04:57 25 Maggio 2019
Distruzione a Gaza dopo bombardamenti israeliani

Mentre si placa per il momento la crisi di Gaza si accendono i riflettori sul Golfo Persico

© REUTERS / Suhaib Salem
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Giulio Virgi
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Il velato pessimismo che connotava le conclusioni del mio precedente commento alla crisi di Gaza è stato in parte smentito dai fatti ed è una fortuna. I delegati del governo israeliano e i rappresentanti di Hamas sono tornati ad incontrarsi in Egitto e sono state adottate delle misure di “de-escalation”.

I carri armati Merkava che Netanyahu aveva fatto concentrare a ridosso della Striscia hanno fatto marcia indietro. E pian pianino una tregua si è consolidata, probabilmente anche perché gli israeliani non hanno alcun interesse a compromettere il successo della competizione internazionale canora nota come Eurovision: un appuntamento di rilevanza globale, che terrà per diversi giorni focalizzata l’attenzione dei media mondiali su Israele. Per regolare eventualmente i conti, ci sarà tempo.

Tuttavia, l’analisi non è stata integralmente smentita, perché il duello aero-missilistico tra la Jihad Islamica Palestinese e le forze armate israeliane ha certamente contribuito ad indurre gli Stati Uniti ad accrescere la loro pressione nei confronti dell’Iran. I settori più conservatori del sistema politico iraniano sono stati infatti considerati come i veri mandanti dell’aggressione o quanto meno come coloro che l’hanno resa possibile, trasferendo verso Gaza la grande quantità di razzi che è stata riversata sullo Stato ebraico.

Si sono quindi registrati rilevanti movimenti militari da parte americana. Una grossa portaerei, la Lincoln, si sta dirigendo a forte velocità verso il Golfo Persico, mentre si perfezionava il trasferimento nell’area di una batteria di Patriot Pac-3, dotati di una più profonda capacità d’interdizione, e di un certo numero di bombardieri B-1 e B-52.

Tanto il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, quanto il Segretario di Stato, Mike Pompeo, nello spiegare la ragione di queste misure hanno fatto riferimento ad un’accresciuta esigenza di assicurare la deterrenza nei confronti di possibili iniziative iraniane nei confronti di asset o interessi statunitensi in Medio Oriente. Ma è forte la sensazione che ci sia dell’altro.

Si sospetta, ad esempio, che tra i funzionari di maggior spicco al servizio del presidente Trump ve ne siano alcuni che perseguono l’obiettivo del cambio di regime in Iran e non vedrebbero di cattivo occhio un incidente nel Golfo in grado di far desistere il tycoon dal proposito di rinegoziare gli accordi con Teheran da cui gli Stati Uniti si sono recentemente ritirati. Incidentalmente, si tratta anche dei collaboratori e consiglieri dell’amministrazione che si sono maggiormente esposti nella crisi venezuelana ed avvertono ora l’urgente bisogno di far dimenticare il loro insuccesso.

La partita che si svolge in Medio Oriente e sull’Iran è però incomparabilmente più delicata di quella in corso nei Caraibi. Trump vorrebbe indurre Teheran a rinunciare per sempre alle sue ambizioni nucleari e ai propri missili a più lunga gittata e si dice sia disponibile anche a barattare il riconoscimento americano della Repubblica Islamica con l’accettazione da parte iraniana della legittimità di Israele. Ma si scontra con forze molto potenti. Ne osteggiano i progetti personalità che detengono importanti posizioni di potere tanto negli Stati Uniti quanto nello stesso Iran, al punto che a volte si ha come l’impressione che gli elementi più intransigenti dei due paesi stiano collaborando all’irrigidimento del quadro geopolitico, con l’obiettivo condiviso di levare ogni margine di manovra al partito trasversale della trattativa.

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Di fronte alle sanzioni che stanno sottoponendo il suo paese ad un vero e proprio embargo completo, persino il presidente riformista iraniano, Hassan Rouhani, è stato costretto a reagire, ventilando la ripresa dell’arricchimento dell’uranio qualora anche gli europei cessassero di rispettare i termini degli accordi di Vienna con i quali il programma nucleare di Teheran venne congelato. Potrebbe trattarsi soltanto della precostituzione di una pedina negoziale addizionale, ma è comunque un passo che si è andato ad aggiungere ai tanti altri verificatisi di recente nella direzione dello scontro. Hanno suscitato apprensione anche i misteriosi sabotaggi avvenuti nel Golfo di Oman ai danni di quattro navi mercantili, fra le quali due petroliere saudite.

Il clima è pertanto molto teso e non è azzardato affermare che stiamo verosimilmente andando incontro ad un periodo particolarmente delicato in cui sarà opportuno per i maggiori stakeholder mantenere il proprio sangue freddo.

A quanto pare, tra l’altro, in giugno sarà rivelato anche il piano di Trump per la pace tra israeliani e palestinesi: uno schema molto innovativo rispetto alle proposte del passato, che a quanto si dice sarebbe a tre, coinvolgendo anche Hamas.

Perché vi siano maggiori chances di successo, è essenziale che tutti gli avversari della pace e del tipo di riordino che si profila vengano dissuasi dall’assumere iniziative militari o in ogni caso offensive. È presumibile che il Presidente statunitense abbia avallato l’accrescimento della pressione sull’Iran soprattutto in questa prospettiva, per scoraggiarne le eventuali iniziative suscettibili di riverberarsi sulla situazione in Palestina. Tutto il contrario della guerra che altri vorrebbero. Trump sa del resto che un conflitto con Teheran gli costerebbe quasi certamente la riconferma nel 2020.

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Data l’importanza della posta in gioco, l’intera comunità internazionale dovrebbe raccomandare prudenza e moderazione a tutte le parti coinvolte. In questo contesto, il fatto che i leaders degli Stati Uniti e della Federazione Russa abbiano ripreso a parlarsi è un segno positivo. Speriamo che il filo non s’interrompa.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Russia, John Bolton, Mike Pompeo, Iran, Donald Trump, Israele, Striscia di Gaza, Hamas, Egitto, USA, Medio Oriente
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