Widgets Magazine
11:11 21 Agosto 2019

Si complica ulteriormente la situazione nel Golfo Persico

© AFP 2019 / Atta Kenare
Opinioni
URL abbreviato
Giulio Virgi
2132

La crisi in atto nel Golfo si è ulteriormente complicata, in seguito all’abbattimento da parte iraniana di un sofisticato drone americano.

A differenza di quanto accaduto in occasione dell’attacco alle due navi mercantili avvenuto poco ad Est dello stretto di Hormuz, questa volta gli iraniani hanno apertamente rivendicato l’azione compiuta, sostenendo di essersi legittimamente difesi da un velivolo entrato senza autorizzazione nel loro spazio aereo. Mosca ha recentemente confermato la ricostruzione dei fatti fornita da Teheran, mentre Washington sostiene tuttora che il suo velivolo a pilotaggio remoto è stato centrato mentre volava in una zona “internazionale” del cielo.

Ciò che più conta è però il fatto che l’abbattimento del drone statunitense è stato sul punto di provocare una rappresaglia militare americana contro una serie di bersagli iraniani. A quanto si è appreso dalle ricostruzioni fatte dalla stessa stampa d’oltreoceano, infatti, il Presidente Trump avrebbe sospeso l’esecuzione dell’ordine di attacco quando mancava soltanto una manciata di minuti alla sua effettuazione, ripiegando su un’offensiva cibernetica e sull’imposizione di nuove sanzioni mirate contro la Guida Suprema della Rivoluzione e i suoi collaboratori.

Il tycoon ha giustificato il proprio ripensamento facendo riferimento alla mancanza di proporzionalità in una risposta militare che avrebbe comportato la morte di almeno 150 iraniani a fronte di nessuna perdita dal lato americano. Non è ancora noto quali fossero i bersagli presi di mira dal Pentagono, ma è lecito ipotizzare che si trattasse di infrastrutture od unità appartenenti ai Pasdaran. Apparentemente all’interno dell’Iran, ma forse anche in Siria.

Il passo indietro di Trump ed il suo ricorso al concetto di proporzionalità nelle risposte da dare alle offese sembrano avallare una volta di più la tesi di chi sostiene che nei palazzi del potere statunitense si stia consumando un duello all’ultimo sangue tra un Presidente restio ad assumere iniziative militari non strettamente necessarie e chi, anche all’interno della cerchia dei suoi collaboratori, cerca invece di sospingerne l’azione verso gli schemi adottati dalla gran parte dei suoi predecessori.

Elettori e sostenitori di Trump sono in subbuglio. Gli ricordano su Twitter di apprezzarlo, di averlo votato, ma di non volere una guerra contro l’Iran, mentre James Buchanan ha esplicitamente parlato di un tornante decisivo di questa presidenza, invitando Trump a non precipitare gli Stati Uniti in un conflitto inutile, non senza averlo prima rimproverato per aver permesso che si giungesse sulla soglia dell’abisso.

Il Presidente americano ha un progetto in testa: vuole un accordo permanente e non transitorio che impedisca all’Iran di dotarsi di armi nucleari e soprattutto desidera sottrarre a Teheran quei missili a lunga gittata che, minacciando l’Europa, costituiscono la principale giustificazione per lo schieramento di quelle difese antimissilistiche che la Russia considera una minaccia agli attuali equilibri strategici.

Il suo obiettivo è trattare, non bombardare. Mentre John Bolton e probabilmente anche Mike Pompeo puntano a restaurare la politica dei cambi di regime e l’esportazione armata della democrazia. Questa contrapposizione era già emersa con chiarezza nelle fasi più acute della crisi venezuelana. Ma nel Golfo può provocare danni infinitamente più gravi, data l’estrema volatilità della regione e la presenza di altri attori importanti, ciascuno dei quali persegue i propri interessi in modi talvolta anche molto spregiudicati.

C’è un partito trasversale della guerra, al quale si sono iscritti non solo gli americani più interventisti ed alcuni degli alleati regionali degli Stati Uniti, ma anche una parte del sistema politico iraniano, che vede nelle tensioni ed in un conflitto limitato uno strumento per rafforzare la propria influenza interna e, soprattutto, un mezzo per pregiudicare la rielezione di Trump.

In questa crisi si combinano quindi tanto elementi attinenti alle relazioni tra Stati quanto complesse dinamiche interne ai maggiori paesi coinvolti. Con esiti paradossali: a che serve infatti la superiorità economica e militare degli Stati Uniti se il suo utilizzo riduce le possibilità di vittoria del Presidente che li guida nel 2020?

È una circostanza al tempo stesso interessante e promettente che in questi giorni si siano trovati in Israele per discutere della situazione venutasi a creare proprio il Consigliere americano per la Sicurezza Nazionale, Bolton, il suo collega russo Nikolai Patrushev ed il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per l’occasione accompagnato da Meir Ben-Shabbat.

È un inedito segno dei tempi che Stati Uniti e Russia abbiano voluto discutere della pace in Medio Oriente proprio a Gerusalemme, ma forse non del tutto sorprendente: i rapporti americano-israeliani sono infatti storicamente consolidati, ma in tempi recenti sono migliorate sensibilmente anche le relazioni tra la Russia e lo Stato ebraico.

Ed alimenta speranze la stessa circostanza che su argomenti tanto importanti per la pace mondiale e la stabilità internazionale, come il futuro dell’Iran e della Siria, Washington e Mosca abbiano ripreso a parlarsi. Il dialogo potrebbe proseguire al G20 di Osaka, dove non si esclude un vertice informale tra Trump e Putin, entrambi interessati ad evitare lo scoppio di un nuovo conflitto che difficilmente potrebbe essere contenuto. [Vladimir Putin e Donald Trump si sono incontrati ai margini del vertice G20 - ndr.]I cittadini statunitensi e russi, dopotutto, desiderano attualmente pensare più al proprio sviluppo che ad accrescere la presenza dei loro soldati in terre lontane.

Salvare la pace nel Golfo Persico è quindi non solo auspicabile, ma ancora possibile. Occorre tuttavia l’attiva collaborazione di tutti i maggiori attori coinvolti, interni ed esterni alla regione. C’è molta benzina per terra, basta una scintilla ad appiccare l’incendio. È soprattutto di decisiva importanza che in questa fase delicatissima nessuno faccia ricorso a quegli attacchi sotto falsa bandiera che tanta parte hanno avuto nella storia del Medio Oriente.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Londra invierà forze speciali a difesa delle proprie navi nel Golfo Persico
Emirates e Flydubai fanno cambiare rotta ai loro aerei per tensioni nel Golfo Persico
Tags:
Paesi del Golfo Persico, Golfo Persico, crisi, crisi, Crisi, crisi
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik