Widgets Magazine
23:36 19 Settembre 2019
La città di Idlib, Siria

Idlib, l’ultimo bastione di Al Qaeda

© REUTERS / Ammar Abdullah
Opinioni
URL abbreviato
Di
2300
Seguici su

La verità che nessuno racconta su chi controlla la provincia dove i governativi siriani appoggiati dall’aviazione russa hanno ripreso a combattere la costola siriana di Al Qaeda responsabile della persecuzione dei cristiani. Sotto gli occhi indifferenti di una Turchia che s’era impegnata a sloggiare i militanti jihadisti.

Ci risiamo. L’inizio dell’offensiva governativa, appoggiata dall’aviazione russa, nella provincia siriana di Idlib ha puntualmente rimesso in moto la macchina propagandistica che fa da grancassa alla rivolta jihadista. Le Nazioni Unite prevedono un imminente disastro umanitario e accusano Russia e Siria di mettere a rischio tre milioni di civili. Da Londra il solito “Osservatorio Siriano per i diritti umani” - da otto anni megafono della ribellione - rilancia i comunicati dei militanti jihadisti in cui si denunciano presunte stragi di civili. E alla campagna contribuisce persino il Dipartimento di Stato Usa che nelle scorse settimane ha accusato Damasco per un non meglio identificato attacco chimico minacciando una “veloce e appropriata risposta degli Stati Uniti e dei suoi alleati”. La parte più sconcertante dell’ormai consueta campagna di disinformazione è l’ambiguo silenzio mantenuto sull’identità delle formazioni ribelli che controllano la provincia e i suoi abitanti.

Idlib, a differenza di quanto cercano di far credere gli ultimi sostenitori dell’utopia ribelle, non è una piccola Arcadia sottratta all’arbitrio e alla ferocia del dittatore Bashar Assad, ma l’ultimo bastione di Al Qaeda. Hay'at Tahrir al-Sham (Organizzazione per la Liberazione del Levante) la formazione forte di 16 mila militanti, tra cui 4000 jihadisti stranieri, che controlla Idlib non è altro se non la vecchia Jabhat Al Nusra, ovvero la costola siriana di Al Qaeda. Famosa per aver guidato la persecuzione nei confronti delle comunità cristiane siriane, a partire dall’assedio di Maaloula del 2013, Jabhat Al Nusra ha cercato, dopo la sconfitta subita ad Aleppo nel 2016, di darsi una nuova parvenza di legittimità annunciando la rottura con Al Qaeda e assumendo il nome di Hay'at Tahrir al-Sham.

Al di fuori del nome nulla è però cambiato. Il loro capo era e resta quell’Ahmed Hussein al-Shar’a - alias Abu Mohammad Al Julani - considerato il vero anello di congiunzione tra la costola siriana di Al Qaeda, l’Isis di Abu Bakr Al Baghdadi e l’ancor precedente cellula irachena di Al Qaeda guidata dal defunto Abu Musab Al Zarqawi famoso fin dal 2004 per la personale partecipazione alla decapitazione di numerosi ostaggi. Il 45enne Al Jolani un siriano originario, come si deduce dallo pseudonimo, della zona del Golan, inizia la sua carriera di militante jihadista dopo l’invasione americana dell’Iraq del 2003 unendosi al gruppo di Zarqawi e finendo in quel carcere americano di Camp Bucca dove incontra Abu Baqr al Baghdadi. Ed è proprio Al Baghdadi a garantirgli, allo scoppio della guerra civile siriana, i capitali e i primi arsenali indispensabili per mettere in piedi Jabhat al Nusra, ovvero la gemella siriana dell’Al Qaeda irachena. Il sodalizio tra i due si rompe nel 2014. Dopo la fondazione del Califfato dell’Isis Al Jolani si rifiuta infatti di far confluire Jabhat Al Nusra nella nuova entità e si fa conferire da Ayman Al Zawahiri (il successore di Osama Bin Laden entrato in collisione con Al Baghdadi) il titolo di rais di Al Qaeda in Siria. Un titolo che mantiene tutt’oggi imponendo all’organizzazione una strenua conformità alle più estreme regole del pensiero jihadista e wahabita.

Fa dunque specie la premura del Dipartimento di Stato nell’attribuire a Damasco dei presunti attacchi chimici favorendo così una formazione che lo stesso Dipartimento continua a considerare terrorista “indipendentemente dal nome usato e dai gruppi con cui si fonde”. I primi a confermare che nulla è cambiato sono le comunità cristiane. Concentrati intorno alle cittadelle di Kneie e Yacubie, lungo il corso del fiume Oronte, i cristiani di Idlib sono i diretti eredi delle prime comunità cristiane fondate da San Paolo sette secoli prima dell’arrivo dell’Islam. Ma da otto anni la loro sopravvivenza è a rischio. Hayat Tahrir al Sham, confermando le direttive già imposte da Jabhat Al Nusra dopo la conquista di questi territori nell’estate 2011, vieta ai cristiani di esporre qualsiasi simbolo esteriore della propria fede. Per questo le parrocchie di Kneie e di Yacubieh sono state costrette a rinunciare alle croci e alle campane mentre i cristiani sono diventati prigionieri a casa propria.

A rendere ancor più complessa la situazione s’è aggiunto il decreto con cui Tahrir Al Sham ha imposto, a partire dallo scorso novembre, la cessione delle proprietà cristiane al gruppo ribelle. “I Cristiani di queste terre sono come lupi tra gli agnelli. I fondamentalisti hanno devastato i nostri cimiteri, c’impediscono di celebrare messe e liturgie al di fuori dalle chiese, ci vietano di esibire qualsiasi segno esteriore della nostra fede dalle croci alle campane, dalle statue agli stessi paramenti” – ricordano padre Hanna Jallouf e padre Louai Bsharat, gli ultimi due sacerdoti francescani rimasti a Kneye nella drammatica lettera indirizzata al Papa poco prima dello scorso Natale.

Eppure nonostante tutto ciò la comunità internazionale continua a preoccuparsi soltanto dei ribelli alqaedisti e delle zone sotto il loro controllo. L’altra grande ipocrisia su Idlib riguarda la Turchia. A settembre dello scorso anno Ankara s’era impegnata a garantire l’evacuazione dalla provincia dei militanti alqaidisti. Eppure nonostante la presenza dell’esercito turco incaricato di garantire la realizzazione degli accordi Tahrir Al Sham ha allargato i territori sotto il proprio controllo tornando a minacciare i quartieri meridionali di Aleppo e a colpire con droni e missili l’aeroporto di Hmeimim, la principale base russa in Siria.

L’offensiva di russi e governativi è insomma figlia del mancato rispetto degli accordi siglati dalla Turchia di Erdogan e dell’irriducibile aggressività di Al Qaeda, vera responsabile della sorte dei tre milioni di civili rimasti a Idlib. Ma questo in Europa non lo racconta nessuno.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Correlati:

Gli "Elmetti bianchi” amici di Al Qaida profughi in Europa e Canada
Putin: Stati Uniti dietro la creazione di Al-Qaeda, è colpa loro
Tags:
Turchia, Siria, Idlib, Al Qaeda
RegolamentoDiscussione
Commenta via FacebookCommenta via Sputnik