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10:06 19 Luglio 2019
Donald Trump

Guerra, “regime change” o che altro? Tutte le opzioni di Trump sull’Iran

© REUTERS / CARLOS BARRIA
Opinioni
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Mario Sommossa
L'escalation delle tensioni tra USA e Iran (55)
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Oramai ci siamo abituati a vedere ondeggiare tra l’insulto e le blandizie le dichiarazioni di Trump sui temi di politica internazionale.

L’esempio più clamoroso è il rapporto con la Corea del Nord ove, dopo essersi insultati reciprocamente a fasi alterne, entrambi hanno affermato di aver ricevuto una lettera dell’altro così gentile e amichevole da non poter rinunciare a un nuovo incontro, cosa effettivamente avvenuta pochi giorni fa, addirittura a Pyongyang.

Un caso, però, in cui la coerenza di comportamento del Presidente americano sembra passare ogni possibilità di comprensione è la questione iraniana. E’ pur vero che non si devono giudicare le sue azioni secondo la logica della diplomazia tradizionale, sia perché lui ne è totalmente digiuno, sia perché del suo modo di intendere le relazioni internazionali ha volutamente fatto una bandiera che lo contraddistingue di fronte ai suoi elettori. Tuttavia, ogni azione deve avere un qualche fine perfino quando non lo si dichiara o lo si camuffa con falsi obiettivi. Cerchiamo dunque di capire cosa Trump vorrebbe ottenere da Teheran.

A prima vista le ipotesi sono almeno tre: un nuovo negoziato, un cambiamento di regime o la guerra.

Nonostante le dichiarazioni dei suoi collaboratori, Bolton in primis, una nuova guerra in Medio Oriente sarebbe disastrosa per gli USA e Trump, pur senza escluderla, ripete continuamente che è l’ultima delle soluzioni cui mirerebbe. Nel caso gli USA decidessero per il conflitto armato, esso potrebbe avvenire con due modalità: un singolo bombardamento “chirurgico” (o una serie di attacchi aerei come quelli effettuati in Siria) oppure una guerra vera e propria con invasione di truppe di terra. Che gli Stati Uniti siano in assoluto la più grande potenza militare del mondo è indiscutibile, ma è pur vero che, dal Vietnam in poi con l’eccezione della guerra di Serbia, non hanno vinto alcun conflitto e, dopo essere rimasti impantanati per anni, se ne sono dovuti andare lasciando una situazione peggiore (per loro) di quando tutto era cominciato. Afghanistan e Iraq sono i maggiori esempi ma anche Somalia e Libano hanno rappresentato l’emblema di sconfitte che l’opinione pubblica americana preferisce non ricordare.

Nel caso di un attacco aereo, al Pentagono tutti sanno che l’Iran non è né la Siria né la Jugoslavia. Le capacità di reazione antiaerea iraniana è ben maggiore di quanto potevano vantare i due Paesi e non c’è alcuna certezza che gli obiettivi colpiti riescano a impedire le capacità di reazione. A essere oggetto di risposta di Teheran non sarebbe certo il territorio degli Stati Uniti, fuori portata anche dei più capaci dei missili iraniani, ma lo sarebbero Israele e Arabia Saudita, stretti alleati e primi fautori di un’azione armata. Ciò porterebbe immediatamente a un allargarsi del conflitto, con immediata destabilizzazione di tutta l’area medio-orientale e conseguenze tragiche sulla possibilità di utilizzo dello stretto di Hormuz per i transiti del petrolio e del gas. Anche gli oleodotti che attraversano la penisola per arrivare al Mar Rosso ed evitare così il passaggio dal Golfo non sarebbero al sicuro e l’invio di missili (da parte degli Huthi dello Yemen) che già l’hanno danneggiato è stato fatto proprio per dimostrarlo.

