ricordano come un’età dell’oro i decenni passati sotto il regime di Bashar Assad e del padre Hafez. Decenni rievocati con sconsolato rimpianto da chi, a due anni dalla cosiddetta “liberazione” si ritrova a vivere in una Raqqa dove l’elettricità arriva a singhiozzo e scuole ed ospedali sono ancora ridotti a cumuli di rovine.

Una città in cui molto sfollati rifugiatisi a Damasco o in altre zone della Siria per sfuggire al Califfato si guardano bene dal rientrare.

“Torneremo soltanto quando tornerà anche il regime”

Così spiegano nei colloqui con parenti e amici rientrati a Raqqa molti sfollati non ancora rientrati da Damasco o da altre zone della Siria nonostante la caduta dell’Isis.

Dopo aver appoggiato una ribellione jihadista sconfessata dalla maggioranza dei siriani e debellata grazie all’intervento russo l’America si ritrova – insomma - politicamente sconfitta anche nell’unico angolo di Siria dove era convinta di aver sostenuto l’alleato giusto. Una dura lezione che dimostra, come già in Iraq, che le vittorie conseguite grazie alla forza militare non valgono nulla senza il consenso popolare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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crisi in Siria, USA, Siria
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