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07:51 21 Agosto 2019

Prodotti “bio”: una scelta razionale o spreco di soldi?

© AFP 2019 / Luis Robayo
Opinioni
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Eliseo Bertolasi
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Sono sempre più gli italiani che si orientano all’acquisto di prodotti biologici. Pur di mettere nel carrello della spesa i prodotti con la dicitura “bio” sono addirittura disposti a pagare di più rispetto agli stessi prodotti “non bio”. Ma si tratta di una scelta razionale? Secondo alcuni esperti no!

Il professor Luigi Mariani,  agronomo con profonda esperienza nella modellazione matematica dell’agroecosistema, presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia, già docente di Agronomia all’Università di Milano, autore di numerose pubblicazioni, contattato da Sputnik Italia ha espresso le ragioni delle sue perplessità:  

- Attualmente sono coordinatore del gruppo SETA (Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura n.d.r.), rete informale tra ricercatori di discipline agronomiche, docenti universitari e produttori agricoli. Questo gruppo si è attivato come risposta alla campagna di questi ultimi anni a favore dell’agricoltura biologica che ci pare scorretta. Una cosa è dire “faccio agricoltura biologica perché c’è un mercato interessante”, alta cosa è fare marketing del “bio” criminalizzando l’altra agricoltura, quella che oggi nutre in larghissima misura il mondo! Con SETA cerchiamo di creare sensibilità nei confronti dell’agricoltura integrata che è l’agricoltura del futuro in quanto aperta all’innovazione, sia nel settore della genetica: varietà di piante coltivate, razze animali, sia delle tecniche colturali: concimazione, diserbo, difesa fitosanitaria, irrigazione, ecc..

Luigi Mariani
© Foto : Fornita da Luigi Mariani
Luigi Mariani

Il nucleo centrale della questione è che l’agricoltura oggi nutre il mondo perché nel XX secolo abbiamo fatto un progresso tecnologico fantastico, che ha quasi del miracoloso, che ci ha consentito di sestuplicare la produzione agricola mondiale; in altre parole producendo sullo stesso ettaro di terra sei volte di più di quello che veniva prodotto un secolo fa. È con questo balzo in avanti che oggi nutriamo il pianeta. Eravamo un miliardo e mezzo all’inizio del ‘900, oggi oltre 7 miliardi e riusciamo a nutrire meglio tale popolazione, per quantità e qualità del cibo, di quanto si sia mai fatto in passato. È la tecnologia che ci ha permesso di fare questo. Se oggi ci sono persone, a favore del biologico che vogliono tornare a produrre con la tecnologia di cent’anni fa, va bene! Se queste persone sono disposte a pagare il cibo il doppio o il triplo, sono del tutto libere di farlo, ma non penso che il resto della popolazione sia disposta a farlo, o se lo possa permettere.

- Soffermandoci sulla produzione, ipoteticamente, a livello mondiale un’agricoltura che si basi sul “biologico” riuscirebbe a sfamare la popolazione mondiale?

- Il biologico, quando noi lo vediamo in campo produce dal 20 al 70 % in meno, facciamo quindi una media del 50% in meno a livello produttivo per le 4 grandi colture che oggi coprono il 64% dell’alimentazione umana: frumento, riso, mais, soia. Se decidessimo di adottare solo l’agricoltura biologica che oggi copre il 2% del fabbisogno nutrizionale globale, a parità di terra coltivata con quella tecnologia, riusciremmo a sfamare solo il 50% della popolazione mondiale. A quel punto si dovrebbe decidere chi “buttare giù dalla torre”, ma visto che noi non ci butteremo, questo andrà a scapito di quei poveretti che vivono nei paesi di sviluppo.  

- Professore innanzitutto cosa denota oggi un prodotto “bio”?

- Un prodotto che rifiuta alcune tecnologie. Il rifiuto dei concimi di sintesi, cosiddetti “chimici”, che sono quelli che oggi hanno innalzato la produzione di proteine, nel senso che da essi dipende il 50% delle proteine per l’alimentazione umana oggi prodotte a livello mondiale. Per inciso le proteine fanno la struttura corporea, se oggi le persone sono alte 15 cm in più rispetto all’epoca dell’unità d’Italia  è perché oggi c’è una nutrizione proteica migliore col latte, la carne, i cereali, i legumi. Nel marketing si dice poi spesso che il biologico non usa i pesticidi, il che è falso perché anche nel biologico si usano tali prodotti, semplicemente si rifiutano i prodotti nuovi e si continuano ad usare i prodotti tradizionali come il solfato di rame, il piretro, l’azadiractina e lo spinosad. Per inciso segnalo che la chimica non va demonizzata, noi stessi siamo fatti di chimica, senza chimica non saremmo vivi.

- Dal biologico c’è da aspettarsi una qualità maggiore?

- La maggior parte della letteratura scientifica esclude la presenza di differenze significative in termini di qualità fra “bio” e “non bio”. Noi abbiamo dei doveri rispetto alla collettività: produrre cibo con dei livelli di qualità stabiliti dalla legge. L’agricoltore, quindi, produce utilizzando fitofarmaci che impediscono che le piante vengano distrutte dai loro nemici: funghi, insetti, malerbe, ecc.. non dimenticando che dovrà mettere sul mercato un prodotto a qualità stabilita. Ci tengo a precisare: gli agricoltori non sono “avvelenatori seriali”, come a torto insinua il marketing del biologico, ma imprenditori che difendono le loro colture dai loro nemici che altrimenti le distruggerebbero. E questo, si badi bene, pone anche una questione antropologica.

- In che senso antropologica?

- Se prendiamo la Bibbia, nella Genesi, alla cacciata dal Paradiso Dio ad Adamo dice: “Con il sudore della tua fronte ne trarrai il pane”, facendo agricoltura quindi. Dio dice inoltre: “il suolo produrrà spine e cardi”, sono le erbacce che distruggono il raccolto, una maledizione che da tempi memorabili l’uomo tenta di superare e vincere, oggi con quelli che vengono chiamati erbicidi. Questo è un dato antropologico che va capito. Sino agli anni ‘50 tutto veniva fatto a mano: ad esempio le erbacce nella risaia venivano tolte dalle “mondine” che con l’acqua fino alle ginocchia strappavano le erbacce a mano. Servivano 600 ore di lavoro per ettaro. Oggi tenendo conto del costo del lavoro, se dovessimo produrre il riso in quel modo pagheremmo al supermercato 15 euro per 1 kg di riso. Tra l’altro fare la “mondina” era un lavoro massacrante che dava problemi di salute enormi per tutta la vita. La tecnologia è quindi da rifiutare? Ecco sono tutti dati da considerare. Con la meccanizzazione e con la chimica abbiamo superato tutta una serie di problemi di condizioni negative che influivano anche sui lavoratori.

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- La marca “bio” sul prodotto non ci garantisce quindi l’assenza di “contaminazione” chimica sul prodotto stesso?

- No! Difatti non lo garantisce, perché è una certificazione “di processo” non di “prodotto”. La garanzia la diamo noi quando facciamo le analisi e vediamo che il 98 – 99% dei prodotti, siano essi “bio”, o da agricoltura integrata, presenta percentuali di pesticidi al di sotto delle soglie stabilite per legge. Noi quindi certifichiamo che i residui presenti all’interno si trovano in concentrazioni tali da non determinare tossicità essendo inferiori ai limiti stabiliti dalla legge. La “soglia d’innocuità” è stabilita per legge.   

- In conclusione cosa ci può dire?

- Veramente di stare tranquilli! Chiunque è libero di acquistare prodotti “bio” ma non deve farlo guidato dal timore che i prodotti “non bio” siano tossici. Le ricordo la famosa massima di Paracelso “è la dose che fa il veleno”. Nel nostro caso ragioniamo su dosi talmente basse da non dover temere nessun danno. E al riguardo non dimentichiamo che chi fa biologico comunque fa ricorso a molteplici trattamenti chimici per difendere le proprie culture.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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