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10:27 19 Luglio 2019

Prosegue il duello ingaggiato dal governo italiano contro le ong

© REUTERS / Guglielmo Mangiapane
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Giulio Virgi
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Si aggrava lo scontro tra il mondo delle organizzazioni non governative desiderose di salvare quante più vite è possibile in mare e il Governo di Roma determinato a stroncare i flussi migratori illegali che raggiungono il territorio italiano.

Nei giorni scorsi, infatti, un primo natante, la Sea Watch 3, sotto il comando di una volontaria tedesca, Carola Rackete, ha disubbidito all’ordine di non entrare nel porto di Lampedusa che le era stato impartito dalle autorità di pubblica sicurezza italiane e ha attraccato, facendo successivamente sbarcare i migranti che aveva raccolto. Sulla barca si trovavano anche alcuni parlamentari, incluso un ex Ministro, dei quali ancora non sono ancora state del tutto chiarite le eventuali responsabilità.

L’azione della “capitana” Rackete ha comportato anche importanti rischi, perché nella fase di avvicinamento agli ormeggi la Sea Watch 3 ha posto in pericolo l’incolumità dell’equipaggio di una motovedetta della Guardia di Finanza che si era interposta tra il battello e la banchina.

La comandante della nave è stata prima tratta in arresto e poi successivamente rilasciata, dal momento che il giudice per le indagini preliminari competente sul caso ha ritenuto prevalente rispetto all’obbligo di rispettare la legge italiana il dovere imposto dal diritto internazionale della navigazione di procedere al salvataggio dei naufraghi: un’azione che si concluderebbe soltanto con lo sbarco sulla terraferma dei malcapitati.

Il pronunciamento della magistratura italiana ha naturalmente incoraggiato emulazioni e sabato scorso la crisi ha raggiunto l’apice quando il Ministro dell’interno italiano, Matteo Salvini, ha ribadito la chiusura del porto di Lampedusa, precisando che le imbarcazioni delle forze dell’ordine avrebbero applicato coattivamente la legge, impedendo alla Alex, una barca a vela appartenente ad una Ong italiana, di attraccare.

Invece, la Alex è egualmente riuscita ad arrivare a destinazione senza ostacoli. In questo modo, il sistema dissuasivo creato dal Governo italiano si è sgretolato, determinando forte sensazione in un’opinione pubblica che è ancora maggioritariamente ostile alle politiche migratorie permissive del passato, ma che proprio per questo poco capisce per quali ragioni si sia aperta questa falla. Ha preso piede persino una narrazione tendente alla negazione dei risultati conseguiti da Salvini in questo suo primo anno alla testa del Viminale, malgrado l’evidente riduzione degli afflussi.

Molti media hanno correttamente osservato come il grosso degli arrivi recenti sia imputabile ai successi riportati dagli scafisti nell’eludere i sistemi di sorveglianza approntati per fermarli, mentre le Ong avrebbero traghettato finora una percentuale molto bassa di migranti irregolari, implicitamente sostenendo che la loro attività sia trascurabile e quindi tollerabile.

Si tratta però di un punto di vista assai discutibile per almeno due ragioni.

Innanzitutto, perché tende a confondere tra loro azioni solo apparentemente simili ed invece profondamente diverse. Mentre infatti i successi dei trafficanti integrano soltanto il perfezionamento di un reato, nel caso delle iniziative realizzate dalle Ong siamo in presenza di un attacco politico deliberato alle leggi dello Stato italiano ed al suo stesso Governo.

L’obiettivo perseguito dalle Ong, infatti, non è il traghettamento di qualche disperato in fuga dai centri di detenzione per migranti allestiti in Libia, ma la modifica delle norme approvate dal Parlamento italiano per contenere i flussi migratori irregolari, con il fine ultimo probabile di determinare una crisi politica a Roma. Ben altro, quindi.

Pare inoltre sfuggire ai commentatori mainstream il fatto che la riuscita dei disegni del volontariato marittimo internazionale possa in tempi brevi alterare drasticamente i numeri di cui si parla, aprendo la porta ad una campagna molto più massiccia e strutturata di raccolta a mare dei migranti irregolari.

Di qui l’urgenza con la quale Salvini e il Governo italiano hanno reagito alla sfida, irrigidendo le norme del nuovo pacchetto sicurezza all’esame delle Camere e soprattutto delineando una strategia di contrasto al fenomeno assai più complessa ed aggressiva di quella che si è vista negli ultimi dodici mesi.

Le Forze Armate italiane si occuperanno dell’avvistamento dei natanti e si incaricheranno di respingerli verso le coste di partenza in collaborazione con una Guardia Costiera libica ulteriormente rafforzata dalla cessione di altre dieci unità.

È possibile che nell’adempimento della loro missione di contrasto all’immigrazione le unità militari italiane coinvolte, fra le quali vi sono navi e persino sottomarini della flotta d’altura, passino in qualche modo alle dipendenze del Ministero dell’interno e quindi agli ordini di un prefetto incaricato, con buona pace del Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che vorrebbe invece rilanciare l’operazione Sophia con la quale una squadra navale europea ha pattugliato negli anni scorsi le rotte mediterranee più a rischio, per procedere ai salvataggi e sbarcare i naufraghi nei porti del Bel Paese.

C’è infine un ulteriore aspetto di questa crisi che merita di essere sottolineato. Mentre il Governo federale tedesco si apprestava a varare una serie di nuove misure assai restrittive nei confronti dei migranti irregolari, il Ministro dell’Interno bavarese Horst Seehofer si pronunciava apertamente in favore di una correzione della politica italiana di chiusura dei porti.

La circostanza ha sorpreso non pochi osservatori, dal momento che Seehofer è stato a lungo considerato un interlocutore quanto meno comprensivo nei confronti di Salvini e delle politiche italiane di contrasto ai flussi migratori illegali.

Se si tiene presente la forte esposizione del volontariato tedesco nel Mediterraneo, sorge a questo punto il sospetto sia all’opera una vera e propria strategia anti-italiana che gode di importanti appoggi anche in ambienti istituzionali della Repubblica Federale.

Dopo l’aspro scontro registratosi in occasione delle elezioni europee e poi durante le trattative per l’attribuzione delle massime cariche comunitarie, è forse imprudente escludere che nei confronti dell’Italia gialloverde si stiano attuando vere e proprie forme di guerra ibrida di cui Ong e migranti sono solo gli strumenti più o meno consapevoli.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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