Per mettere fuori uso tutte, o quasi, le capacità reattive iraniane occorrerebbe che all’azione aerea si accompagni una di terra. In questo caso, però, è bene non dimenticare che l’Iran non è l’Iraq e che gran parte del Paese oltre ad essere molto più vasto e abitato è pure montagnoso. Occorrerebbero dunque molte centinaia di migliaia di uomini che dovranno trattenersi nell’occupazione per molti lunghi anni. Durante i quali è inimmaginabile che le Guardie Rivoluzionarie e cioè le forze meglio armate del Paese rinuncino a organizzare azioni di guerriglia continuata e velenosa. Anche se si trovasse un gruppo di persone disposte a diventare un Governo fantoccio, è molto probabile che il dopo-guerra si trasformi in una lunga guerra civile ove la maggioranza della popolazione, per quanto stanca degli Ayatollah, non parteggerebbe certo per gli americani. Si tratta inoltre di vedere come si comporteranno Cina e Russia che ben difficilmente sarebbero pronte a plaudire a una nuova instabilità con possibili coloriture di stampo islamista.

Se escludiamo la convenienza di una guerra, dobbiamo però considerare le altre due ipotesi e cioè l’obiettivo di cambio di regime o il costringere Teheran a una nuova negoziazione. Se quest’ultima fosse la scelta cui Trump mira sembrano del tutto fuori luogo i contenuti delle ultime sanzioni applicate dopo l’abbattimento del drone-spia. Si è trattato, infatti, di “punire” tra gli altri l’Ayatollah Khamenei e il Ministro degli Esteri Zarif. Passi per il primo ma il secondo, nel caso di eventuali negoziati, resta l’unico possibile interlocutore. Se non fosse lui, chi lo sostituisse sarebbe certamente un uomo designato dalle Guardie Rivoluzionarie e quindi qualcuno molto meno disponibile a concessioni. Occorre, comunque, aggiungere che per ciò che riguarda il programma nucleare iraniano esso è, a detta di tutti i negoziatori del 6+1, il risultato più stringente mai imposto ad alcuno e, se il vero obiettivofosse la chiusura di ogni investimento iraniano nei missili balistici, nessun Governo a Teheran potrebbe mai accettarlo se non dopo una sconfitta militare. Questi missili costituiscono, infatti, l’unica vera arma offensiva/difensiva aerea che l’Iran ha a disposizione, essendo stata la sua aviazione messa in ginocchio dalle sanzioni precedenti.

Resta allora l’opzione “cambio di regime” e, vista la situazione, tale sembrerebbe l’ipotesi più razionale. Le sanzioni americane, quelle dirette e quelle “secondarie” stanno infatti mettendo l’economia del Paese in ginocchio e ciò sta causando una diffusione del malcontento popolare. Perché tale sofferenza si trasformi in una pressione talmente forte da causare una caduta del regime, occorre però che ci sia qualcuno in grado di organizzarla e guidarla. L’unico evento che potrebbe realmente verificarsi è la caduta del Governo di Rohani, cosa che porterebbe ancora maggiore potere nelle mani degli ultra-conservatori. Ebbene, a oggi e checché ne pensino quegli americani in contatto con i “Mujaheddin del Popolo” e succubi dei loro racconti, nessuna forza sarebbe in grado di coalizzare attorno a sé, con speranza di duraturo successo, tutti quegli scontenti che pur preferirebbero una maggiore apertura verso l’occidente. Anche se ci sbagliamo e si riuscisse a creare un Governo “amico”, è però molto probabile che si ritorni allo scenario precedente e cioè che le Guardie Rivoluzionarie diano inizio a una guerra civile dall’incerto esito.

Per finire, va considerata la possibilità che nessuno dei precedenti sia il vero obiettivo e che esista una quarta ipotesi. In questo caso tutto quanto sopra dovrebbe essere interpretato come una pura “recita” con due scopi: esibire agli elettori americani un Presidente “macho” e deciso (a cosa?) e, soprattutto, rassicurare Israele e gli alleati del Golfo (vedi Arabia Saudita) sulla volontà americana di non abbandonarli davanti agli intenti egemonici iraniani verso l’area. Considerata la complessità psicologica del Tycoon, anche quest’ultima eventualità non è affatto da escludere.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tema:
L'escalation delle tensioni tra USA e Iran (55)
Tags:
USA, Iran
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