08:58 06 Luglio 2020
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Non lo facciamo sempre apposta, però bisogna ammettere che storicamente non ci siamo dimostrati proprio particolarmente attenti alle conseguenze della nostra ingombrante presenza per l’ecosistema. In questo breve trattazione vi presenteremo gli animali più particolari e simpatici che esistevano su questo pianeta e che per colpa nostra... oops!

Il DODO

Raphus Cucullatus, detto anche Dronte, per gli amici Dodo

Dodo - Mauritius, 1662
© Sputnik / Alessio Trovato
Dodo - Mauritius, 1662

E’ il più famoso e simbolo degli animali estinti in tempi storici. La sua fama è dovuta anche al fatto che la sua storia è di per sé una metafora di bonarietà e ingenuità e la letteratura l’ha spesso ripreso a modello. Ancora oggi esistono alcune espressioni idiomatiche inglesi tipiche che ricordano la sua storia - “as dead as a Dodo”, “go the way of the Dodo”. In pratica il Dodo era una specie di tacchinone gigante che pesava sui 30 kg e non volava. Specie endemica dell’isola Mauritius, in mezzo all’Oceano Indiano, non aveva mai avuto predatori e si poteva permettere di nidificare tranquillamente a terra, andarsene a passeggio pacioso per la sua isoletta, beccare semini per terra e godersi il tropico del Capricorno. Per la verità pare si sia ‘evoluto’ da una specie che sapesse invece volare eccome, dato che era arrivata sull’isola proprio volando. Non trovando predatori si era però col tempo un po’ troppo ‘lasciato andare’ e diciamo pure ‘imborghesito’ in quel paradiso di relax e spensieratezza. Poi un bel giorno è arrivato lui, anzi noi, l’uomo. Il primo insediamento olandese risale al 1598, nel 1662 il dodo era già dichiarato ufficialmente estinto. Dicono che non fosse neppure tanto buono da mangiare e che non fu la caccia diretta a rovinarlo. Anzi, per paradosso, se fosse stato particolarmente buono sicuramente gli olandesi lo avrebbero allevato e oggi avremmo avuto il dodo anche a Natale. A condannarlo fu più probabilmente proprio il fatto che oltre a non sapersi difendere da nulla fosse pure insipido e stoppaccioso. Le sue nidificazioni a terra finirono preda di animali antagonisti importati dall’uomo: cani, gatti, maiali e sorci imbarcati clandestini sulle navi. Disboscamenti, scarsa mobilità e incapacità di adeguarsi fecero il resto. Povero dodo, non aveva un problema al mondo, siamo arrivati noi, il suo habitat paradiso si è trasformato in un inferno.

I MOA della Nuova Zelanda e gli UCCELLI ELEFANTE del Madagascar

Moa - Nuova Zelanda, 1500 circa
© Sputnik / Alessio Trovato
Moa - Nuova Zelanda, 1500 circa

I Moa, o Dinornidi in linguaggi scientifico, erano una intera famiglia di uccelli enormi (9 specie) in qualche modo simili agli struzzi ma addirittura anche più grandi e assolutamente privi di ali. Vivevano esclusivamente in Nuova Zelanda. Potevano superare i 3 metri e mezzo di altezza e arrivare a pesare più di 2 quintali (gli struzzi possono arrivare al massimo ai 3 metri e pesare 160 kg). Curiosità interessante è che per lungo tempo gli scienziati non riuscirono a capire per quale motivo delle specie più grandi si trovassero solo fossili di esemplari femmina mentre delle specie più piccole solo esemplari maschi. Poi si è scoperto che i Moa erano sessualmente dismorfici – le femmine erano molto più grandi dei maschi e arrivavano a pesare il triplo. Prima che arrivasse l’uomo avevano un solo predatore – l’aquila gigante di Haast. Quando i primi polinesiani si stabilirono in queste terre (quelli che oggi sono i māori) trovarono questa preda facile, dalle ottime carni, utile piumaggio e sostanziose uova. Era solo il XIII secolo, l’estinzione dei Moa è datata intorno al 1500. Abbiamo solo resti fossili e ricostruzioni illustrate. Neppure sappiamo che aspetto avessero realmente. I māori si dimostrarono ancora meno furbi degli olandesi, almeno il Dodo era bello ma considerato inutile, i Moa invece oltre ad essere unici e straordinari erano anche straordinariamente utili all’uomo.

Uccello Elefante - Madagascar, intorno al XVI sec.
© Sputnik / Alessio Trovato
Uccello Elefante - Madagascar, intorno al XVI sec.

