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11:05 24 Agosto 2019

La Lega vola e il mainstream schiuma di rabbia

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Marco Fontana
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Succede ormai con immancabile puntualità: quando vince chi non è gradito al mainstream, si abbatte sul preferito dagli elettori l’onda maleodorante di rancore e disprezzo dei giornalisti (o meglio, dei loro editori).

Quando i giornalisti prezzolati e gli intellettualoni accusano il popolino di aver votato tizio per colpa delle sue sciocche “paure” (del diverso, del migrante, dell’Europa etc.), in maniera quasi freudiana fanno uscire la loro paura più grande: perdere il lavoro da pennivendoli e la possibilità di pontificare seduti in terrazza con vista mare o dal salotto in centro. Non ce la fanno proprio a compiere un po' di autocritica, vuoi perché il loro stipendio glielo impedisce vuoi per insita assenza di umiltà.

Dal suo profilo twitter Gad Lerner tuona: L’Italia leghista è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene. Le “classi subalterne”, dice lui, quasi fosse un feudatario irritato con la plebe.

Stefano Feltri, editorialista del Fatto Quotidiano, sempre da twitter ricondivide un post del capogruppo del Pd in Commissione Bilancio Luigi Marattin (svelando così le sue simpatie politiche): La cosa più interessante e nuova che ha detto Salvini in conferenza stampa è che domattina va in ufficio. Che pungente umorista!

Ezio Mauro dalle colonne di Repubblica spiega invece che Il leader della Lega si è spinto nel mare oscuro di un'ultradestra che nel dopoguerra non avevamo conosciuto, e che fa paura. E aggiunge definitivo: un problema per noi tutti, costretti a vivere nella rappresentazione di una continua emergenza, con il Paese chiuso su se stesso, senza sviluppo, senza crescita e senza ambizioni, alieno nel concerto occidentale. Il razzismo che si fa governo, ammiccando alle risorgenze fasciste sparse, portandoci fuori dall'Occidente con le xenofobie ricorrenti e l'ideologia che ritorna prepotente, non può essere il destino italiano. Insomma, l’Italia è diventata un deserto post-atomico radioattivo abitato da sadici predoni razzisti. Mica male per un governo insediato da appena un anno! Per Ezio Mauro gli italiani vivrebbero una sorta di sindrome di Stoccolma, costretti in un mondo creato ad arte da qualcuno: e invece, molto più banalmente, gli italiani sanno bene che il Paese di oggi è il risultato del “lavoro” di quei politici che Mauro ha sempre celebrato. La sua autoreferenzialità è inquietante, perché la sua analisi non fa nemmeno un passetto fuori dello spazio contenente solo ciò che aggrada a lui e alla sua cerchia ristretta.

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Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, quasi la butta sull’antropologia. La colpa di Salvini è l'esaltazione delle radici, con il richiamo ai valori religiosi e tradizioni famigliari. (...) Una idea tribale di Stato che vede nel nazionalismo un processo non per addizione - come fu in Europa dall'inizio dell'Ottocento, aggregando popolazioni con eredità e lingue simili - ma per sottrazione ovvero allontanandosi da chi ha identità differenti. È questo sovranismo basato sulle radici etniche che accomuna Salvini e i suoi maggiori alleati europei - il britannico Nigel Farage e la francese Marine Le Pen. Che disgusto, che ignoranza pensare alle proprie radici... o all’identità! Radici e identità: due parole che i volenterosi redattori del Dizionario della Neolingua cancellerebbero con immenso piacere.

Altrettanto funamboliche sono le analisi Alessandro Campi de Il Messaggero, che nel quale nel suo editoriale afferma: La Lega è il primo partito italiano, anche se aver superato o meno la soglia del 30% può fare una significativa differenza: quella tra una vittoria percepita nettamente come tale e una vittoria vissuta come al di sotto delle speranze dei sostenitori (o delle paure degli avversari). Resta il fatto che Salvini ha perso sicuramente una quota importante dei suoi consensi potenziali. Colpa degli attacchi concentrici portati nei suoi confronti dagli avversari d'ogni colore, come lui stesso dirà? O colpa anche di una sua strategia mediatica talmente ossessiva e martellante sui temi dell'immigrazione e della sicurezza da aver prodotto, in certe frange dell'elettorato che nei mesi scorsi lo hanno guardato con simpatia, un senso di saturazione e fastidio? Viene spontaneo domandarsi se Campi stia scherzando o se dica sul serio: di fronte a una vittoria senza precedenti, più di un terzo dei voti totali, si appella a qualche vecchio sondaggio secondo cui la Lega avrebbe potuto raggiungere il 38%!

Il lavoro di questi intellettuali in fondo non è così difficile: devono solo prendere quanto già scritto la volta scorsa e aggiornarlo con qualche parola di moda oppure caricarlo di bile ancora di più. Gli stessi toni apocalittici venivano usati quando vinceva Berlusconi: ora il copione si ripete con Salvini. Del primo si diceva avesse modi da dittatore, del secondo dicono quasi apertamente che sia fascista. Il primo veniva assediato dalle inchieste giudiziarie, il secondo sta subendo la caccia alle streghe. Peccato per quegli intellettuali poco avveduti o privi di fantasia: perché gli italiani vivono con fastidio questo fuoco incrociato di accuse e disprezzo e ormai capiscono chi manovra le leve della macchina giornalistica del fango.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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elettori, Elezioni europee 2019, giornalisti, giornalismo, giornalisti, Giornalismo, Matteo Salvini, Lega
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