Widgets Magazine
18:08 22 Ottobre 2019
Migranti dalla Tunisia

C’era una volta un clandestino, una storia vera raccontata in prima persona

© AFP 2019 / FILIPPO MONTEFORTE
Opinioni
URL abbreviato
Di
262
Seguici su

Lanciato un messaggio autentico di speranza rivolto a tutti quegli immigrati che vogliono integrarsi e avere una vita dignitosa nella Terra Promessa.

Mentre il governo sta con disperazione cercando di gestire i flussi migratori tramite l’introduzione delle misure ristrettive, in Italia esce un libro “C’era una volta un clandestino” (edizioni Policromia, PubMe) che non solo tocca la questione della immigrazione clandestina ma lancia un messaggio autentico di speranza rivolto a tutti quegli immigrati che vogliono integrarsi e avere una vita dignitosa nella Terra Promessa.  

È un volume autobiografico, basato su una storia vera di un ex-clandestino che è arrivato in Italia dall’Albania nel 1995, all'età di diciassette anni, con un gommone, e che oggi ha 41 anni e vive a Milano dove è perfettamente integrato e dove ha potuto realizzare il suo sogno diventando uno scrittore emergente. 

Per sentire questa storia appassionante ed ispirante in prima persona Sputnik-Italia si è rivolto all’autore del volume “C’era una volta un clandestino” Eltjon Bida (Elty).

- Eltjon, come è arrivato in Italia? Perché ha deciso di lasciare la sua terra?

Eltjon Bida 
© Foto : Fornita da Eltjon Bida 
Eltjon Bida 

- Sono partito col gommone dalla mia cittadina, Fier, nel 1995, quando avevo 17 anni. In parte ho lasciato la mia terra per necessità, dall’altra parte ero animato dalla voglia di conoscere l’Italia, e dalla voglia di una vita migliore. In Albania non avevo un futuro. Ero disperato. In quegli anni, anche chi era laureato, se era fortunato, andava a pascolare le mucche. C’era tanta povertà, non c’era lavoro, non c’erano soldi e i disordini erano continui. Si erano create delle piccole bande che ti fermavano in mezza la strada, ti derubavano e a volte si rischiava di prendere anche qualche coltellata o pallottola. L’altro motivo per cui ho deciso di partire era determinato da un problema renale e se fossi stato operato in Albania, forse, mi sarei ritrovato con un rene solo. Il servizio sanitario albanese in quegli anni purtroppo era disastroso. C’erano liste d’attesa di un anno. Dopo circa un mese che ero in Italia, la famiglia che mi ha accolto in Abruzzo (famiglia che frequento tuttora) mi ha aiutato e ha fatto sì che io venissi ricoverato in un ospedale a Pescara. Fu così che subì un intervento che riuscì perfettamente, ed ora io sono in perfetta forma.

- Cosa ricorda di quelle ore trascorse in mare sul gommone della speranza? Ha avuto paura di questa avventura rischiosa?

