17:48 14 Dicembre 2019
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Immigrazione, guerre, populismo e Europa: conversazione con un europeista

© AFP 2019 / JOHN MACDOUGALL
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Nell'ambito del Festival Internazionale di Geopolitica MareLiberum, in corso nella città di Catania, abbiamo incontrato Giuseppe Scognamiglio,  presidente dell'Eastwest European Institute e direttore della rivista di geopolitica Eastwest, organizzatore dell'evento e coordinatore dei lavori.

Nell'ambito del Festival Internazionale di Geopolitica MareLiberum, in corso nella città di Catania, abbiamo incontrato Giuseppe Scognamiglio,  presidente dell'Eastwest European Institute e direttore della rivista di geopolitica Eastwest, organizzatore dell'evento e coordinatore dei lavori. Scognamiglio ha concesso a Sputnik Italia una intervista, sui temi più importati dell'attualità internazionale, spiegando la sua visione su immigrazione, populismo, politica internazionale e Europa.

© Sputnik . Clara Statello
L'intervista con Giuseppe Scognamiglio.
– Perché Catania come location di questa terza edizione del festival di Geopolitica?

 

– E' stata un'idea che è nata tre anni fa con Claudio Corbino, presidente dell'associazione I Diplomatici. Noi di Eastwest abbiamo da quindici anni sempre realizzato un forum di dibattito sui temi degli scenari internazionali. Avevamo cominciato a Venezia, ci siamo mossi a Roma e alla fine abbiamo pensato che la Sicilia e Catania, al centro del Mediterraneo, avessero un valore simbolico sul quale investire.

– Perché questo momento Catania e la Sicilia stanno affrontando la sfida geopolitica dei flussi migratori?

– Sì, e questo certamente aggiunge valore alla nostra scelta. Abbiamo introdotto i lavori con Joshka Fischer, ascoltando il mantra di Steve Bannon proprio sulle migrazioni, uno dei temi fondamentali. Le spiagge siciliane ricevono ogni anno decine, centinaia di migranti, quindi il tema è particolarmente sentito. Il voto europeo ha testimoniato più del 20% alla Lega, probabilmente animati da questi sentimenti di una situazione complicata. Noi con questi dibattiti proviamo a dare anche qualche ricetta.

– I flussi migratori sono percepiti come un pericolo da molte persone. Per lei rappresentano una sfida, un'occasione o un costo?

– Probabilmente tutte e tre le cose. Intanto sono un fatto oggettivo, come l'acqua che scorre o la globalizzazione. Non decidiamo noi se averli o non averli i flussi migratori. Sono 250 milioni le persone che vivono fuori dal proprio stato di origine. Se fossero uno stato rappresenterebbero il quinto stato al mondo. Non è un fenomeno che noi possiamo ostacolare alzando la mano o ponendo un muro. Dobbiamo capire come gestirlo. Se lo gestiamo in modo intelligente, cosa che non è stata fatta in questi ventanni in europa – e questa è una delle ragioni per cui ci troviamo in queste condizioni – secondo me può diventare un'opportunità.

– E quale potrebbe essere una gestione intelligente?

– Una gestione intelligente deve prevedere azioni di medio-lungo periodo, ben organizzate che vanno su due fronti: da un lato dobbiamo investire nei paesi d'origine di questi flussi, quindi il famoso "aiutiamoli a casa loro" non esclude altre politiche, ma è importante che si attui.

L'anno scorso in Italia abbiamo speso 500 milioni di euro per investire nei paesi di origine dei flussi e 5 miliardi per le emergenze in mare. Deve essere il contrario: noi dobbiamo investire 5 miliardi nei paesi d'origine. E questo è il primo elemento.

Il secondo elemento è gestire un'accoglienza filtrata in modo organizzato. Cosa che non abbiamo mai fatto. Noi dobbiamo capire di cosa abbiamo bisogno, in quali settori e provare ad assorbire quel tipo di immigrazione, non qualsiasi.

– Ci sono dei paesi esempio di accoglienza?

– Sicuramente negli anni alcuni paesi hanno gestito l'accoglienza in modo esemplare, come la Germania e anche la Francia e, secondo me, l'Inghilterra meno. Adesso però la Francia sta scontando un momento difficile: il terrorismo di origine islamica li sta penalizzando. Non perché c'è stata una cattiva organizzazione dell'accoglienza. Lì c'è anche un problema di impatto economico drammatico sulle periferie, che coinvolge non solo gli stranieri, ma anche i francesi. Però certamente possiamo cogliere da questi paesi alcuni esempi positivi.

– Quali sono le cause dell'immigrazione?

– Le cause sono per il 90% economiche. Parliamo molto di rifugiati per motivi politici, ma in realtà la maggior parte sono economici. Paesi dove le persone vivono sotto il livello di sussistenza e quindi cercano altre soluzioni fuori dal proprio paese. Questo è capitato anche a noi all'inizio del '900 fino al dopoguerra. Quindi ripeto, si tratta di un fenomeno inarrestabile. Dobbiamo però gestirlo.

– Però molta migrazione proviene dalla Siria e dai paesi in guerra, guerre provocate dall'intervento dell'occidente, no?

– Sì sì, certo. Questo aggrava la situazione. Se aggiungiamo a questo 90% di migranti economici questo 10% - che però va a picchi perché appunto quando c'è una guerra si creano dei fiumi improvvisi molto più difficili da gestire. Abbiamo dovuto fare, per esempio, un accordo con la Turchia, che si è offerta, e la Turchia ad oggi è il paese al mondo che accoglie più migranti e rifugiati di tutti. Spesso critichiamo questo paese, ma io ho visitato i campi profughi dei siriani in Turchia e sono gestiti in modo esemplare. Loro hanno investito molti più soldi di quanto noi gliene abbiamo dati.

