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09:16 18 Luglio 2019
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Сrisi europea: cosa l’Europa intende fare verso la situazione dei nostri conti pubblici

© Fotolia / Andrey Burmakin
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Mario Sommossa
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La proposta continuamente rilanciata da Salvini di una flat tax è sicuramente affascinante e non manca di una sua logica: diminuire le tasse a privati e imprese dovrebbe rilanciare produzione e consumi e innescherebbe quindi un circolo virtuoso per tutta l’economia.

Peccato che, anche se tutto funzionasse come dovrebbe, i risultati non si potrebbero vedere prima di almeno quattro o cinque anni. E nel frattempo? La risposta non lascia dubbi: o si riducono le spese dello Stato tagliando qui e là i vari servizi (sanità? trasporti? pensioni? servizi e stipendi pubblici? cos’altro?) o si aumenta il debito pubblico. È facile immaginare le conseguenze dell’una o dell’altra soluzione ed è una pura illusione demagogica dire che i soldi ci sono. E lo sa anche chi lo sostiene.

Detto ciò, Salvini ha invece tutte le ragioni quando critica la politica europea dell’austerità. Non è necessario essere né storici né grandi economisti per vedere che stringere troppo la cinghia quando la disoccupazione è alta e la fiducia fa difetto porta solo conseguenze ancora più negative. Il PIL diminuisce e con esso le entrate fiscali, il debito non cala e il malcontento aumenta fino a produrre situazioni sociali e politiche che nessuno vorrebbe augurarsi. Durante la crisi del ’29 in America e nella Germania di Weimar, l’austerità fatta in periodo di crisi finanziaria ha portato soltanto a una maggiore depressione. Ci volle il New Deal di Roosevelt (e una guerra mondiale) per cambiare le cose. In Germania, sull’onda di un enorme consenso popolare da un popolo esausto, arrivò Hitler. La risposta dovrebbe, allora, essere trovata nell’aumentare gli investimenti pubblici, magari in infrastrutture, ma ciò farebbe crescere ancora di più il debito.

Nei prossimi giorni sapremo che cosa l’Europa intende fare verso la situazione dei nostri conti pubblici e non si può escludere che l’intera nostra economia possa essere commissariata dalla famigerata Troika. Se questa fosse la decisione non negoziabile di Bruxelles, il rifiutarla significherebbe una sola cosa: l’uscita dall’Unione Europea. Evidentemente, ciò equivarrebbe a un vero e proprio disastro economico, politico e sociale. Nonostante le evidenti inefficienze dell’UE e la necessità di ripensarla (forse in toto) l’Unione è il principale mercato di sbocco per le nostre merci, ci ha garantito pace e sviluppo per settant’anni e resta l’unico modo che ci consente di non diventare dei piccoli paria sulla scena internazionale.

Tuttavia, alcune cose devono essere dette e qualcosa va fatto. L’Europa è oggi sull’orlo di un abisso e se l’Italia crolla, crolla l’Euro, con esso il mercato comune e l’Unione si disintegrerà. L’evento non sarebbe un dramma solo per il nostro continente ma avrebbe conseguenze economiche drammatiche per tutti i mercati mondiali.

È pur vero che l’Italia ha vissuto per lungo tempo come una cicala e non abbiamo avuto né la forza politica né il coraggio di fare quelle riforme strutturali che altri hanno intrapreso. È necessario che noi si metta mano a una riforma fiscale, a quella della giustizia, che si intervenga drasticamente su sprechi (enormi) e corruzione e che, in breve, si riscopra il senso dell’interesse collettivo. Nel frattempo, però, anche l’Europa, deve cambiare. E innanzitutto lo devono fare quei Paesi, Germania in testa, che più hanno tratto profitto dall’esistenza del mercato comune e dell’Euro.

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È facile per tedeschi e similari criticare le nostre inefficienze, ma se i loro politici fossero intellettualmente onesti e sapessero guardare al domani e al dopodomani, dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza per le malefatte di cui sono responsabili. Dovrebbero saper prendere decisioni magari impopolari per i loro connazionali, ma certamente lungimiranti. Quanto alle malefatte, basterebbe ricordare l’atteggiamento tenuto all’inizio della crisi greca, quando la signora Merkel rallentò volutamente gli interventi di sostegno per dare tempo alle proprie banche e a quelle francesi di rientrare dai propri crediti. In merito alle banche, poi, quella che in tutto il continente è messa peggio è proprio la tedesca Deutsche Bank, colpevole di riciclaggio di denaro sporco e di aiuto all’evasione fiscale per svariati miliardi di euro. È quella stessa banca tuttora piena di derivati finanziari per più di 43 mila e 500 miliardi di fronte a una capitalizzazione di soli 15 miliardi (ha in tasca derivati in quantità maggiore delle prime tre banche americane e sta ora pensando di riversarli in una “Bad Bank”). A conferma del suo comportamento illegale prima e dopo la crisi del 2008, si stima che, tra il 2015 e il 2017, abbia pagato in USA e GB più di 11 miliardi di dollari per multe e condanne giudiziarie. E non è ancora finita.

Il caso emblematico della Deutsche Bank

Anche la virtuosa Danimarca non è esente da “porcherie”. La sua Danske Bank è stata scoperta colpevole di riciclaggio per almeno 200 miliardi di dollari. L’operazione era condotta attraverso la filiale in Estonia e le cifre coinvolte rappresentavano una quantità di denaro venti volte maggiore dell’intero PIL di quel paese. Il denaro entrava nelle casse della banca che riscuoteva il prezzo del “servizio” e lo trasferiva poi a Panama, nel Belize o alle Seychelles.

Cosa dire del Governo di Berlino? La Cancelliera Merkel ha sempre perseguito un “protezionismo economico” in totale violazione dello spirito fondatore dell’Unione. Gli fa molto comodo avere Paesi/Euro in difficoltà perché in questo modo la moneta non può rivalutarsi nei confronti di dollaro e altre valute. Inoltre la “virtuosità” relativa della Germania consente alle sue finanze pubbliche di offrire un tasso d’interesse eccezionalmente basso, dando così alle proprie imprese un vantaggio competitivo per le esportazioni rispetto a tutti gli altri concorrenti, europei e non.

Una soluzione dignitosa per aiutare i Paesi europei in difficoltà, per salvare l’Euro, il mercato comune e riaffermare la volontà di solidarietà europea ci sarebbe, anche se Berlino e compagni l’hanno sempre rifiutata. L’ha rilanciata, con parole nuove il Presidente della Consob Savona: dei buoni del Tesoro Europei «european safe asset» emessi dal Fondo di stabilità ESM.  Raccoglierebbe capitali e li presterebbe agli Stati membri a tassi bassi frenando lo spread. Certamente le esportazioni tedesche fuori UE potrebbero perdere il vantaggio di cui attualmente godono su Paesi come il nostro e l’Euro ne uscirebbe rafforzato, ma l’Europa riacquisterebbe un senso e veramente la parola “unione” non resterebbe un puro “flatus voci”.

L'Unione Europea non è l'Europa e non è riformabile

Se si facesse così non servirebbe nemmeno quello che il Presidente americano Hamilton decise di fare nel 1781, quando una situazione simile alla nostra di oggi aveva colpito alcuni degli Stati della Federazione.

La guerra contro gli inglesi aveva portato alcuni di loro vicino alla bancarotta e lui, per salvare l’Unione, federalizzò il loro debito. Senza quell’atto gli Stati Uniti di oggi non esisterebbero.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Tasse, flat tax, Economia, Matteo Salvini, Italia, UE
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