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02:58 18 Luglio 2019

L’energia non è la moda: non si cambia ad ogni stagione

© Sputnik . Evgeny Utkin
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Vittorio Maria Pace
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Al Festival dell'Energia di Milano, tra eventi e conferenze, si cerca ancora una strategia per il paese.

Dal 13 al 15 giugno due giorni di convegni e di working group alla Triennale di Milano, con laboratori aperti per tutti (inclusi i bambini) al Politecnico: questo e' il Festival dell'Energia di Milano,creato da Alessandro Beulcke, un appuntamento ormai tradizionale della capitale meneghina. Le conferenze del Festival sono aperte non solo agli esperti, ma anche al grande pubblico, con esempi quali la lezione di Luciano Floridi, direttore di Digital Ethics Labs all’Università di Oxford, o il racconto dell’assessore della Regione Lombardia Raffaele Cattaneo che vorrebbe ospitare a Milano il COP26 (la più grande conferenza sul clima) nel 2020, e quello di Giovanni Malagò, Presidente CONI, che vorrebbe invece ospitare le Olimpiadi invernali 2026 (la decisione dovrebbe arrivare il 24 giugno).  

Cattaneo, Della Seta, Malago, Beulcke
© Sputnik . Evgeny Utkin
Cattaneo, Della Seta, Malago, Beulcke

Forse il momento più interessante per gli addetti ai lavori è stata pero' la riunione degli working group, di fatto 11 tavole rotonde, con una decina di esperti ad ogni tavolo a discutere di temi diversi, ma tutti naturalmente connessi all’energia, dalle rinnovabili all’auto elettrica, dal gas (con un focus sul biogas) al cyber attack in ambito energetico, dall'energia circolare alla transizione energetica.  

Ad una delle tavole rotonde sono riusciti a riunirsi persino i senatori e i deputati di diversi gruppi parlamentari, per parlare di strategie energetiche del Paese e di transizione energetica. E' stata questa l'occasione per presentare l’intergruppo, promosso dalla Fondazione Ottimisti&Razionali (FOR), a cui hanno aderito tutte le forze politiche.  L’obbiettivo è quello di creare un dialogo tra le istituzioni e le imprese per favorire lo scambio di visioni e proposte. Oltre ai politici, erano presenti anche Roberto Poti, vicepresidente di Confindustria Energia, e Davide Bovio, responsabile Studi e ricerche di Shell Italia.  

Bovio ha presentato lo studio per Aspen Institute Italia, dove ha parlato dell’Italia. L’Italia dipende in grande misura dall’ importazione d’energia, con una dipendenza energetica al 77%, mentre la media europea è del 54%. La dipendenza più notevole è quella sul gas, dove l’importazione è al 90% (in maggior parte dalla Russia). L’Italia ha tuttavia un mix energetico (rinnovabili-gas) molto virtuoso, che permette di abbattere le emissioni di CO2 (da 500 gCO2/kWh nel 1990 a 250gCO2/kWh nel 2016).

Dallo studio risulta che la diminuzione della dipendenza di import di idrocarburi dal 90 % all'80% permetterebbe di migliorare la bilancia dei pagamenti e favorire gli investimenti, con un impatto incrementale pari allo 0,5 % del PIL nazionale. Ma ci sono alcuni punti critici. In Italia, paese a rischio sismico, con una elevata densità di popolazione e un enorme patrimonio culturale-artistico sarebbe difficile sviluppare shale gas o shale oil, mentre le risorse tradizionali, come in tutta Europa, stanno diminuendo.