Tripoli, Libia.
© Sputnik . Vladimir Fedorenko

- Io non volevo partire col gommone. Sapevo quanto fosse rischioso. Anche perché poco prima della mia partenza due nostri cugini erano morti proprio nel tentativo di raggiungere l'Italia con il gommone. Quindi ho fatto un primo tentativo con la nave, usando documenti falsi. Ma sono stato scoperto e rimpatriato. Ricordo che ero con mio padre e gli avevo detto che non avevo intenzione di tornare al nostro paesino. A quel punto rimaneva solo l’alternativa del gommone. Avevo fatto il viaggio da solo. Eravamo in ventisei su un gommone da sei posti. Quando ho visto le dimensioni di quella imbarcazione mi ha preso il terrore e mi sono venuti in mente i due cugini inghiottiti dal mare. Non abbiamo più saputo nulla di loro, ma all'epoca si diceva che ad ammazzarli erano stati gli scafisti, che dopo essersi accorti che il gommone stava imbarcando acqua, gli avrebbero sparato per poi buttarli in mare così da alleggerire il gommone. Sai, quando sei su quel gommone il cuore ti batte a mille: sia per la paura, sia per l’impazienza di raggiungere il Paese sognato. Ricordo le onde che ci venivano addosso, le faccie terrorizzate dei compagni di viaggio, il freddo tagliente, le mani ghiacciate; ricordo quando gli scafisti, a circa cento metri dalla riva ci dissero di buttarci nell’acqua con tutti i vestiti e le borse, perché non potevano avvicinarsi di più. Forse però il ricordo più forte di quella esperienza è il momento in cui lo scafista timoniere spense il motore in mezzo al mare perché una nave ci passava vicino e non voleva che si accorgesse di noi, del gommone. Appena spento il motore, una bimba di due anni che si era addormentata si svegliò e cominciò a piangere. Lo scafista disse che se non la facevano smettere, l’avrebbe buttata in mare. Può darsi che si trattasse solo di una minaccia, ma fece comunque scattare i nervi del papà della bimba. I due per poco non vennero alle mani. Lo scafista impugnava una pistola e se avesse sparato al papà della bimba, molto probabilmente avrebbe sparato anche a tutti noi per non avere dei testimoni. È stato senza dubbio uno dei momenti più terrificanti della mia vita!

- Esiste davvero un patto tra gli scafisti e i migranti del quale parlano alcuni giornali? Potrebbe raccontare la sua esperienza? Quanto avete pagato per salire sul barcone?

- Io non parlerei di un vero e proprio patto! È innegabile che gli immigrati siano costretti a pagare gli scafisti. Gli scafisti stanno sempre vicino al porto. Hanno degli uomini che collaborano con loro i quali avvicinano tutti coloro che si trovano in quella zona chiedono se sono interessati a raggiungere l’Italia. Uno paga la cifra che ti viene richiesta e decidono loro quando farti partire. Io ho pagato un milione delle vecchie lire.

- Cosa ha fatto una volta sbarcato in Italia?

Eltjon Bida: “Sono sbarcato in Puglia, esattamente tra Otranto e Lecce. Ad attenderci c’erano due italiani che collaboravano con gli scafisti. Come avrà già intuito gli scafisti hanno degli agganci sia di qua che di là. Infatti questi due ci hanno chiesto altro denaro per portarci alla stazione di Lecce. Da lì presi un pullman che mi portò in Abruzzo dove sono stato accolto dal fidanzato italiano di mia cugina. Lui in realtà non si considerava il suo fidanzato ma mi ha comunque ospitato. Ero molto contento, perché avevo un tetto sulla testa, da mangiare e aiutavo quell'uomo in campagna, con i pomodori e gli animali. Lavoravo dalla mattina alla sera senza un orario fisso e senza un giorno di riposo, ma d’altronde a me stava bene così. Ero in Italia per lavorare e guarirmi e non per fare il turista.

- Nel volume c’è un emozionante episodio su suo fratello, che ha ritrovato a Milano… Potrebbe raccontarlo?

- Se svelo l’episodio di mio fratello, rischio di togliere un po’ di fascino al libro. Mi limito a darle un’anteprima e a confermarle che la storia di mio fratello ha dell’incredibile! Era da mesi che non avevamo sue notizie e mia mamma per questo lo piangeva tutte le sere. Fu così che misi alla sua ricerca. Per sapere se l’ho trovato, dove e come l’ho cercato... Bisogna leggere il libro.

La copertina del libro C'era una volta un clandestino da Eltjon Bida 
© Foto :
La copertina del libro "C'era una volta un clandestino" da Eltjon Bida 

- È stato difficile “scappare” dallo status di clandestino? I suoi primi anni in Italia erano duri? Cosa porta con sé di quei momenti?

