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23:18 12 Novembre 2019

Verdi come la bandiera dell’Arabia Saudita, ecco chi fermerà lo scempio dello Shale oil

© Sputnik . Mikhail Voskresenskiy
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Il petrolio e il gas da scisto hanno certamente cambiato gli equilibri del mercato degli idrocarburi da quando la loro estrazione ha cominciato ad assumere quantità significative.

Si ricorderà che, proprio per cercare di mettere fuori gioco i produttori che si avvalevano di questa nuova tecnologia, i sauditi ed i loro più stretti alleati avevano provocato una caduta del prezzo dell’oro nero, aumentando la loro produzione e facendo così crollare i prezzi.

L’assunto era che il costo sostenuto da Riad e soci per estrarre tramite pozzi era di gran lunga inferiore al costo sopportato da chi praticava lo shale. Il break-even point per i primi era inferiore ai 20/30 dollari/barile mentre per i secondi superava i sessanta (nel 2013 era stimato attorno agli 80).

Tuttavia, contrariamente alle aspettative, la concorrenza provocata dalle nuove estrazioni non si è arrestata ed è addirittura aumentata, consentendo agli Stati Uniti (maggiori utilizzatori di tale sistema) di diventare perfino esportatori netti. Sono stati, invece, i sauditi a dover fare marcia indietro perché, se è vero che i loro costi operativi erano bassi, è altrettanto vero che per garantire la possibilità di pagare tutti i servizi sociali offerti ai propri cittadini, era (ed è) indispensabile che il prezzo al barile raggiunga almeno gli 80/85 dollari il barile (fonte: Fondo Monetario Internazionale).

Cerchiamo allora di capire che cosa sia successo.

© Sputnik . Alexander Halperin

Il metodo detto Shale o “fratturazione idraulica”, utilizzato a partire dal 2009, consiste nel provocare la fuoruscita di petrolio (o di gas) attraverso una trivellazione in verticale di poche centinaia di metri, dopo di che la perforazione continua in orizzontale attraverso rocce precedentemente identificate come contenitrici adatte ad ospitare il prezioso prodotto. Per ottenere che il liquido (o il gas) salgano in superficie è però necessario che nella zona venga immessa a forte potenza una grande quantità di acqua con determinati agenti chimici. Occorre quindi che ci siano non solo i terreni adatti, ma anche una notevole disponibilità d’acqua che in gran parte non sarà più recuperabile. Negli Usa, le zone già sotto sfruttamento sono presenti sia nel nord ovest che nel sud che nel centro nord.

L’investimento economico per mettere a frutto i terreni identificati può essere comparabile a quello necessario per pozzi a grande profondità, ma i tempi necessari per entrare in produzione sono molto più brevi e, mentre con i normali pozzi chiudere e riaprire gli impianti richiede una certa quantità di tempo, con lo shale bastano poche settimane o addirittura pochi giorni. Questa potenziale immediatezza di resa economica ha fatto sì che quasi tutte le nuove perforazioni potessero iniziare tramite finanziamenti bancari elargiti con generosità in vista dei lauti e pronti guadagni. Quando il prezzo internazionale del greggio si aggirava attorno ai 100 dollari, ogni giorno si annunciavano nuove esplorazioni e le banche facevano la fila per finanziare i nuovi imprenditori. L’azione saudita al ribasso ha però abbassato i margini degli operatori fino a far sì che i costi del finanziamento e dell’operatività cominciassero a superare gli introiti della vendita del prodotto estratto. 

Si sa che i prezzi delle materie prime sono volubili e alcuni produttori (e i loro finanziatori) hanno deciso di continuare comunque nell’attività, mentre altri hanno preferito sospendere le estrazioni in attesa di tempi migliori. Il risultato: già nel terzo trimestre 2015 ben 18 società hanno dovuto dichiarare bancarotta. Altre le avevano precedute nei trimestri precedenti e altre ancora le hanno seguite nel primo trimestre dell’anno successivo. La crisi più grave è arrivata nel secondo trimestre del 2016 quando ben 35 società hanno contemporaneamente chiuso i battenti. Il calo mondiale della produzione dovuto alle chiusure ha comunque fatto risalire parzialmente i prezzi al barile e ha ridato un po’ di fiato a chi aveva saputo resistere. Coloro che avevano maggiori disponibilità finanziarie proprie e, nel frattempo, avevano saputo ridurre i costi di produzione hanno allora rilevato gli impianti in fallimento e hanno continuato a produrre. Non dovendo più ripagare debiti verso terzi, il costo operativo si ridusse e perfino un livello di prezzi lontano dai massimi di tempo addietro risultò sufficiente per garantire una certa redditività, o almeno il pareggio.

Intanto, i sauditi e gli altri produttori tradizionali avevano cominciato a soffrire per la diminuzione delle entrate in valuta e han dovuto prendere atto che la “guerra” non era più sostenibile. Pur avendo contribuito a mettere fuori gioco alcuni dei nuovi arrivati, la battaglia era, praticamente, persa e la produzione di shale, seppur diminuita, era continuata. Il quarto trimestre del 2018 circa il quaranta per cento dei produttori di petrolio da scisto dichiarava un cash-flow positivo. La produzione americana del 2018 è stata di 11 milioni di barili, di cui il sessanta per cento proprio derivante dallo shale.

Oggi, il prezzo medio di mercato supera i sessanta dollari il barile (il break-even medio dello shale americano è poco superiore ai 40 dollari) e, nonostante l’Opec e la Russia vorrebbero crescesse ancora, la grande quantità in offerta e una domanda penalizzata dalla crisi economica internazionale sembrano non dare spazio ad altri aumenti. Per sapere se i prezzi rimarranno stabili oppure aumenteranno occorrerà accertare quanto potranno influire l’embargo americano decretato contro chiunque acquisti petrolio iraniano e la crisi di produzione della Libia sul volume globale dell’offerta.

Di certo, almeno per ora, la “fratturazione idraulica” ha incrementato di molto le quantità di petrolio potenzialmente disponibili e il mondo dei precedenti produttori ha dovuto farsene una ragione. Sottolineo “almeno per ora” perché, di là dagli aspetti economici, esistono altre considerazioni che, prima o poi, faranno sentire il loro peso. Alludo alle conseguenze ambientali di questo metodo e alle reazioni che in molti Paesi hanno già suscitato portando alla proibizione di utilizzarlo (vedi Francia ad es.).

Anche negli Stati Uniti, organizzazioni ambientaliste hanno cominciato a manifestare contro lo scempio del territorio causato dall’enorme consumo di acque, dall’immissione nel sottosuolo di prodotti chimici nocivi all’uomo e agli esseri viventi in genere e dal possibile inquinamento delle falde acquifere sotterranee.

L'oinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

Tags:
Mercato del petrolio, prezzi petrolio, Petrolio, Petrolio, Gas, gas, Arabia Saudita
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