Roberto Poti ha presentato uno scenario nazionale che prevede una domanda di energia stabile o in riduzione, grazie anche agli interventi di efficienza energetica. Il settore energetico si sta evolvendo con nuove logiche basate sulla sostenibilità, sull'efficienza e sul riciclo, dando avvio ad una fase complessa di transizione. Le infrastrutture energetiche primarie devono soddisfare la domanda energetica secondo il Piano nazionale integrato per l’Energia ed il Clima (PNIEC) fino al 2030. Il Piano è strutturato a 5 dimensioni: decarbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno dell’energia, ricerca, innovazione e competitività. I principali obiettivi del piano sono una percentuale di produzione di energia da FER nei Consumi Finali Lordi di energia pari al 30%, in linea con gli obiettivi previsti per il nostro Paese dalla UE, e una quota di energia da FER nei Consumi Finali Lordi di energia nei trasporti del 21,6% a fronte del 14% previsto dalla UE. Inoltre, il Piano prevede una riduzione dei consumi di energia primaria rispetto allo scenario PRIMES 2007 del 43%, a fronte di un obiettivo UE del 32,5%, e la riduzione dei GHG (I gas ad effetto serra) vs 2005 per tutti i settori non ETS del 33%, obiettivo superiore del 3% rispetto a quello previsto da Bruxelles.

Poti ha raccontato che gli investimenti riguardanti le infrastrutture energetiche primarie sono valutati in 96 mld di euro nel periodo 2018-2030. Maggiori investimenti saranno diretti alle rinnovabili elettriche, al biometano, allo sviluppo di rete elettrica e gas, ma anche allo sviluppo di riserve di idrocarburi propri (nel canale di Sicilia, nell’Adriatico settentrionale e in Basilicata). Tale programma di investimenti, secondo lo studio di Confindustria Energia, dovrebbe avere un impatto addizionale su PIL progressivamente crescente dallo 0,3% nel 2018 allo 0,9% nel 2030. La ricaduta complessiva in termini di valore aggiunto sull’economia nazionale sarebbe di 305 mld di euro riferita all’intero ciclo di vita degli investimenti (142 mld di euro durante il periodo 2018-2030). Questo piano dovrebbe avere anche una ricaduta occupazionale molto positiva, di ben 140 000 ULA (Unita Lavorative Annue). 

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Il piano è dunque positivo. E nell’intergruppo non ci sono pessimisti (come dice il nome), ma la discussione tra i politici è stata abbastanza calda.

Alessandro Moretti della Lega (presidente della Commissione Trasporti della Camera dei deputati) ha dichiarato che la tecnologia offre nuove possibilità di lavoro. “La metro di Milano trasporta 800 mila persone al giorno, maggiormente per lavoro, ma molte persone vanno ancora in macchina”. Tuttavia con il telelavoro e con lo sviluppo della rete, forse tanti potranno iniziare a lavorare da casa, con una notevole diminuzione dell’impatto dei trasporti private sull'ambiente. Gianluca Benamati (PD) ha detto che il mix energetico italiano basato sulle rinnovabili e sul gas è tra i migliori in Europa. Ma non è sembrato altrettanto positivo circa il progetto Nord Stream 2. 

“Vogliamo davvero dipendere dalla Russia e dalla Germania, che diventa hub dell’energia, e prendere gas da loro pagandone il sovraprezzo?” Benamati ha scordato però di dire che con il progetto iniziale South Stream, poi cancellato per lo più per l'opposizione bulgara, l’Italia sarebbe diventata un vero nodo energetico. 

Nonostante la validità delle posizioni e degli studi presentati durante il festival, va detto che l’Italia non ha una strategia energetica chiara e stabile nel tempo. Prima si è puntato sullo sviluppo del  nucleare, e dopo la tragedia di Chernobyl, evento certamente gravissimo ma dovuto per lo più ad errore umano, l’Italia è stata l’unica al mondo a chiudere tutti gli impianti funzionanti e in costruzione, operazione assai costosa, mentre forse sarebbe bastato non costruirne di nuovi e rafforzare la sicurezza degli esistenti. C’è stato poi un rapido sviluppo delle rinnovabili con degli incentivi tra i più generosi al mondo (pagati dai cittadini in bolletta), poi una nuova discussione sul ritorno del nucleare, la costruzione di più rigassificatori (che sono quasi vuoti), infine i pareri favorevoli al TAP, e in seconda battuta quelli contrari. Con ogni cambio di governo la strategia energetica italiana, insomma, cambia. Ma questo settore ha bisogno di stabilità. Non è pensabile cambiare abito ad ogni stagione, come avviene nella moda. Tali oscillazioni costano tuttora care al paese e ai suoi cittadini.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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