La cosa veramente incredibile è che mentre in Nuova Zelanda si estinguevano i Moa, in Madagascar si estinguevano gli Uccelli Elefante. Un incredibile caso di convergenza non solo evolutiva – così viene chiamato quel fenomeno che porta due specie completamente distinte ad assomigliarsi incredibilmente nonostante milioni di anni di evoluzione separate e non aver mai condiviso lo stesso habitat. Gli Aepyormis, questo il loro nome scientifico, erano meno alti dei Moa ma arrivavano a pesare anche il doppio. Avevano una scarsissima vista ma sopraffino olfatto e cacciavano di notte. Non avevano predatori di nessun tipo, anche l’uomo faceva difficoltà a cacciarlo ma aveva il brutto vizio di lasciare le uova per terra in bella vista. Uova da un metro di circonferenza con le quali ci facevi omelette per un intero villaggio... sai com’è!

L’AQUILA GIGANTE DI HAAST

Aquila gigante di Haast - Nuova Zelanda, 1400 circa
© Sputnik / Alessio Trovato
Aquila gigante di Haast - Nuova Zelanda, 1400 circa

Indovinate cosa accadde all’aquila di Haast detta anche aquila gigante della Nuova Zelanda quando la sua preda principale, i Moa, iniziarono a venire decimati dall’uomo?  Si estinse a sua volta ovviamente. Questa specie si era evoluta in direzione del gigantismo proprio per potersi specializzare nella caccia ai Moa. Una volta ridotta la preda principale le sue dimensioni esagerate finirono per essere inutili e la natura la eliminò da sé dall’ecosistema come fa di norma con qualsiasi cosa consideri superflua o inadeguata. Non l’abbiamo estinta noi direttamente questa specie, ma estinguendo la sua preda principale e privandola dell’unico senso evolutivo alla sua caratteristica principale, di fatto ne abbiamo segnato il destino. Doveva essere un animale dalla imponente bellezza, pensate che un’aquila reale arriva a pesare sui 7 kg, l’aquila di Haast arrivava a 15 Kg.

La RETINA di STELLER

Retina di Steller - Arcipelago del Commodoro (RUS), 1768
© Sputnik / Alessio Trovato
Retina di Steller - Arcipelago del Commodoro (RUS), 1768

L’Hydrodamalis gigas – conosciuta come Retina di Steller, era un enorme mammifero marino della famiglia dei Sirenidi, una via di mezzo tra dugongo e tricheco ma parecchio più grande e senza zanne. Si chiama così perchè la specie venne casualmente scoperta e per la prima volta descritta dal naturalista Wilhelm Steller durante il naufragio della spedizione di Bering. Ricordate l’articolo di Sputinikpedia sull’isola di Bering? Ecco, fu proprio la presenza di questo grande animale a salvare la vita agli ultimi naufraghi stremati dalla fame e dallo scorbuto. Così Steller descriveva le caratteristiche del grasso della Retina che gli salvò la vita: “...era meglio del grasso bovino, dopo essere stato raffinato mediante ebollizione ha un sapore analogo a quello dell'olio di mandorle dolci, tanto che lo si poteva bere a ciotole senza provare la minima nausea. La coda è formata quasi esclusivamente da un robusto pannicolo adiposo, ancor più gustoso di quello che ricopre le altre parti del corpo; ben presto, inoltre, constatammo che esso aveva degli effetti salutari, in particolare su quei marinai che fino ad allora avevano sofferto di carie dentaria e non erano riusciti a guarirne. Con le carni dei Sirenidi rifornimmo anche la nostra imbarcazione al momento della partenza, poiché altrimenti non avremmo saputo come nutrirci”. Una descrizione fin troppo lusinghiera, ma non di Steller fu la causa dell’estinzione della specie da lui stesso scoperta – la Retina era un animale fin troppo facile da cacciare e utile per l’uomo a quelle latitudini, d’altra parte non era allevabile essendo un animale marino. La sua distribuzione si andò mano a mano spostando in zone sempre più remote lontano dall’uomo per starne alla larga ma quando questi riuscì a colonizzare tutte le terre emerse, alla Retina non restarono luoghi sicuri di riproduzione all’asciutto.  Le isole del Commodoro (Bering e Medny) erano appunto i pochi spazi liberi ancora rimasti. La spedizione di Bering naufragò e scoprì quelle ultime oasi riproduttive nel 1741, nel 1768 la Retina era già dichiarata estinta dopo che un gruppo di una cinquantina di cacciatori erano sbarcati sull’arcipelago. Si stima che la Ritina di Steller sia stato il più grande mammifero esistito in tempi storici, balene a parte. Pensate che si stima potesse arrivare a superare il peso degli elefanti africani raggiungendo gli 8 metri di lunghezza e le 10 tonnellate di peso.

