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02:58 21 Settembre 2019
Tripoli dopo bombardamenti

Tra Italia e Russia una Libia che scotta

© REUTERS / Ismail Zitouny
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Molti in Italia guardano a Vladimir Putin per recuperare il nostro ruolo in Libia. Ma il rapporto con Mosca in una nazione dove il settore energetico è al centro degli interessi internazionali è estremamente delicato. E Salvini e Putin sono i primi a saperlo.

Quando la scorsa settimana Vladimir Putin è sbarcato a Roma molti hanno guardato a lui come il salvatore pronto a rimediare agli errori e alle sottovalutazioni commesse in Libia dal governo giallo-verde. Ma la Russia ha veramente il potere di aiutarci a recuperare la via dell’interesse nazionale smarrita tra le sabbie di Tripolitania e Cirenaica. E soprattutto ha interesse a farlo? E in cambio di cosa? Cercare una risposta sviscerando il rapporto tra Mosca e il generale Khalifa Haftar è financo banale. Meno partendo dalle relazioni strette da Mosca con Ankara. Non a caso una delle prime telefonate partite dal Cremlino all’indomani del tour italiano dello zar era diretta a quel presidente turco Recep Tayyp Erdogan considerato uno dei principali sostenitori del governo di Tripoli, ovvero il fronte avverso a quello Haftar. Certo in ballo c’era la sorte di sei cittadini turchi finiti nelle mani dei miliziani di Haftar e prontamente liberati grazie all’intervento russo. Ma le intese con il Sultano sono anche il segnale di come Haftar non sia più un interlocutore privilegiato. Il Cremlino pur utilizzando il suo potere all’interno del Consiglio di Sicurezza per metterlo al riparo da sanzioni internazionali non ha certo condiviso la scelta del Generale di puntare tutto tutto su un improvvisata e mal calcolata conquista di Tripoli.

Haftar cavallo zoppo

Agli occhi di Mosca quella mossa, suggerita da Emirati Arabi ed Egitto, lo ha trasformato in un cavallo zoppo. Un cavallo difficilmente reinseribile nell’arena diplomatica a cui guarda il Cremlino per stabilizzare la situazione libica e garantirsi l’influenza necessaria a rientrare nel grande gioco delle commesse petrolifere da cui si è ritrovata esclusa dopo il 2011. Per Mosca oggi l’unico atout di Haftar è quello di controllare una coalizione di milizie che grazie alla collaborazione dei vecchi ufficiali gheddafiani più si avvicina al concetto di un esercito nazionale. L’aver puntato su Tripoli mentre l’inviato dell’Onu Sallamé visitava la capitale e organizzava l’abortita conferenza di riconciliazione nazionale di Ghadames l’ha però trasformato in un reietto difficilmente spendibile nell’ambito di futuri colloqui di pace. Come se non bastasse il 75enne Haftar non ha né eredi di statura né, vista l’età e l’incerta salute, un grande futuro. Dunque è utile finche dura la guerra e finche il suo esercito e le sue milizie testano indispensabili per contenere l’avanzata dell’Isis e di altri gruppi jihadisti.

Halifa Haftar
© Sputnik . Vladimir Astapkovich
Halifa Haftar

Dalla guerra ai negoziati

Ma l’incapacità di tutti i contendenti d’imporsi sul terreno fa chiaramente presagire che il passaggio alla fase dei negoziati è imminente. In quella fase Mosca può far sentire la propria voce meglio e più di tanti altri. Sul versante dei sostenitori di Tripoli ha ottimi rapporti con Erdogan. Sul fronte degli “alleati” di Haftar ha canali aperti sia con sauditi che con Egitto ed Emirati Arabi. Quello che però manca a Putin è la possibilità, per ovvie ragioni, di veder riconosciuta dagli Stati Uniti o dall’Europa, e perfino dall’Onu, il suo naturale ruolo di mediatore. Farlo significherebbe ammettere che la Russia, dopo aver vinto la guerra in Siria ed esser rientrata nel grande risiko mediorientale, gioca un ruolo cruciale anche nel Nord Africa. Un riconoscimento che per l’America di Trump, e in particolare per il suo Presidente, equivarrebbe ad un suicidio.

Il delicato ruolo dell’Italia

Tripoli, Libia.
© Sputnik . Vladimir Fedorenko
E qui rientriamo in gioco noi. Pur essendosi bruciata i rapporti con Ankara quando a Palermo cercò il riavvicinamento ad Haftar l’Italia resta la nazione occidentale di riferimento per le trattative con le varie fazioni libiche. Dunque l’Italia rappresenta, agli occhi di Mosca, una sorta di interlocutore paravento dietro al quale esercitare la propria influenza sullo scenario libico e sviluppare quei rapporti tra Gazprom ed Eni indispensabili per tornare a contare anche nel settore dell’energia libica. La funzione di paravento non sarebbe troppo scomoda neppure per un’Italia che ha tradizionalmente bisogno di partner forti alle spalle per imporre il proprio peso diplomatico. Ma un’alleanza con la Russia in Libia è per l’Italia estremamente pericolosa e delicata. E il primo a saperlo è il Cremlino consapevole di come fra le tante ragioni della guerra della Nato a Gheddafi (e implicitamente agli interessi dell’Italia di Berlusconi) vi fossero le manovre con cui Eni garantì tra il 2009 e il 2010 l’accesso di Gazprom al gas libico. Quella manovra venne interpretata in ambito atlantista come un tentativo di chiudere l’Europa nella tenaglia del gas russo-libico-italiano.

Il diktat Usa a Salvini

Per questo sia il Cremlino, sia l’Italia sono oggi estremamente consapevoli della necessità di muoversi con estrema cautela. E in Italia il più cauto è significativamente Matteo Salvini. Il leader leghista è ben consapevole di come il suo primo faccia a faccia con i vertici americani sia stato scandito dalla significativa richiesta di accelerare l’entrata in funzione della Tap ovvero del gasdotto che ha preso il posto di quel South Stream progettato a suo tempo garantirci ulteriori approvvigionamenti di gas russo. Raccomandazione sufficiente a far capire a Matteo Salvini quanto i rapporti con Mosca nel settore energetico, e di conseguenza in Libia, siano delicati e scottanti. Raccomandazione superflua per un Putin che lo aveva capito già otto anni fa.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Libia, Russia
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