16:41 19 Giugno 2019
Elisabetta Trenta

I Cinque Stelle in guerra con i militari

© Foto: Facebook/Elisabetta Trenta
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Gian Micalessin
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Il ministro della difesa Elisabetta Trenta dopo aver disarmato a colpi di tagli le Forze Armate propone una parata per la festa del 2 giugno con poche divise e tante associazioni umanitarie. L’ennesimo segnale di una manifesta ostilità nei confronti dei nostri soldati.

In vista della Festa della Repubblica del 2 giugno il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta offre all’Italia e ai suoi militari una parata inclusiva “per evidenziare la volontà di non lasciare indietro nessuno, di combattere contro le emarginazioni sociali”. Ancora una volta, insomma, non si capisce né cosa la ministra voglia, né, tantomeno, se le sia chiaro il suo ruolo istituzionale. Prigioniera delle polemiche con Matteo Salvini e del confuso magma ideologico in cui si dibatte il Movimento 5 Stelle la Trenta sembra confondere le Forze Armate, la loro tradizione, e la loro storia con quella della Croce Rossa o di qualsiasi altra organizzazione umanitaria.

In questa sua deriva oscillante tra le posizioni della sinistra sessantottina e quelle del più banale e nefasto “politicamente corretto” la Trenta cancella la nostra Storia, dimentica che l’Italia è nata e si è forgiata, nelle trincee del Piave e del Carso. Trincee dove i soldati italiani hanno combattuto nel nome dell’unità nazionale e dove la vittoria è stata raggiunta grazie al sacrificio delle loro vite.

Nessuna istituzione italiana, per quanto nobile e dignitosa, è stata più inclusiva di quelle forze armate che, un secolo fa, nelle trincee della Grande Guerra riunirono i minatori del Sulcis ai contadini veneti, gli operai del Piemonte ai giovani della Sicilia. Proprio da quella “inclusività” e da quel connubio dettato dalla condivisione di rischi, morte e paura si forgiò lo spirito nazionale italiano. Uno spirito ripropostosi in momenti drammatici come la ritirata di Russia e la battaglia di El Alamein dove i nostri soldati dimostrarono il loro coraggio e il loro attaccamento alla Patria anche nel difficile momento della sconfitta.

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Ma per la Trenta e per i Cinque Stelle, abituati a nutrirsi di polemiche e a calpestare simboli e valori nel nome di una raffazzonata linea politica storia e tradizioni non contano. Fin dagli esordi del governo giallo-verde la ministra e il resto della corte pentastellata hanno utilizzato le Forze Armate, già stremate in seguito ai tagli imposti dai precedenti governi, come un salvadanaio per spremere risorse da dedicare ad altri settori. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti.

Grazie all’acquiescente complicità del loro obbediente e remissivo Ministro alla Difesa il premier Giuseppe Conte e Luigi Di Maio hanno portato Esercito, Marina ed Aviazione al limite dell’operatività tagliando persino le risorse indispensabili per l’addestramento e il mantenimento di un minimo di operatività. In questa corsa all’inefficienza spiccano le ambiguità del ministro sull’impegno all’acquisto dei cacciabombardieri F35. L’impegno già ridimensionato all’epoca del governo Monti, quando la quota totale dell’ordine venne abbassata da 131 a 90 unita, non è mai stato confermato ufficialmente dalla Trenta che sull’argomento mantiene un atteggiamento ambiguo ed evasivo.

Quand’anche, in occasione delle celebrazioni dello scorso 4 novembre, il Ministro ha cercato di dimostrare un minimo di sintonia con i militari approvando un video in cui si celebravano il coraggio, lo spirito combattivo e il sacrificio dei soldati impegnati nelle missioni all’estero ci ha pensato il sottosegretario pentastellato Vito Crimi a imporre una censura ispirata al più retrogrado e inutile pacifismo. Lo stesso pacifismo ispira anche il premier Giuseppe Conte.

Vantandosi, recentemente, di aver sottratto al bilancio della Difesa il costo di cinque mitragliatori per destinarlo alle iniziative della cosiddetta “Cittadella della Pace” di Rondine il Presidente del Consiglio non si è fatto problemi a suggerire che i cinque militari rimasti senz’arma vengano spediti “nelle retrovie a parlare di pace”. Quella frase ha indignato persino un militare uso a “obbedir tacendo” come il generale di Corpo d’Armata in congedo Giorgio Cornacchione.

Un generale difficilmente liquidabile come un bellicoso militarista visto il ruolo di consigliere militare ricoperto prima al fianco di Mario Monti e poi del premier del Pd Enrico Letta. Davanti a quelle affermazioni Cornacchione ha firmato una lettera aperta a Conte accusandolo di offendere i soldati caduti in Iraq e Afghanistan nel nome di una becera propaganda elettorale. Pochi giorni prima la stessa becera velleità propagandistica aveva spinto la Trenta a utilizzare una nave della Marina, impegnata nella difesa dei nostri interessi nazionali davanti alle coste libiche, per mandarla a soccorrere dei migranti. Una mossa interpretata come un colpo basso al ministro dell’Interno Matteo Salvini colpevole di aver chiesto la collaborazione delle Forze Armate negli sforzi per il contenimento dell’immigrazione.

Sollecita e attentissima nel sottolineare i limiti dell’azione di Salvini nell’ambito della Difesa la Trenta si è però ben guardata, come hanno notato molti generali, dal difendere il loro collega Paolo Riccò. Il 25 aprile scorso generale dell’Aves (Aviazione dell’Esercito) è stato costretto ad abbandonare un incontro sulla Resistenza in cui guidava il picchetto d’onore dopo il discorso di un rappresentante dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) che accusava i militari italiani di aver commesso crimini di guerra durante le missioni in Afghanistan e Iraq. Il polemico rompete le righe ordinato dal generale Riccò non gli è valso gli elogi del Ministro bensì l’apertura di un’indagine per l’accertamento dei fatti. La Trenta, energica e attivissima nel respingere le invasioni di campo di Salvini, si trasforma in latitante e omertosa deve, invece, difendere i militari dalle calunnie dei loro detrattori e dalle accuse dai loro nemici. Per questo, forse, il 2 giugno preferisce veder sfilare sindaci, infermieri e crocerossine anziché quelle donne e quegli uomini in divisa che è chiamata a sostenere e rappresentare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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