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10:46 24 Agosto 2019
Frontiera chiusa tra Qatar e Arabia Saudita

Gli equilibri in Medio Oriente

© Sputnik . Valery Melnikov
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Mario Sommossa
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Nonostante gli sforzi profusi da Riad, il piccolo Qatar continua a sembrare in buona salute ed ha perfino allargato il raggio dei suoi rapporti politici e commerciali.

Sono ormai passati due anni da quando l’Arabia Saudita e alcuni dei suoi più stretti alleati (Emirati Arabi, Bahrein, Egitto, Mauritania, Isole Maldive e Comore, il governo in esilio dello Yemen e il governo di Haftar a Bengasi) decretarono l’embargo contro il Qatar. Nonostante gli sforzi profusi da Riad, il piccolo Stato del golfo continua a sembrare in buona salute ed ha perfino allargato il raggio dei suoi rapporti politici e commerciali. Si tratta di una realtà geograficamente molto piccola in cui circa due milioni e mezzo di abitanti abitano una superficie di soli 13.000 chilometri quadrati e gli stranieri rappresentano l’90% della popolazione. Il governo è una monarchia assoluta, così come le altre del golfo e, da quando esiste, ha sempre cercato di minimizzare l’asfissiante presenza politica del grande vicino saudita. Per farlo ha utilizzato al meglio l’enorme ricchezza che gli deriva soprattutto dalle entrate originate dalla vendita di gas di cui il suo sottosuolo è pieno.

Al Jazeera

Il primo atto di forte autonomia si è manifestato con la creazione della rete televisiva all-news Al Jazeera che diffonde in Inglese e arabo. Altamente professionale, ha puntato sul fatto di essere la prima televisione araba diffusa internazionalmente via satellite ed è ben presto diventata un punto di riferimento per tutto il mondo arabo e per gli osservatori politici internazionali. La televisione, fortemente controllata dalla famiglia regnante, è stata vista come un disturbo per i sauditi che si sono visti costretti a dar vita ad una propria rete televisiva, Al Arabya, con l’intento (non riuscito) di soppiantare la prima come numero di telespettatori e come autorevolezza.

Quartiere generale dell'emittente Al Jazeera a Doha, la capitale di Qatar.
© AFP 2019 / KARIM JAAFAR
Quartiere generale dell'emittente Al Jazeera a Doha, la capitale di Qatar.

 

L’autonomia politica

Dal punto di vista politico il Qatar ha sempre cercato di far passare il messaggio di essere uno Stato neutrale e a questo scopo si è frequentemente offerto come mediatore o negoziatore in varie crisi internazionali. Fino alla fine degli anni 2000 ha perfino ospitato l’unica Commissione Commerciale israeliana nel Golfo. A un certo punto, Doha si è perfino offerta come luogo di incontro per i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani ed ha ospitato, fino a poco fa, anche un ufficio dei palestinesi e dei Fratelli Musulmani. Non volendo dare l’impressione di rompere con l’Arabia Saudita, ha sempre aderito al Consiglio del Golfo, assumendo però a volte posizioni giudicate non ortodosse dagli altri membri. Oltre a supportare i Fratelli Mussulmani, ha anche acceso rapporti economici di mutuo interesse con l’Iran (vedi il giacimento marino di gas di South Pars) suscitando così le ire dei sauditi.

Con l’andar del tempo il divario dalla linea politica imposta da Riad è andato accentuandosi e è diventato evidente durante le cosiddette “primavere arabe”. Mentre sauditi ed alleati si preoccupavano di quello che stava succedendo, Doha sostenne fin dall’inizio le azioni dei Fratelli Mussulmani in Tunisia, Egitto e Libia. Anche nel conflitto siriano ha contribuito al finanziamento di gruppuscoli di guerriglieri diversi e alternativi a quelli supportati di sauditi ed emiratini. In Libia, mentre il maggior numero dei Paesi sunniti sostengono Haftar, il Qatar, con la Turchia, sta dalla parte di Al Sarraj.

La rottura

Già nel 2013-14 Riad aveva minacciato la rottura dei rapporti diplomatici ma, al momento, la querelle fu risolta avendo Doha accettato di allontanare i Fratelli Mussulmani egiziani cui aveva dato rifugio. Il 5 giugno 2017, tuttavia, con la scusa di presunte dichiarazioni dell’emiro Al Thani a favore dell’Iran e contro gli emirati (dichiarazioni risultate poi inventate ad arte negli Emirati - fonte: CIA) sauditi ed alleati ritirarono i loro ambasciatori da Doha e dichiararono l’embargo. Il giorno successivo, Trump, evidentemente ancora digiuno di tutti gli aspetti della politica internazionale, diede il suo supporto all’azione, salvo rimangiarselo poco dopo, quando gli fu spiegato che le basi militari americane in Qatar erano indispensabili alla strategia di Washington nel Medio Oriente.