Il VISONE MARINO

Visone Marino - USA, 1894
© Sputnik / Alessio Trovato
Visone Marino - USA, 1894

Viveva prevalentemente nella parte nord-orientale del Nord America, era piuttosto più lungo, grande e grasso del visone moderno che conosciamo. Dava una pelliccia più rossiccia e grande il doppio rispetto a quella del visone. Indovinate perchè si è estinto? Sì, indovinato. Ma mentre i nativi americani avevano sempre cacciato questa specie in maniera moderata e per uso personale, quando arrivarono gli europei iniziò la caccia intensiva ad uso commerciale. La specie si estinse del tutto nella seconda metà dell’800.

Il DUSICIONE

Dusicione - Falkland (GB), 1894
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Dusicione - Falkland (GB), 1894

Il Dusicione, nome scientifico Dusicyon australis, conosciuto anche come Warrah, lupo artico, o volpe delle Falkland, non era altro che una via di mezzo tra la volpe ed il lupo. All’apparenza. In realtà era uno straordinario mistero della natura. Se lo chiese anche Darwin quando sulla Beagle fece scalo alle Falkland (o Malvine, a seconda dei punti di vista) – che ci faceva un mammifero predatore in quelle isole sperdute in mezzo all’Oceano? In nessun’altra parte del mondo si sono trovati predatori di quel tipo in isole così tanto lontane dalla costa. Come ci era arrivato? Facile pensare che dei colonizzatori provenienti dall’America se lo fossero portati con sé come sempre l’uomo ha fatto con i canidi. Sì ma le analisi del DNA sugli ultimi resti hanno dimostrato che il parente più prossimo sul continente non ha meno di 16mila anni. Se lo avesse portato l’uomo allora l’intera teoria sulla colonizzazione umana della Americhe salterebbe. Allora forse ci è arrivato durante l’ultima glaciazione? Ma non risulta quell’arcipelago fosse collegato alla terra dai ghiacci durante l’ultima glaciazione. D’altra parte se le isole fossero state collegate allora perchè non si sono trovate altre specie di grandi mammiferi? Indagando sui fondali oceanici pare però che si sia individuato un terrazzamento non troppo profondo tra Argentina e Folkland che si interrompe a soli 20 km dalle isole. Quindi la sequenza forse fu la seguente: la glaciazione concentrò le acque abbassando i livelli dei mari tanto da far emergere il terrazzamento, a 20 km dalle isole si formò un ponte di ghiaccio temporaneo abbastanza grande da far passare il curioso canide sempre in cerca di nuove prede ma non i più tranquilli mammiferi erbivori o predatori più pesanti, quando il freddo non fu più così intenso il nostro esploratore rimase isolato e si evolse nel Dusicione. Quando poi arrivò il colonizzatore occidentale finì l’avventura di questa specie da romanzo giallo e questa volta senza souspance per scoprire il colpevole. Figurarsi che i coloni vivevano sopratutto di pastorizia importata e immaginate quanto poteva stare simpatico il Dusicione ai pastori. Tra l’altro aveva anche una bella pelliccia. Insomma è stato il maggiordomo, come al solito.

EZO e HONSHŪ, i lupi giapponesi

EZO e HONSHŪ - Hokkaido (JAP), 1905
© Sputnik / Alessio Trovato
EZO e HONSHŪ - Hokkaido (JAP), 1905

Ezo, il lupo di Hokkaido, e Honshū, il lupo nano, conosciuti genericamente come ‘i lupi del Giappone’ sono un raro caso di estinzione pianificata vera e propria. Mentre di regola le altre estinzioni furono “...oops! Cose che capitano”, nel caso dei due lupi giapponesi il reo, l’uomo, è premeditato e confesso. Il fatto è che durante il periodo passato alla Storia come il ‘Rinnovamento Meiji’ (seconda metà ‘800 periodo che pose fine al dominio degli Shōgun e alla restaurazione del potere dell’Imperatore) i due lupi vennero messi al bando istituzionalizzando una taglia per ogni capo abbattuto. Questo scatenò un’accanita caccia da parte non solo degli allevatori che portò all’estinzione totale di entrambe le specie che ad inizio XX secolo erano già entrambe sparite.

Il QUAGGA

Quagga - Sud Africa, 1883
© Sputnik / Alessio Trovato
Quagga - Sud Africa, 1883

Il Quagga era un simpatico ungulato che assomigliava in tutto e per tutto ad una zebra nella parte anteriore del corpo e ad un cavallo per il resto. Viveva in Sud Africa e finì nei guai quando arrivarono i primi coloni olandesi boeri. Era facile da cacciare per l’uomo bianco che arrivò armato ed era, suo malgrado, apprezzato sia per la carne che per le pelli. D’altra parte non era facile da allevare e subiva anche la concorrenza nei pascoli da parte del bestiame dei coloni. L’ultimo esemplare conosciuto fu una femmina allo zoo di Amsterdam che morì nel 1883. Con la tecnica della selezione artificiale (breeding back) si è riusciti ad avere esemplari molto simili a quelli che dovevano essere gli originali Quagga selezionando generazioni di zebre progressivamente sempre più striate nella parte anteriore del corpo e meno nella posteriore. Gli studi sul DNA dimostrano tuttavia che zebre e Quagga avevano un antenato comune risalente almeno al Pleistocene, circa 120mila anni fa come minimo, e una zebra selezionata dall’uomo in modo che assomigli il più possibile ad un Quagga non è un proprio un Quagga.

Il TILACINO

Tilacino - Tasmania (AUS), 1936
© Sputnik / Alessio Trovato
Tilacino - Tasmania (AUS), 1936

Il Tilacino era il classico esempio di quando l’apparenza inganna. E’ infatti anche conosciuto come lupo o tigre della Tasmania ma non era né un canide né un felino. Era in realtà niente meno che un marsupiale anche se assomigliava a tutto tranne che a un koala o canguro. Il più grande marsupiale carnivoro mai esistito in tempi storici. L’assomiglianza con i canidi è un fenomeno eccezionale e l’esempio più straordinario che si possa studiare in scienze di ‘convergenza evolutiva’. Il primo antenato comune tra tilacini e canidi risale a 160 milioni di anni fa, cioè al tempo dei dinosauri. Dopo la divisione tra le due specie il Tilacino ha eseguito un percorso evolutivo che lo ha portato ad assomigliare ancora ad un canide pur la natura sbizzarrendosi dotandolo di marsupio come un canguro, striandogli la parte posteriore come una tigre, affusolandolo come una volpe, dotandolo di orecchie da lupo e un’apertura di fauci simile a qualla dei felini. L’ultimo esemplare noto risale al 1936. Si estinse prima in Australia poi anche nel suo ultimo rifugio, la Tasmania. I coloni occidentali lo cacciarono perchè lo ritenevano pericoloso per le greggi. In realtà le sue prede tipiche erano di dimensioni ben più modeste delle pecore ma, si sa com’è, nel dubbio l’uomo spara. Poi però vengono la nostalgia ed i rimorsi, infatti oggi il Tilacino, pur sparito nella vita reale, te lo ritrovi ovunque in Tasmania – nello stemma, sui francobolli, monete commemorative, insegne dei pub, etichette della birra, logo delle banche. C’è anche un progetto importante per provare a riportarlo in vita con la clonazione. Pare che siano riusciti ad isolare delle cellule in sufficiente stato di conservazione da poter eseguire dei tentativi. Solo che senza la cellula uovo devi prenderne una da una femmina di una specie il più possibile simile per poter avere qualcosa che ad un Tilacino ci assomigli davvero. Appunto, non ci sono specie simili. Anche prendere come base una tigre, lupo, volpe o lince e poi inserirci il DNA del marsupio non è che fai un tilacino. Bisogna mettersi in testa che l’originale che fa la natura comunque non è mai come le soluzioni rimediate che sperimenta l’uomo per porre toppe ai disastri che di tanto in tanto egli stesso combina.

I MAMMUT

Mammut lanoso - Siberia Nord-orientale (RUS), circa 3.500 anni fa
© Sputnik / Alessio Trovato
Mammut lanoso - Siberia Nord-orientale (RUS), circa 3.500 anni fa

