20:22 25 Febbraio 2020
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Se ne parla molto poco se non tra gli addetti ai lavori, ma la situazione delle finanze pubbliche in Cina probabilmente è perfino peggiore di quella italiana. Non si tratta, nello specifico, di un esagerato debito dello Stato né dell’enorme liquidità di denaro virtuale creato dai quantitative easing in Europa e negli Stati Uniti.

Il problema sta piuttosto nell’enorme indebitamento delle aziende cinesi, pubbliche e private, che nessuno riesce ad immaginare quando, e se, potrà essere ripagato. Se vogliamo limitarci a cifre già verificate, sappiamo che nei primi quattro mesi del 2019 in Cina i default obbligazionari delle aziende è ammontato a quasi 6 miliardi di dollari.

L’origine di queste enormi esposizioni senza reali garanzie non risiede solamente nel sistema bancario ufficiale ma è in gran parte causato da una “finanza ombra” e cioè da un sistema creditizio non ufficiale che da molti anni a questa parte si è sviluppato in tutte le zone più industrializzate del Paese.

La causa dei fallimenti è imputabile al minor tasso di crescita dell’economia generale degli ultimi anni, dove un solo settore sembra aver marcato incrementi sostanziali: quello dei servizi. Purtroppo, la gran parte è costituita da società di software e di servizi vari alle imprese, area che la guerra dei dazi lanciata dall’amministrazione Trump sta mettendo a rischio con le conseguenze che si possono immaginare.

Il governo cinese è conscio da lungo tempo dei rischi legati all’enorme indebitamento e, per cercare di rimediarvi, è passato da un tentativo di riforma economica ad un'altra. Dapprima ha cercato di porre dei limiti alle capacità di prestito del sistema bancario ufficiale, obbligando le banche a detenere riserve più importanti, ma ciò ha dato una spinta alla collaterale “finanza ombra”. Dopo la crisi mondiale del 2008 e nell’intento di sopperire alle minori esportazioni, Pechino aveva aperto le porte ai finanziamenti facili e in un anno aveva immesso nell’economia quasi 3 miliardi di dollari.

Nel corso di soli tre anni, ciò aveva però significato il prosciugamento degli assets del sistema bancario e l’inflazione aveva cominciato a esplodere. Fino all’inizio del 2000 i risparmi privati avevano consentito alle banche di prestare denaro con estrema facilità senza per questo esporre il Paese a grandi rischi macroeconomici. Tuttavia, quando la redditività industriale ha cominciato a calare e le esportazioni a non riprendere il vigore precedente, nel 2011 il Governo decise di aumentare i tassi di interesse e ridurre la possibilità di erogare crediti, causando così un secondo incremento del “sistema finanziario ombra”. L’agenzia americana Fitch ha stimato che, nel 2016, i prestiti erogati dal sistema bancario “ombra” superava addirittura il valore del 70% del prodotto nazionale lordo mentre Moody ha valutato un picco dell’87% del PNL. Nel 2018 sembra essere disceso sotto il 70%.

Nel frattempo, le banche ufficiali sono ritornate ad aumentare i prestiti del 13% anno su anno. La misura si è resa necessaria per evitare fallimenti a catena e privilegiare la tenuta della pace sociale evitando una forte disoccupazione. Inoltre, le banche di stato sono state obbligate ad assorbire esse stesse crediti non propri, mentre le autorità locali hanno ripreso in mano pubblica aziende precedentemente privatizzate.

La stima di una agenzia indipendente americana è che, ad oggi, l’80% delle aziende private (e anche molte delle aziende pubbliche) in Cina ha dovuto ricorrere almeno una volta a prestiti da enti non ufficiali emettendo bond e obbligazioni non realmente garantite da assets propri e indebitandosi così in modo superiore alla loro capacità di restituzione.

Considerato il passaggio di molti debiti privati in mano pubblica, il Financial Times stima che, per mantenere stabile il sistema finanziario delle banche ufficiali, esse avrebbero bisogno di raccogliere nei prossimi tre anni almeno 260 miliardi di capitale fresco.

Le misure prese attualmente da Pechino mirano a rilanciare i consumi interni per innescare un circolo economico virtuoso. Sono previsti una riduzione delle tasse, stimoli fiscali per l’acquisto di elettrodomestici ed automobili e una nuova riduzione dei tassi per prestiti alle piccole aziende, cioè quelle più esposte agli effetti della guerra commerciale. Nei fatti, la scelta degli economisti cinesi è sempre stata a cavallo tra il privilegiare i problemi economici o quelli sociali e ciò spiega l’altalenarsi di riforme spesso contradditorie.

La recente siccità che ha colpito le zone agricole, la febbre suina che ha portato al fallimento molti allevamenti e un’infestazione di vermi mangiatori di semi di soia che ha messo in ginocchio quelle colture, si stanno aggiungendo al problema del forte indebitamento e ciò rende più debole la Cina nel contenzioso commerciale con gli Stati Uniti. Senza l’insieme di questi fattori, per obbligare Washington a scendere a patti alle proprie condizioni la Cina avrebbe potuto contare sui tempi lunghi (come è abituata a fare), ma il sistema industriale generale è così indebitato e la situazione così incerta che nuovi investimenti da parte di privati o di stranieri diventano via via più improbabili e i rischi di un generale default finanziario aumentano. Non va, infatti, dimenticato che gran parte della crescita cinese degli anni scorsi era dovuto proprio all’immissione di capitali sempre freschi arrivati anche dall’estero. Al contrario e non a caso, l’indice della borsa di Shenzhen ha perso più del 30% dall’inizio dell’anno.

Chi pensa di poter gioire per le difficoltà dell’economia cinese auspicando che tale crisi possa rappresentare un freno all’aggressiva politica di espansionismo perseguita da Pechino non deve però dimenticare che anche l’occidente ha i suoi grattacapi.

Anche se gli Stati Uniti hanno riscontrato negli ultimi due anni una crescita ottimale della propria economia, va ricordato che una gran parte di questo incremento è dovuto al quantitative easing e all’aumento, in tutto il mondo, di un nuovo ricorso allo strumento dei derivati. In altre parole all’immissione nell’economia di denaro non coperto da reale ricchezza né da aumento della produttività industriale.

LEGGI ANCHE: La Cina continuerà ad investire nel debito pubblico degli USA

Esattamente come accadeva prima del 2008, anno della più grande crisi finanziaria mondiale moderna.

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