23:23 17 Novembre 2019
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Teheran adesso teme di far la fine dell’Iraq di Saddam Hussein. Ed è pronta a riprendere la corsa all’atomica vista ormai come l’unica vera arma di deterrenza. Come insegnano i casi di Corea del Nord e Pakistan…

“E’ tempo di tornare a lavorare alla bomba atomica. E di farlo molto in fretta”. Qualcuno a Teheran lo ripete da tempo. E lo sta probabilmente già imponendo a quel presidente Hassan Rohani e a quei “moderati” accusati di aver firmato il defunto trattato sul nucleare concordato con Barack Obama e stracciato più di un anno fa da Donald Trump.

Stavolta per Rohani e i suoi resistere alle richieste di marcia indietro di Pasdaran e gruppi conservatori pronti ad accusarlo di continuare a fare il gioco del nemico, è praticamente impossibile. Con la portaerei Lincoln alle porte del Golfo Persico, un piano americano per l’invio di 120mila soldati americani, più o meno quelli utilizzati nel 2003 per far fuori Saddam, e l’economia messa in ginocchio dalle sanzioni americane c’è poco da obbiettare. Dal punto di vista dei circoli iraniani più intransigenti la sensazione è quella di esser stati presi in giro. Hanno rinunciato a gran parte delle infrastrutture nucleari, hanno messo a disposizione l’uranio arricchito, si sono dimostrati disponibili a chiudere i siti sospetti, come certificato peraltro anche dalla Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, e ora si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Anche perché tutti i benefici economici conseguenti alla ripresa dei rapporti con l’Occidente sono durati lo spazio di un mattino. E la promessa dei paesi europei di dar vita ad un sistema di rapporti economici alternativo, capace di dribblare le sanzioni americane, non ha mai visto, ne mai vedrà, la luce. Dunque adesso la loro unica alternativa è, per assurdo, solo e soltanto il ritorno alla bomba atomica.

L’esperienza, dal punto di vista dei leader conservatori, dimostra che l’arma atomica è l’unica in grado di garantire non solo la reciproca deterrenza, ma anche il rispetto dei patti. Un paese canaglia come il Pakistan grazie alle sue 140 e passa testate nucleari non è mai stato chiamato a render conto dei suoi rapporti con Al Qaida e il terrorismo.

Venne risparmiato all’indomani dell’11 settembre quando tutti sapevano, Cia per prima, che i talebani erano una filiazione dei suoi servizi segreti. Continuò a venir giustificato perfino nel 2011 quando si scopri che Osama Bin Laden si nascondeva a meno di quattro chilometri dalla principale accademia militare del paese. Pur di non affrontare il problema di quelle testate nucleari e il rischio di una loro caduta nelle mani dei terroristi l’amministrazione George W. Bush prima, e quella di Obama poi, hanno sempre preferito chiedere entrambi gli occhi sulle connivenze tra alcuni settori dell’esercito e dei servizi segreti pakistani e i gruppi del terrorismo alqaidista.

Ma l’esempio più calzante per i falchi della Repubblica Islamica, sempre pronti ad accusare Rohani di aver svenduto al nemico il paese, è quello della Corea del Nord di Kim Jong Un. Il paese e il suo dittatore nonostante la soppressione di qualsiasi opposizione e la sistematica violazione di qualsiasi diritto umano, s’è conquistato il diritto di trattare alla pari con il presidente Usa a colpi di missili e test nucleari. Rohani dopo aver trattato e sceso a patti con Obama rischia invece di far la fine di Saddam Hussein. Con queste premesse, c’è da scommetterci, le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio hanno già ripreso a girare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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Tags:
Saddam Hussein, Al Qaeda, Barack Obama, Donald Trump, presidente Hassan Rohani, USA, Iran
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