– Attualmente i migranti arrivano dalla Libia. Facciamo un salto indietro ad otto anni fa, prima che cadesse la Jamahiriya, Gheddafi aveva fatto una profezia: se cado io l'Europa verrà invasa dai migranti e avrete dei terroristi davanti casa. Questa profezia sembrerebbe avverata. Cosa è stato gestito male, cosa è andato storto?

– Gheddafi era un dittatore efferato, ricordiamolo, che stava per bombardare il suo popolo quando c'è stato l'intervento prima francese e poi NATO. Quindi una situazione che avrebbe portato milioni di morti, se fosse andata avanti.

Detto questo, l'intervento militare ci sta tutto, ma è il post militare quello sul quale bisogna investire di più. Questo vale per qualsiasi guerra giusta o pseudo giusta, ammesso che esistano guerre giuste. Anche in Iraq il post guerra è stato un disastro e la guerra civile in Siria è figlia di quel disastro. Lo stesso sta accadendo in Libia. Abbiamo fatto la guerra e poi ci siamo disinteressatti. Ma lì invece bisogna esserci come comunità internazionale per aiutare la dirigenza libica a gestire una situazione difficile.

– Quindi è mancata la politica?

– Manca la politica, certo. Manca il know how istituzionale,

– E come si concilia questo con il principio di autodeterminazione dei popoli?

– Beh io non penso a un intervento neocoloniale o post coloniale. Penso ad un intervento di assistenza, di trasferimento di know how istituzionale che è stato fatto in tutti i paesi, ad esempio dell'est Europa. Noi abbiamo invitato per esempio rappresentanti della Banca Centrale Libica in Italia, per cercare di apprendere le regole dell'organizzazione e della gestione monetaria. Questa che ho citato è stata un'iniziativa isolata. Troppo poco, bisogna farlo in modo più organizzato e determinante.

– Adesso la Libia sta vivendo una terribile guerra civile a rischio ecalation. Che prospettive si aprono e qual è il percorso di pace da intraprendere?

– Il percorso di pace prevederebbe un impegno forteda parte della comunità internazionale a sostegno delle Nazioni Unite che, devo dire, stanno giocando un ruolo interessante e intelligente, perché hanno investito con un inviato, che sta cercando di governare le parti in causa. Il problema è che la comunità internazionale, l'Europa in primis, sta venendo meno. Gli Stati Uniti hanno abbandonato il campo. E va bene, non credo che noi dobbiamo sempre pretendere dagli Stati Uniti di essere presenti dove c'è una crisi. La Russia è lontana e quindi fa un lavoro di spola non particolarmente efficace. Ma è l'Europa che dovrebbe essere presente. Noi dovremmo essere i principali partner e supporter delle Nazioni Unite per aiutare la gestione della transizione.

– Torniamo al tema del festival, il populismo e le migrazioni. Davvero c'è Bannon dietro? Si può ridurre il fenomeno del populismo a Bannon?

Steve Bannon
© AP Photo / Evan Vucci

– Secondo me, i dieci anni di crisi drammatica che abbiamo vissuto – finanziaria negli Stati Uniti poi, esportata in Europa, è diventata una crisi di sistema – ha fiaccato la fiducia delle classi medie e anche di classi dirigenti e anche degli strati più poveri della popolazione. Questo certamente è stato all'origine di un tentativo di cambio si scelte da parte della gente, che è andata a votare cercando una soluzione diversa da quella che non stava assolutamente risolvendo i propri problemi. Questo naturalmente è un problema che dobbiamo affrontare, ma la contingenza economica ci deve anche aiutare. Io credo che i singoli stati nazionali abbiano scarse risorse per porli al servizio di una nuova crescita economica. Dobbiamo puntare su grandi accordi internazionali e su una dimensione europea che ci aiuti anche economicamente ad uscire da questa impasse.

– C'è una alternativa all'Unione Europea?

– No, non credo. Credo che l'alternativa che Bannon predicava, quella del ritorno agli stati nazionali, come se fosse un paradiso, sia totalmente sbagliata e ci penalizzerebbe ancora di più. Quindi la reazione che emotivamente capisco "non sta funzionando il sistema, sono più povero di prima, quindi chiudiamoci a casa che staremo meglio" è sbagliata. Se ci chiudiamo a casa ci condanniamo alla povertà eterna.

– E' stata fatta l'Unione dei mercati, dobbiamo fare l'Unione dei popoli europei?

– Dobbiamo assolutamente. Ecco il punto vero è che oggi politicamente abbiamo una strana situazione. Si sta unendo la critica dell'euroscettico con la critica di chi dice che questa Europa non funziona però vorrebbe che funzionasse meglio. Questi due elementi che sono diversi tra loro si stanno unendo pericolosamente. Noi dobbiamo staccarli e lasciare gli euroscettici da parte, come gli inglesi, che vadano per conto loro se non vogliono starci, ma dobbiamo recuperare coloro che dicono che bisogna migliorare l'Europa.

– E come li recuperiamo?

– Li recuperiamo facendo passi avanti decisivi. Questa legislatura ha una grande responsabilità storica, deve assolutamente decisivi in avanti, verso l'Europa unita. Se non lo fa, se vivacchia come ha fatto la precedente legislatura, al prossimo appuntamento saremmo spazzati via.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Immigrazione, Italia, Populismo, Crisi dei migranti, Catania
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