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15:06 24 Agosto 2019
Opinioni
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Gian Micalessin
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Nonostante le minacce a Teheran Trump punta ad una soluzione negoziale che gli consenta di presentarsi alle presidenziali sventolando un accordo con il nemico “migliore”, almeno a parole, di quello sul nucleare negoziato da Barack Obama. E Boris Johnson deve pensare alla Brexit anziché all’Iran.

“Non voglio la guerra con l’Iran, ma se ci sarà la distruzione sarà di un livello mai visto prima”. A parole il presidente americano Donald Trump sembra sempre ad un passo dall’attaccare, ma nei fatti la guerra dell’America all’Iran resta un’ipotesi remota. I primi a saperlo sono gli iraniani che non a caso si muovono con estrema abilità e freddezza in un risiko fatto soltanto di parole. Un risiko che, in verità, è solo la cornice in cui entrambe le parti auspicano una soluzione negoziata accettabile sia per Teheran, sia per Washington. In tutto questo la guerra resta o un bluff o una variabile impazzita frutto di un incalcolabile errore. Trump per quanto le spari grosse non ha nessuna intenzione di accontentare né il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, sostenitore da decenni della necessità di ridimensionare anche militarmente Tehran, né il segretario agli esteri Mike Pompeo assai sensibile alle pressioni dell’ apparato militare industriale.

Il vero obbiettivo di Trump

L’unico vero obiettivo del Presidente è poter sventolare, sin dall’inizio della campagna per la propria rielezione, un accordo con il regime degli ayatollah “migliore”, almeno a parole, di quello siglato da Barack Obama. I primi ad averlo capito sono gli iraniani che – non a caso - si stanno affrettando a proporgli una via d’uscita accettabile per l’America e capace di garantire all’Iran il ritorno a quegli accordi commerciali con l’Europa garantiti dall’intesa sul nucleare del 2015. Ad aprire la via del negoziato ci ha pensato il presidente iraniano Hassan Rohani che martedì scorso, dopo un colloquio telefonico con il presidente francese Emmanuel Macron, ha spedito a Parigi il vice ministro degli affari esteri Abbas Araqchi. Nella valigetta dell’emissario c’era la proposta di compromesso con l’America messa a punto da Teheran. La proposta prevede che gli Stati Uniti restino fuori dall’accordo sul nucleare, ma s’impegnino a togliere le sanzioni in cambio della disponibilità iraniana a rispettare tutti gli accordi pregressi e a garantire la sicurezza dello stretto di Hormutz rinunciando a minacciare il traffico marittimo.

La proposta iraniana

La proposta, messa in questi termini, è ancora largamente inaccettabile per Trump che ha sempre ribadito la necessità di un accordo in cui gli iraniani si impegnino a ridimensionare la minaccia missilistica. Ma è il primo passo di un processo negoziale praticamente obbligato per una potenza statunitense che non ha né la volontà, né la determinazione politico militare indispensabile per piegare con la forza l’Iran. I motivi sono evidenti. Il primo è la campagna per la rielezione di Trump. Finire invischiato in una guerra con un nemico imprevedibile e capace di colpire asimmetricamente utilizzando sia gli alleati regionali, sia gruppi come Hezbollah capaci d’impiegare la minaccia terroristica a livello globale, è un rischio che il presidente uscente non può affrontare. Un rischio che almeno fino alle elezioni di settembre non è disposto a correre nemmeno l’alleato israeliano Benjamin Netanyahu sempre assai deciso nel ridimensionare la minaccia iraniana. E anche l’aggressività anti iraniana esibita da altri importanti alleati regionali come Arabia Saudita ed Emirati Arabia va misurata alla luce delle effettive capacità militari. Capacità non proprio brillanti a giudicare dai risultati raggiunti nello Yemen dove i ribelli Houti - addestrati e finanziati da Teheran - non solo hanno tenuto testa a sauditi ed emirati, ma hanno costretto questi ultimi a ritirare le truppe dispiegate nello strategico porto di Aden.

Un’America senza alleati

A rendere ancor più aleatoria un’operazione militare statunitense contribuisce la scarsa disponibilità degli alleati europei assolutamente critici rispetto alla decisione della Casa Bianca di rompere l’accordo sul nucleare. E nonostante il braccio di ferro iniziato dopo il blocco per mano inglese di una petroliera iraniana a largo della Spagna e quello della britannica Stena Impero per mano iraniana anche il nuovo premier Boris Johnson, seppur vicino agli Stati Uniti, potrebbe scegliere la strada del negoziato anziché quella della forza. Prigioniero di una Brexit che richiederà tutto il suo impegno per arrivare, come promesso, all’uscita dall’ Unione Europea entro il 31 ottobre Johnson ben difficilmente potrà permettersi distrazioni belliche. Anche perché la ventina di navi da guerra rimaste alla Marina di Sua Maestà dopo i drastici tagli di bilancio degli ultimi anni non consentono grandi avventure nel Golfo Persico.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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