Qui parliamo di una specie che si ritiene estinta in tempi antichissimi e pre-storici, in realtà i resti degli ultimi Mammut lanosi vissuti su questo pianeta sono relativamente recenti e risalgono a ‘solamente’ 3.500 anni fa. Si tratta di resti rinvenuti nella sola Siberia nord-orientale. La teoria al momento più insistita dagli scienziati parla di una estinzione dovuta principalmente ai cambiamenti climatici e non all’uomo. La sequenza secondo molti studiosi sarebbe stata la seguente: i Mammut si evolsero durante l’ultima era glaciale acquisendo il caratteristico vello muschiato e le lunghe ricurve zanne che servivano a scavare la neve per trovare i nutrimenti nel terreno, poi, quando ci fu il riscaldamento, si trovarono spiazzati e sopravvissero solo nei luoghi più estremi del pianeta, appunto Jakuzia, arcipelago della Nuova Siberia, isola di Wrangel. Poi si estinsero anche lì per insufficienza di risorse. Questo tipo di studi però dimentica che non esistevano solo i Mammut lanosi specializzati in climi freddi, esisteva tutta una serie di famiglie di proboscidati che vivano in Eurasia e che sono tutti quanti spariti. Il fatto è che con la fine della glaciazione non è arrivato solo il caldo, siamo arrivati anche noi ed eravamo gli unici predatori di un animale enorme sì, ma lento e facile da prendere in trappola e finire a forza di pungoli e martellate sulla testa. Riserve di carne abbondanti per quei predatori piccoli e deboli ma che agendo in gruppo e utilizzando l’astuzia divennero devastanti. Gli ultimi Mammut andarono a morire nelle zone più sperdute del pianeta forse non tanto per sfuggire dal caldo ma per sfuggire da noi.

  • Dodo - Francobollo e illustrazione artistica
    Dodo - Francobollo e illustrazione artistica
    Poste delle Mauritius / Encicl.Britannica [CC0]
  • Caccia ai Moa - Illustrazione di Joseph Smit (1836-1929)
    Caccia ai Moa - Illustrazione di Joseph Smit (1836-1929)
    Illustrazione di Joseph Smit – [Public domain]
  • Aquila di Haast - Rappresentazione artistica
    Aquila di Haast - Rappresentazione artistica
    © Foto : John Megahan [CC BY 2.5]
  • The Steller’s sea cow – rappr.artistica dall’Enciclopedia Britannica
    The Steller’s sea cow – rappr.artistica dall’Enciclopedia Britannica
  • Visone marino - Illustrazione di Richard Lydekker
    Visone marino - Illustrazione di Richard Lydekker
    © Foto : Richard Lydekker (1849-1915) [Public domain]
  • Dusicione - Specimen custodito all’Otago Museum (NZD) e disegni
    Dusicione - Specimen custodito all’Otago Museum (NZD) e disegni
    foto Kane Fleury e disegni di Waterhouse/Darwin/Keulemans
  • EZO e HONSHŪ, i lupi giapponesi - Specimen al Museo di Tokyo
    EZO e HONSHŪ, i lupi giapponesi - Specimen al Museo di Tokyo
    © Foto : Momotarou2012 CC3.0
  • Quagga - illustrazione
  • Tilacino - foto e rappresentazione artistica
    Tilacino - foto e rappresentazione artistica
    © Foto : Foto: Westell, W. Percival, 1874-1937, Illustraz: Henry C. Richter, 1863
  • Mammut - rappresentazione artistica
    Mammut - rappresentazione artistica
    © Foto : Mauricio Antón [CC BY 2.5] 2004
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Poste delle Mauritius / Encicl.Britannica [CC0]
Dodo - Francobollo e illustrazione artistica

In questa breve trattazione abbiamo presentato solamente le dieci specie che ci sembravano più rappresentative, o per le loro peculiarità fisiche o per l’originalità (drammaticità) delle loro storie. In realtà nei tempi storici, quelli che hanno visto l’uomo protagonista, di specie se ne sono estinte ben più di quelle presentate. Qualche volta per colpa nostra diretta, altre per conseguenze indiretta alla nostra presenza. Il Bisonte del Caucaso, il Coguaro orientale, il Leone marino giapponese, il Ratto coniglio dai piedi bianchi, il Ratto canguro del deserto, la Tigre di Giava, di Bali e quella del Caspio, il Delfino di Baji River, lo Stambecco dei Pirenei, il Leopardo nebuloso di Formosa, l’Ara Glauca o l’Ancefalo Bubalo, sono solo alcune delle tante specie che ci siamo persi e che raccontano storie simili a quelle prese in esempio.

Senza sprecare troppa retorica va da sé tuttavia dover notare che la nostra specie, in quanto dominante su questo pianeta e al vertice della catena alimentare, possiede, oltre a grandi poteri, grandi responsabilità. E’ dal nostro comportamento che dipende l’ecosistema ed è dalla nostra ‘politica’ e condotta che dipende la sopravvivenza di tante specie. Sceglieremo un mondo in cui resteranno solo quegli animali che ci faranno comodo, più o meno direttamente sfruttabili o che non ci diano troppi fastidi? Oppure preferiremo un mondo di inutili per noi ma bellissimi e variegati starnazzi, schiamazzi, saltelli, svolazzi, ruggiti, grufoliì, spinnazzi e confusione variopinta ed imprevedibile dettata dal caos spontaneo della natura anarchica e ribelle che accetteremo rispettare?

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