- Non è stato difficilissimo perché sono sempre stato convinto che ce l’avrei fatta. In Abruzzo, i miei datori di lavoro mi avevano detto che se mi fossi comportato bene e avessi cercato di lavorare, in Italia non avrei incontrato ostacoli. Ho seguito il loro consiglio e qui in Italia ho sempre trovato porte aperte. Ovviamente ho attraversato anche momenti difficili, come quando ero rimasto quattro mesi senza un lavoro e di conseguenza mangiavo nelle Caritas e dormivo in un vagone abbandonato. Ma sono state esperienze che mi hanno fatto crescere. Se uno passa ciò che ho vissuto io è in grado di apprezzare la vita di più di una persona che ha sempre avuto di tutto e non ha mai sofferto la fame.

- A Suo avviso, come è cambiata l’immigrazione dal 1995 ad oggi? Cosa pensa della attuale politica contro l’immigrazione clandestina realizzata da Matteo Salvini?

© AP Photo / Christophe Ena

- Non è cambiato tanto al mio avviso. Alla base c’è sempre la ricerca di una vita migliore. Non è tanto una questione di Salvini o no, la politica italiana deve trovare un sistema che aiuti veramente ad integrarsi chi veramente viene qua per lavorare, chi emigra perché al suo paese non ha alternative ed è disperato, chi rispetta gli italiani e le leggi. Invece per quelli che non hanno voglia di integrarsi, quelli che rubano, spacciano, maltrattano le donne, insomma chi combina qualcosa di brutto, l’Italia deve essere più rigida. Quelle persone non vanno messe in galera, perché poi siamo sempre noi che li dobbiamo mantenere, ma vanno rispedite da dove sono arrivati, prendendoli le impronte digitali. Non bisogna dimenticare che le mele marce ci sono ovunque. Non si può fare d’ogni erba un fascio. Altrimenti a rimetterci sono sempre i più deboli e chi davvero è alla ricerca di una seconda possibilità. Essere nati dalla parte fortunata è solo un caso.

- Cosa rappresenta la Sua vita di oggi? Si sente adesso l’italiano? È rimasto qualcosa in Lei di Elty, il 17enne che giunto l’Italia 24 anni fa?

- Sono felicissimo. Realizzo un sogno dopo l’altro: sognavo di avere una bella famiglia, e ce l’ho. Sognavo d’imparare bene l’inglese, e ce l’ho fatta. Sognavo di imparare anche qualche altra lingua, ed ora ci riesco. Sognavo di lavorare in un ambiente pulito, in giacca e cravatta, ed ho lavorato per tredici anni come receptionist d’albergo. Sognavo di fare del bene e poter donare qualcosa, infatti il 10% del ricavato del libro è donato all’Associazione di Pane e Quotidiano. Infine avevo il grande sogno di scriverne un libro e non solo ci sono riuscito, ma sta addirittura andando meglio di quanto pensavo.  A dire il vero mi sento italiano quanto albanese. Amo entrambi questi paesi meravigliosi. L’Albania è la terra dove sono nato, ho imparato a camminare in cui ho i miei ricordi da bambino. In Italia invece sono divento un uomo, ho trovato la donna della mia vita, mi sono sposato, è il Paese dove sono nati i miei due bambini. Dunque direi che ho cuore albanese e testa italiana: è un misto fantastico. Del 17enne è rimasta la determinazione. Quando mi metto qualcosa in testa, non mollo finché raggiungo l’obbiettivo.

- Il suo racconto è una storia vincente. Lei è stato fortunato rispetto a molti altri immigrati. Se potesse rivolgersi alle persone che sperano di trovare fortuna in Italia, cosa gli consiglierebbe?

- Il mio slogan è: solo con l’onestà e il desiderio d’integrarsi si può arrivare lontano. E solo curandosi del Paese che ti accoglie, se ne può davvero fare parte”.

- Cosa vorrebbe da questo libro?

- Prima le ho raccontato i miei sogni. Dunque sono uno che non smette mai di sognare. Cerco di arrivare più lontano possibile. Sogno che questo libro diventi un film. E infatti questi giorni ho avuto due proposte che sto valutando, da due registi diversi. Visto che le persone purtroppo non leggono tanto, vorrei che guardando il film vedessero che la mia esperienza testimonia il mio slogan di prima.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik