Widgets Magazine
14:45 21 Ottobre 2019
Il Golfo di Oman

In Golfo una partita sempre più complicata ma è pretesto per cedere al panico

© Foto: Public domain
Opinioni
URL abbreviato
Di
261
Seguici su

Non esiste ancora una verità comunemente accettata su quanto è accaduto nei pressi dello stretto di Hormuz il 13 giugno scorso.

Al momento in cui questo commento veniva scritto, tutto ciò che si sapeva davvero con certezza era che due navi mercantili dirette verso l’Estremo Oriente avevano subìto degli attacchi, prendendo fuoco e determinando il loro abbandono da parte dei rispettivi equipaggi.

Voci contraddittorie non ancora spentesi del tutto hanno attribuito l’offesa a siluri, testate magnetiche esplosive e, persino, ordigni provenienti dal cielo. Le immagini giunte finora, quantunque non del tutto esenti dal rischio di falsificazioni e ritocchi, avrebbero permesso di escludere l’ipotesi delle torpedini, rinforzando invece quella relativa alle mignatte, che sarebbero state tra l’altro piazzate sulle paratie delle navi al di sopra della loro linea di galleggiamento. Chi ha attaccato, pertanto, intendeva lanciare un messaggio politico e probabilmente incoraggiare anche qualche incremento a breve termine dei prezzi petroliferi, ma non provocare una strage.

Ad una più attenta lettura del contesto, tuttavia, la complessità della crisi appare più evidente. Gli incidenti avvenuti nelle acque situate tra le coste dell’Iran e quelle dell’Oman sono infatti occorsi mentre nella Repubblica Islamica il premier nipponico Shinzo Abe incontrava la Suprema Guida della Rivoluzione, l’ayatollah Khameney, ed il presidente riformista, Hassan Rouhani.

Abe recava con sé una lettera del presidente Trump rivolta a Khameney, che questi si è platealmente rifiutato di leggere. Sono state diffuse fotografie che mostrano come il premier giapponese abbia dovuto ritirare la missiva del tycoon dal tavolo sul quale l’aveva poggiata, finendo addirittura con il sedervisi sopra. Si tratta di una circostanza di cui va tenuto conto, dal momento che costituisce una prova del fatto che il vero obiettivo del Presidente americano non è affatto la promozione di un regime change in Iran, ovvero una guerra, ma piuttosto un accordo duraturo sul nucleare ed i missili a più lunga gittata, in possesso o in sviluppo da parte di Teheran.

All’abbattimento della Repubblica Islamica puntano però alcuni settori dell’Amministrazione che Trump dirige – in particolare quelli che fanno capo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton - una parte importante della cosiddetta dirigenza araba moderata (appellativo che non sembra più applicarsi al Qatar) oltre naturalmente al governo israeliano uscente.

Il partito trasversale della trattativa tra Iran e Stati Uniti, di per sé già sulla difensiva, ha quindi molti nemici. A quelli appena menzionati, vanno anche aggiunti gli elementi che nel campo iraniano hanno molto da perdere da un’eventuale normalizzazione delle relazioni tra Teheran e Washington.

Una prima pista porta quindi ad indagare in queste direzioni. Gli avversari del processo negoziale interni ed esterni all’Iran potrebbero aver colpito il traffico in transito per Hormuz nel momento in cui Abe si trovava a Teheran, con l’obiettivo di rendere ancora più impervio il piano di Trump, radicalizzare lo scontro e rafforzare l’influenza degli intransigenti.

Si è affacciata però anche una tesi differente e più sofisticata, secondo la quale, invece, il Governo iraniano non sarebbe stato estraneo alla decisione di attaccare i due mercantili. Coloro che l’abbracciano, in effetti, ritengono che in Iran si sia inteso iniziare a reagire alla politica della massima pressione applicata dagli Stati Uniti nei confronti di Teheran, imponendo dei costi anche a chi partecipa alla sua attuazione.

Dal momento che ne deriveranno tensioni sui prezzi dell’energia e l’aumento dei noli richiesti dagli armatori, alle prese con un rischio militare maggiore – questo sarebbe il calcolo – questi attacchi circoscritti dovrebbero accrescere l’interesse a rivedere questo stato di cose da parte di molti paesi coinvolti nell’applicazione delle sanzioni alla Repubblica Islamica.

Il Segretario di Stato, Mike Pompeo, e il presidente Trump sembrano aver fatto propria questa lettura. Il tycoon ha anche affermato che l’eventuale tentativo iraniano di chiudere Hormuz o renderne l’attraversamento pericoloso incontrerà la ferma reazione dell’America. Ma non vi erano molti dubbi neanche prima: gli Stati Uniti difendono ovunque la libertà di navigazione su cui poggia il commercio globale. Nessuno pare aver notato che la minaccia agitata da Trump in realtà presuppone un primo passo particolarmente aggressivo da parte iraniana, ovvero l’adozione di una strategia simile a quella già utilizzata durante le fasi finali della grande guerra combattuta negli anni ottanta contro l’Iraq.

Basterebbe, tutto questo, a scatenare il conflitto di maggiori proporzioni tra l’Iran, gli Stati Uniti ed Israele che tanti temono? Allo stato, si può escluderlo. La reiterazione delle offese portate al traffico mercantile marittimo negli stretti di Hormuz non dovrebbe portare alla guerra, ma piuttosto, proprio come quaranta anni fa, ad un rischieramento di forze navali straniere nelle acque del Golfo. Spetterebbe al naviglio militare occidentale e alle flotte dei paesi che importano il greggio dal Kuwait e dagli altri Emirati presenti nell’area – quelle di Cina e Giappone incluse - scortare i rispettivi mercantili. Negli anni ottanta, si mosse anche la Marina Italiana, che inviò a questo scopo una propria squadra navale in quelle acque turbolente. A Palazzo Chigi, sedeva allora Giovanni Goria, un mite democristiano prematuramente scomparso.

In conclusione, è lecito preoccuparsi dell’ulteriore deterioramento del clima politico-strategico nel Medio Oriente allargato, ma è forse ancora presto per cedere al panico. Ci sono ampi margini per gestire anche questa crisi.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Correlati:

Telefonata tra Trump e Abe su visita in Iran: focus su incidente nel Golfo di Oman
Attacco petroliere nel golfo di Oman, Gli USA mostrano le prove che inchioderebbero l’Iran
Cremlino commenta la situazione nel Golfo di Oman
Tags:
Stretto di Hormuz, panico
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik