23:17 20 Giugno 2019
Governo italiano

A pochi giorni dal voto europeo poca attenzione all'UE e tanta al futuro del governo

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Giulio Virgi
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La campagna elettorale in vista del voto con il quale il prossimo 26 maggio gli italiani eleggeranno i loro rappresentanti al Parlamento Europeo non sembra davvero decollare. Si parla infatti di tutto, fuorché degli interessi che gli eurodeputati italiani dovrebbero tutelare a Strasburgo e Bruxelles nei prossimi cinque anni.

Dominano i temi della politica interna ed in particolare le prospettive di sopravvivenza dell’attuale maggioranza di governo, che non attraversa un periodo di forma smagliante.

Le cause che ne stanno paralizzando l’azione negli ultimi tempi sono fondamentalmente due. La prima è contingente, mentre la seconda è di natura strutturale.

Veniamo alla prima: in Italia si vota con il proporzionale, tanto alle politiche (seppure con alcuni meccanismi correttivi) quanto alle europee, dove le liste competono su circoscrizioni territorialmente sconfinate. Le formazioni che hanno dato vita al Governo sono rivali nella caccia al voto. Un modo per procacciarsene è dimostrare la propria diversità rispetto al partner, rafforzando gli elementi di contrapposizione rispetto a quelli di convergenza sulla base dei quali è sorto l’esecutivo che è attualmente al potere. Le obiettive differenze genetiche tra i due partiti non fanno che rafforzare l’esigenza di smarcarsi reciprocamente.

© Fotolia / Aleksey Ipatov
E’ bene ricordare come prima del 4 marzo 2018, Lega e Cinque Stelle si fossero trovate molto raramente dallo stesso lato in Parlamento: persino le poche volte che avevano espresso lo stesso voto, tendevano ad argomentare le proprie scelte con motivazioni del tutto diverse, se non addirittura opposte. Si consideri ad esempio la scelta del Governo Letta di inviare le navi della Marina Militare a raccogliere i migranti nelle acque del Mediterraneo, avviando l’operazione “Mare Nostrum”. La Lega vi si oppose perché riteneva che la decisione stesse trasformando le nostre forze navali in un partner degli scafisti. Il Cinque Stelle, invece, l’avversò perché era favorevole all’apertura di corridoi umanitari e non riteneva opportuno che i salvataggi dovessero essere militarizzati.

I pentastellati hanno inoltre al loro interno da sempre una componente movimentista che guarda più al mondo del progressismo che non a quello identitario dei sovranisti. Che a caccia di consensi i grillini si allontanino in modo netto da Matteo Salvini è dunque del tutto normale.

Il secondo elemento è invece rappresentato dall’esaurimento dell’accordo di programma. Quando venne stipulato, si optò per un metodo nuovo. Vennero definite delle vere e proprie “riserve di caccia”. Alla Lega vennero riconosciuti il primato sul terreno della sicurezza e della lotta all’immigrazione irregolare nonché l’impegno a realizzare la cosiddetta “Quota Cento” in campo pensionistico: una correzione di alcune disposizioni particolarmente invise della riforma pensionistica varata da Elsa Fornero all’epoca del Governo Monti. Ai pentastellati, invece, fu concessa la realizzazione del reddito di cittadinanza. Nel mezzo, rimesse alle negoziazioni future, sarebbero rimaste le materie nelle quali sussistevano divergenze di vedute da appianare su base contingente.

L’intesa ha funzionato: Salvini ha impresso un gran giro di vite nel contrasto all’immigrazione senza incontrare ostacoli, al contrario di quanto era capitato al suo predecessore Marco Minniti, che non poté mai chiudere i porti ai migranti irregolari a causa della resistenza opposta dal suo collega Delrio. Di Maio ha invece portato a casa il reddito di cittadinanza. Anche su quota cento molto è stato fatto. Sono rimaste adesso le gatte da pelare, ovvero tutte le questioni sulle quali Lega e Cinque Stelle non riuscirono a raggiungere un compromesso un anno fa: la lista è lunga.

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La crescita della litigiosità si spiega largamente attraverso questo prisma a due lenti: la prova di forza nelle urne e la mancanza d’intesa sui problemi rimasti irrisolti, cui si è aggiunto l’imprevisto rallentamento dell’economia, che in prospettiva solleva dubbi sulla possibilità di accentuare il carattere espansivo della politica fiscale nazionale.

La coperta inizia ad apparire troppo corta. Siccome il Pil non cresce a sufficienza, il deficit e il debito si dilatano. Ed esiste ora il rischio di dover accettare l’aumento dell’Iva o un sensibile inasprimento dell’imposizione diretta, magari tramite l’introduzione di una tassa patrimoniale, sempre che non si voglia rinunciare ai provvedimenti di maggior impatto sulla spesa pubblica adottati dal cosiddetto “Governo del Cambiamento”. Vere e proprie alternative del diavolo, che tuttavia ben difficilmente potranno essere eluse, tanto più che sull’Italia sono già accesi i riflettori degli investitori internazionali, della Commissione Europea e della Bce.

Andando a combinare tutti questi fattori, il pronostico più scontato e ragionevole è quello di un Governo che resiste alla prova elettorale, ma è costretto ad una verifica programmatica e forse ad operare un rimpasto più o meno esteso.

Perché questo scenario prevalga nella realtà, occorre però un risultato che non evidenzi forti scostamenti nella distribuzione dei voti rispetto al 2018, altrimenti possono diventare più concreti altri scenari, incluso quello del ritorno alle urne, che guadagnerebbe credibilità soprattutto in caso di forte ripresa del Pd.

Ecco perché invece di parlare di Europa e quindi delle grandi scelte della politica internazionale di un’Italia che si è recentemente avvicinata alla Cina, distanziandosi dagli Stati Uniti, si discute invece soprattutto di ciò che accadrà al Governo. Sta sfumando una grande occasione per fare chiarezza, come del resto sta succedendo anche altrove.

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Come cinque anni fa, il recente dibattito televisivo tra i sei candidati alla Presidenza della Commissione Europea – tutti nati nel perimetro entro il quale è massima l’influenza della Germania - è stato visto da pochi intimi senza lasciare tracce. Al massimo, si fanno accenni alle ambizioni di Frau Merkel. Non moltissimo, quindi. Con gran scorno degli europeisti, la mente degli elettori europei è ancora in massima parte focalizzata sui problemi della nazione di appartenenza. I vecchi Stati europei rimangono più vivi che mai.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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