Sei paesi arabi tagliano i rapporti diplomatici con il Qatar
© Sputnik . Vitaly Podvitsky
Sei paesi arabi tagliano i rapporti diplomatici con il Qatar

 

Per eliminare l’embargo, i sauditi pretesero dal Qatar alcuni provvedimenti tra cui: la chiusura di Al Jazeera, l’eliminazione della piccola presenza militare turca nel Paese e la rinuncia a sostenere tutti quei gruppi “terroristici” non graditi a Riad (naturalmente Riad ha i propri gruppi “preferiti”). Si trattava di condizioni che Doha giudicò inaccettabili e, nonostante i tentativi di mediazione di Kuwait e Oman, la rottura divenne permanente.

Il progetto saudita contava sul fatto che l’embargo economico e l’isolamento diplomatico avrebbero messo il Paese in ginocchio, anche perché la maggior parte del cibo importato che arrivava in Qatar transitava dagli stessi Paesi che avevano decretato l’embargo. Va ricordato che l’unico collegamento terrestre che il Qatar ha con un Paese terzo è proprio quello con l’Arabia Saudita. Anche ai voli aerei con destinazione Doha fu impedito di entrare nello spazio aereo di chi sosteneva le sanzioni.

La reazione

Contrariamente alle aspettative saudite, la reazione qatarina fu immediata: le merci presero ad arrivare dalla Turchia e dall’Iran, oltre che da altri Paesi e, tempo due giorni, il Parlamento turco votò la dislocazione di numerose proprie truppe sul territorio del Qatar. Fu anche firmato un accordo di cooperazione per l’addestramento militare in loco. Con abile mossa, Doha organizzò numerose visite diplomatiche in vari Paesi e firmò accordi per investimenti verso molti di loro (tra cui la Germania alla fine del 2018, ove si impegnò a investire più di 11 miliardi di dollari nel settore energetico). Al fine delle pubbliche relazioni inviò un aiuto di 30 milioni di dollari per le vittime dell’uragano Harvey negli Stati Uniti, 480 milioni per i palestinesi nella Striscia di Gaza e decise l’acquisto di 12 milioni di dollari di aerei militari americani F15. Nell’agosto 2018, nel pieno della crisi valutaria turca, l’Emiro promise di investire 15 miliardi di dollari nell’economia turca e di aumentare le importazioni dallo Stato ottomano. Al proprio interno, il Fondo Sovrano di Investimento emise bond per 12 miliardi di dollari che furono immediatamente acquistati e approvò nuove leggi per le privatizzazioni e per gli investimenti stranieri, in modo da attirare nuovi capitali esteri. Il paradosso è che, nonostante l’embargo, l’esportazione di gas liquefatto verso l’intero mondo è continuato, arrivando a coprire circa il 30% del commercio globale di gas mentre è continuata anche l’esportazione di petrolio per circa 600.000 barili al giorno. Perfino con gli Emirati Arabi, che pure hanno aderito all’embargo, il gasdotto che lega i due Paesi ha continuato a funzionare ed il contratto di fornitura è stato rinnovato fino al 2025. Naturalmente non sono tutte rose e fiori: le entrate turistiche sono diminuite del 3,3% nel 2017 e del 2% nel 2018, il valore degli immobili è crollato e il costo di tutti i generi importati di prima necessità sono andati alle stelle.

La situazione oggi

Ciò nonostante, se si volesse valutare l’efficacia della decisione saudita non si può che dichiararla un fallimento. È probabile che Riad abbia contato sull’appoggio personale di Trump che, infatti, arrivò immediatamente. Ciò che lo stesso Presidente americano non aveva considerato è che in Qatar gli americani stazionano, nella base Al Udeid, un numero di militari maggiore che in qualunque altro Paese medio orientale e vi è la sede del quartiere generale del Comando Generale dell’Air Force.

Bombardiere americano B-1 nella base di al-Udeid in Qatar
© AP Photo / Osama Faisal
Bombardiere americano B-1 nella base di al-Udeid in Qatar

Rompere con Doha sarebbe quindi stato estremamente svantaggioso per gli USA che sono ora costretti a giocare su entrambi i tavoli con grande malessere dei sauditi. Anche la rivalità di Riad con la Turchia (non formalmente ammessa, ma evidente) per l’egemonia sul mondo sunnita ha segnato punti a favore di Ankara: invece di dover allontanare le poche unità che stavano nel Golfo, i turchi hanno così potuto giustificare la presenza di una loro base numerosa e permanente.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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